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Da "Umanità Nova" n.20 del 6 giugno 1999

L'informazione in divisa. Riti di guerra

Come tutte le guerre all'inizio doveva essere una guerra lampo, combattuta in nome della pace (consueta tautologia di guerra: prima o poi la guerra finisce e quel periodo si chiama pace!), condotta da eserciti invincibili contro un nemico crudele.

Potrebbe cominciare così un articolo per la guerra del Kosovo: avrebbe potuto essere lo stesso per la seconda guerra mondiale, per la prima, o magari per quelle napoleoniche. Le guerre sembrano assomigliarsi tutte. La guerra è una cosa antica, fatta di antichi riti, resi di volta in volta attuali e moderni dai cerimonieri di turno.

Certo, alcune differenze, tra questo conflitto e gli altri, ci sono: la principale è, probabilmente, la mancanza di una strategia militare da parte dei paesi NATO. O meglio, la strategia militare perseguita sembra analoga a quella di chi incendia un pagliaio per ritrovare l'ago che si era perso.

Beninteso, questo non significa che non siano chiari gli obiettivi, politici ed economici, per cui questa guerra si combatte; solo che tra le ritualità di guerra è assente un progetto militare chiaro.

Gli altri riti di guerra ci sono tutti, a cominciare dal più antico: il "casus belli". La scusa per cui si cominciano le ostilità non è mai la vera causa di una guerra, serve sempre e soltanto a fini di propaganda interna: la prima guerra mondiale non si è combattuta perché Gavrilo Princip aveva ucciso Francesco Ferdinando d'Austria a Sarajevo, né la seconda si è combattuta perché le guardie di frontiera polacche avevano sconfinato nella Germania nazista. La guerra del Kosovo non si combatte perché a Dreniza sono morti 15 albanesi (chissà chi lo ricorda più: questo è stato il motivo formale di coinvolgimento del gruppo di contatto, che poi ha portato a Rambouillet). Non si combatte, tanto per essere più chiari, neanche per salvare i kosovari, visto che la guerra ne ha sicuramente peggiorato la condizione (e non era certo l'unica soluzione possibile).

La religione è il rito più celebrato di tutti in guerra, come in tutte le altre cose umane in cui c'è morte e distruzione. Se le guerre si combattono tra paesi di religione diversa, le chiese nazionali entrano in guerra, dichiarando "infedeli" i nemici. In ogni caso rappresentano una valvola di sfogo alla tensione interna, oltre che un forte veicolo di controllo sociale.

Un altro rito di guerra, a cui siamo poco abituati, è quello che riguarda i nomi delle località. Spesso non capiamo perché gli israeliani chiamino Giudea e Samaria quello che gli inglesi chiamano West Bank e gli italiani Cisgiordania. O che differenza ci sia tra quello che gli armeni chiamano Nagorno e gli azeri Karabah. O che l'Anatolia orientale non sia il Kurdistan. Così si pensa che ci sia solo una differenza linguistica tra Kosova, come chiamano il Kosovo gli albanesi e Kosmet (contrazione di Kosovo e Metohjia), come lo chiamano i serbi.

Altra cerimonia tipica è la proclamazione dell'invincibilità del proprio esercito. Mentre la NATO dichiara abbattuto un solo aereo (il cui pilota, si sono affrettati a precisarlo, è stato salvato), i serbi sostengono di averne abbattuti un centinaio. Non so dove sia la verità e, ad essere sinceri, non me ne importa un granché.

La caccia al nemico interno, la quinta colonna avversaria, la spia dietro le linee, è utilissima agli stati belligeranti, serve a mettere a tacere l'opposizione interna ed a reprimere qualsiasi forma di dissenso. Non crediate che questo rito sia celebrato solo dai serbi (che hanno riempito le galere di oppositori); guardate cosa sta succedendo in Italia con la storia di D'Antona, chiunque si muova contro la guerra diventa un "fiancheggiatore".

Le guerre, si sa, non si combattono solo con gli eserciti. Le popolazioni belligeranti vanno motivate, rese edotte della crudeltà del nemico, fatte diventare disponibili a qualsiasi sacrificio in nome dei superiori interessi della patria (della razza, della famiglia, del territorio, o di qualsiasi altro stupido motivo in nome del quale si giustifichino massacri).

