unlogopiccolo

Da "Umanità Nova" n.19 del 30 maggio 1999

Operazione Ferro di Cavallo
Tutti sapevano

La NATO conosceva i piani preparati dal governo serbo per purificare il Kosovo ma non ha fatto niente per impedirli o ostacolarli.

"A giudicare dalle carneficine di questi giorni, le cose si mettono male in Kosovo. E per noi saranno guai se divamperà la guerra. Potrebbe scatenarsi una nuova ondata di profughi. Dobbiamo evitare che duecentomila disperati in fuga si riversino sulle nostre coste. Sarebbe un disastro."

"Ministro come pensa di poterli fermare?"

"C'è un piano che ho messo a punto con il governo di Tirana. Bisogna trattenere le persone che fuggono dal Kosovo nell'area settentrionale dell'Albania. Lì verranno creati, anche con il nostro aiuto, centri di accoglienza, rifugi in grado di ospitare migliaia di persone" (Intervista al ministro della Difesa, Scognamiglio, "Corriere della Sera", 13 gennaio 1999).

Quando leggemmo questa intervista pensammo alle sparate demagogiche del solito politicante intenzionato a cavalcare l'ennesima campagna orchestrata dalle destre contro gli immigrati. Non potevamo sapere che era tutto vero! Sulla base degli accadimenti successivi questa intervista assume un'importanza particolare sia per far luce su cosa effettivamente sapevano i governi occidentali delle intenzioni del regime serbo, sia per capire la tanto decantata "Operazione Arcobaleno".

Ora sappiamo che Scognamiglio non era l'unico ad essere bene informato sulle vergognose intenzioni dei serbi. Agli inizi di febbraio l'agenzia di stampa dell'UCK (Kosovopress) informa che "il Servizio informazioni del Quartier generale dell'UCK ha nelle sue mani un piano segreto delle forze jugoslave che mostra i dettagli delle prossime operazioni dell'esercito serbo nell'area". L'Agenzia di stampa continua riferendo nei dettagli gli obiettivi operativi a livello militare: l'eliminazione dell'UCK e purificazione etnica di ampi territori in vista di una possibile spartizione del Kosovo. E' evidente che tali piani, prima di essere resi pubblici, dovevano per forza essere stati analizzati dalla CIA e , probabilmente, anche da altri servizi occidentali. Ipotesi confermata dal Washington Post del 18 aprile, secondo il quale al momento del massacro di Racac (15 gennaio, 45 albanesi massacrati e orrendamente mutilati dalla polizia serba) gli americani erano da tempo a conoscenza dei piani serbi. D'altra parte che a metà gennaio la notizia fosse "vecchia" è dimostrato dal fatto che il 18 gennaio Scognamiglio parla dell'esistenza di un piano, già predisposto con le autorità albanesi, per bloccare i kosovari in fuga. Tutto sembrerebbe confermare quanto riferito da altra fonte (governo tedesco): i piani perla purificazione del Kosovo erano stati preparati dal regime di Belgrado nell'autunno del 1998. Ma non basta: secondo il "New York Times" del 18 aprile, del piano di pulizia etnica si parla anche il 5 marzo a Washington, durante l'incontro fra Clinton e D'Alema. In quell'occasione D'Alema mette sull'avviso il suo interlocutore che un attacco aereo non ben riuscito avrebbe avuto il risultato di 300 o 400mila rifugiati in Albania e poi in Italia.

Riassumendo: i piani, realizzati nell'autunno 1998, vengono in possesso dei servizi di informazione occidentali poco tempo dopo. Tali piani vengono resi pubblici dall'UCK all'inizio di febbraio. Quindi dall'inizio di febbraio TUTTI I GOVERNI DELLA NATO conoscono le intenzioni del regime di Belgrado.

La ricostruzione degli avvenimenti mostra quanto sia bugiarda la versione ufficiale secondo la quale i governi occidentali e i comandi NATO sarebbero venuti a conoscenza dei piani serbi solo dopo l'inizio delle ostilità, per l'esattezza l'1 o il 2 aprile.

Le conclusioni sono semplici:

  1. La NATO conosceva benissimo le conseguenze della guerra, ma non ha fatto niente per impedire o ostacolare i piani serbi, né sul piano militare né su quello umanitario. Perché?

  2. Dal punto di vista umanitario l'Italia ha fatto qualcosa di più dei suoi alleati, proprio grazie al piano di cui parla Scognamiglio nella sua intervista al "Corriere", un piano preparato non tantoper dare aiuto ai kosovari quanto per impedirne l'arrivo sulle coste pugliesi.

Gabriel



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