![]() Da "Umanità Nova" n.22 del 20 giugno 1999 La Federazione Anarchica UruguaianaArriviamo in Viale Magallanes che è già buio. Sulla porta di una palazzina sovrastata da un grande cartello rossonero riportante la sigla dell'organizzazione (FAU) alcuni compagni ci aspettano. Ritroviamo, con commozione, un compagno che avevamo conosciuto in Italia nei primi anni '80 durante un suo viaggio tra gli esiliati in Europa per riorganizzare la lotta alla dittatura. Entriamo poi nei locali della tipografia 'Aragòn' che stampa in offset non solo i periodici della FAU, ma anche molto materiale del movimento, oltreché materiale a carattere generico: una tipografia insomma di tipo professionale che impiega alcuni compagni a tempo pieno. Dopo la tipografia una serie di stanze ed alcuni saloni completano la sede storica della FAU, l'organizzazione che rappresenta, formalmente, la continuità dell'anarchismo federato e che, una volta, era in grado di raggruppare la gran parte dei compagni del paese. Oggi la FAU continua a rappresentare una parte importante del movimento, ma parallelamente ad essa sono sorti altri collettivi ed altre esperienze, alla ricerca di strade nuove, o comunque diverse, da quella praticata dalla Federacion . Ci sediamo intorno ad un tavolino con alcuni compagni degli organismi di rappresentanza della FAU, con i quali scambiamo informazioni e considerazioni sullo stato del movimento internazionale, sull'IFA, sulle federazioni europee, sulla scarsità di rapporti organici tra America ed Europa, sulle rispettive visioni dell'anarchismo e sul grado d'importanza del movimento operaio 'classico' nella sua strategia odierna . Un confronto interessante che ha permesso di ristabilire un collegamento che si era allentato da tempo. Alle pareti alcune fotografie degli esponenti storici fanno da cornice ad un'enorme bandiera rossonera a bande verticali di stile latinoamericano. La presenza dei compagni caduti sotto i colpi della dittatura è ben viva nelle parole di uno degli astanti, fratello di un 'desaparecido' e a sua volta incarcerato per dieci anni dai militari torturatori, compagni di strada dei boia argentini, cileni e brasiliani, riuniti in quel piano Condor che avrebbe dovuto sancire il genocidio del popolo della sinistra nei rispettivi paesi. Non ci sono ripensamenti, né tentennamenti nelle parole dei compagni: la lotta continua come allora. Ci lasciamo con l'impegno di mantenere e sviluppare i rapporti di conoscenza nella consapevolezza che nell'epoca della globalizzazione le distanze diminuiscono ed i modelli locali si omogeneizzano sempre più tra loro, richiedendo forme di lotta e di organizzazione adeguate.
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