Un rito tipico di guerra è, quindi, l'affermazione della crudeltà del nemico. Alle immagini di civili assassinati in Serbia, fanno eco le file di profughi in Albania. Oltretutto, questo insistere sulla crudeltà del nemico, serve a giustificare la propria. Visto che i serbi hanno svuotato caserme e depositi di munizioni, la NATO bombarda tutto quello che può contenere armi e soldati (scuole, ospedali, alberghi, autobus, treni, etc.) anche se come "effetto collaterale" uccide i civili; i serbi per nascondere armi e soldati cacciano dalle loro case gli albanesi.

Questo aspetto è uno di quelli su cui si concentrano le falsità dell'informazione e della propaganda. Sia perché fanno audience, sia perché, anche a guerra finita, quando le falsità vengono rivelate, nella testa di tutti, anche dei meglio informati, queste rimangono come verità assolute. Ricordate la guerra del Golfo? Una delle immagini simbolo di quella guerra era quella di un cormorano coperto di petrolio: l'immagine era completamente falsa (fu girata negli USA dagli operatori della CNN); così come erano false le notizie sull'esercito iracheno come il quarto del mondo (per capacità militare) o quella sulle "bombe intelligenti" (erano solo il 7% dell'arsenale militare americano) e sulla "precisione chirurgica" dei bombardamenti (il 70% sbagliò il bersaglio).

Nei paesi occidentali le guerre si combattono in termini di consenso interno. Dopo l'invasione del Kuwait la famiglia degli El-Sabah (emiri del Kuwait) si affidò alla maggiore agenzia statunitense di pubbliche relazioni, la "Hill&Knowlton", per orientare l'opinione pubblica occidentale in senso favorevole all'intervento armato nel Golfo.

Una situazione analoga si è verificata durante la guerra di Bosnia. Tra gli episodi brutali di quella guerra ce ne furono due in particolare che scossero l'opinione pubblica occidentale. Il primo fu la cosiddetta "strage del pane", quando 22 persone in fila davanti a un forno a Sarajevo vennero uccise da un'esplosione; la reazione occidentale a questo fu l'imposizione dell'embargo nei confronti della Confederazione Jugoslava, fino a quel momento considerata estranea rispetto a quella guerra. Il secondo, la "strage del mercato", quando furono uccise, nel mercato Makale di Sarajevo, una decina di persone; la reazione a questo fu il bombardamento, con i caccia NATO, delle postazioni serbo bosniache. Ebbene, secondo le inchieste condotte dall'ONU a Sarajevo per scoprirne i colpevoli, entrambe quelle stragi furono opera di elementi bosniaco-musulmani.

Non so quale sia stato, in questa storia, il ruolo della "Ruder Finn Global Pubblic Affairs", agenzia di pubbliche relazioni incaricata dai governi croato e bosniaco, che, a guerra finita, ha magnificato il suo ruolo nella manipolazione dell'informazione in senso antiserbo, il cui direttore ha dichiarato in un'intervista, a proposito della "strage del pane": "...nessuno capiva ciò che stava succedendo in Jugoslavia, credo che la maggior parte degli americani si stesse chiedendo in quale paese dell'Africa si trovava la Bosnia, ma in un colpo solo noi abbiamo potuto presentare una storia semplice, una storia con i buoni e i cattivi". Non so neanche, ovviamente, se ci sia stata la mano dei servizi segreti di qualche paese occidentale voglioso di entrare nel conflitto. So che, nella testa della maggior parte degli occidentali, gli stati aguzzini croato e bosniaco, sono, ancora oggi, delle vittime e un altro stato aguzzino, quello serbo, il carnefice.

Guardate, per arrivare ai giorni nostri, le panzane raccontate da Antonio Russo, di Radio Radicale "unico giornalista occidentale a Pristina", che riferiva di albanesi internati allo stadio di Pristina. La notizia è stata rilanciata in tutto il mondo, anche per il forte impatto evocativo che aveva (i lager nazisti, Pinochet). L'episodio fu smentito, quasi subito, persino dalla NATO. Lo stesso Antonio Russo raccontò, una volta ricomparso in Macedonia quattro giorni dopo, di aver trascorso gli ultimi giorni a Pristina chiuso nel suo appartamento, senza uscirne, benché nei reportage seguitasse a spacciarsi per testimone oculare di quello che raccontava. Quante persone credete sappiano che allo stadio di Pristina non sono stati internati albanesi?

Pensate altrimenti alla propaganda che stanno facendo alle "bombe arcobaleno": la maggior parte delle persone crede che, finanziando una missione militare (sono stati raccolti più di 100 miliardi), si leniscano le sofferenze dei profughi kosovari.

L'ultimo rito della guerra è il silenzio. Nessuno parla di quello che realmente succede, nessuno ne deve parlare. Proviamo almeno a sconfiggere questo!

Francesco Fricche



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