![]() Da "Umanità Nova" n.30 del 3 ottobre 1999 La Voce dei Lettori
Carissima Redazione di Umanità Nova
Intervento che uscendo dalla norma finalmente non ricalca gli stereotipi
preclusori ed esclusivamente rivendicativi ma che si interroga e riflette anche
con una prospettiva possibile e costruttiva. Tralascio volutamente il rapporto con le Istituzioni pubbliche, "lo sporcarsi le mani".
Un crescente movimento di persone che, senza scopo di lucro e mosse da un
ideale solidale che le aggrega, si impegna più o meno quotidianamente
per migliorare la vita sua e degli altri attorno a se; movimento ricco e
creativo, molteplice, variegato e spesso certo anche contraddittorio. Divisioni degli utili. Questo esplosivo argomento è continuamente dibattuto. Di fatto è normalmente possibile dividersi una parte anche significativa degli utili per statuto, a meno che non sia diversamente deciso, e la maggior parte degli statuti non portano diversa decisione.
Il caso più evidente è la situazione in cui si trova il socio
cosiddetto sovventore, introdotto dalle legge 59/92, il quale, conferendo
capitale di rischio, persegue una remunerazione dello stesso attraverso appunto
una divisione degli utili.
La stessa legge, che di fatto permette di avvicinare la cooperativa ad una
S.P.A. (forse il frutto dei "mitici" anni '80), ha poi stabilito che i soci
sovventori, in base al capitale apportato, possono avere in Assemblea a testa
fino a 5 voti, con buona pace delle sacre tradizioni. Intanto chiunque penso rifletta su ciò che fa quando decide od è costretto a cercarsi un lavoro, la libertà di scelta è un ideale per ora purtroppo solo auspicabile. Dipendenti salariati pubblici o privati, lavoratori autonomi, imprenditori, artisti, non lavoratori per scelta, soci lavoratori delle coop. ecc, hanno ovviamente condizioni del lavoro tra loro molto diverse. Il socio-lavoratore delle coop. è sicuramente una originale figura con un ruolo non sempre chiaro ed anzi spesso come detto contraddittorio. Ritengo che un po' di chiarezza venga dalla riscoperte degli originari principi, (da cui poi scaturivano anche con chiarezza i ruoli), di partecipazione e responsabilizzazione. Occorre distinguere cioè tra chi di fatto cerca nel lavoro in coop. un legittimo stipendio da chi invece si impegna perché vede nella coop., oltre un reddito, un mezzo di emancipazione personale e sociale, partecipando alle decisioni in un rapporto con gli altri soci che è di autogestione. Quest'ultima dovrebbe essere l'unica figura di socio-lavoratore, è imprenditore di se stesso e come la maggior parte degli imprenditori lavora con rischio di impresa, non ha pretese di garanzie da CCNL. Eventualmente si potrebbe auspicare la nascita di un sindacato di rappresentanza per questa originale figura.
Chiunque deve essere libero di scegliere e chi non è interessato a
questo tipo di impegno deve naturalmente poter lavorare con tutte le tutele
sindacali del caso, senza essere costretto a diventare un socio della coop. Il dibattito interno al mondo coop. ed in particolare nelle coop. sociali (specie quelle che si occupano degli inserimenti lavorativi di persone "svantaggiate" che sono di più piccola dimensione) è vivace e sono convinto ricettivo, con possibilità di ricevere positivi impulsi libertari. Affettuosi saluti,
Carlo Valmori
Caro Carlo, ho letto anch'io con interesse le tue considerazioni sul mondo della cooperazione e vorrei farti alcune precisazioni in merito. Quando parli di Terzo Settore utilizzi un termine carico di ambiguità: lo definisci infatti come spazio di azione pubblica non statale. Sarà forse vero il contrario? Ovvero, invece che né Stato né Mercato, e Stato e Mercato? Non è forse vero che soltanto con la crescente esternalizzazione sia pubblica che privata il cosiddetto Terzo Settore ha avuto un'implementazione così forte? E non è forse vero che sia dal Pubblico che dal Privato esso viene regolamentato con tutto ciò che ne consegue? Per quanto riguarda le persone che hanno sostenuto e sostengono il mondo cooperativo non ho la che minima intenzione di giudicare i loro intenti solidaristici ed idealistici: non fa parte della nostra tradizione giudicare le buone o le cattive intenzioni. Ma con questo, però, vorrei prendere tutti gli ovvi e necessari distinguo politici tra noi (indefinitamente anarchici e libertari) e l'Arci o Comunione e Liberazione o le Acli e così via, mondo che tu definisci, a ragione, contraddittorio. So bene, ad esempio, che in mezzo a tutto quel fare solidaristico vi è anche molto sfruttamento, molte posizioni "morali od etiche" tanto distanti da me quanto lo è Plutone. Alcune posizioni sociali della Chiesa le trovo decisamente pericolose! Parlando di Terzo Settore dimentichi poi tutto il resto della cooperazione (o ce lo metti dentro?). La stragrande maggioranza delle cooperative infatti non è sociale, ma di produzione e lavoro, agricole, di trasporti e così via. E su queste non diciamo nulla? Sulle tue due veloci precisazioni non ho nulla da obbiettare, anche se ritengo che la scelta di "connaturare" la cooperazione in maniera similare al mondo delle S.p.a. non sia assolutamente casuale. E questo mi fa sorgere altrettanti dubbi sulla possibilità di recupero di uno spirito originario, a meno che questo non metta in discussione l'ordine esistente in senso anticapitalistico. Infine, per quanto riguarda la natura giuslavoristica del socio lavoratore vorrei sottoporti alcune considerazioni: Alle condizioni attuali del mercato del lavoro, come già sostenni nell'articolo, le cooperative impongono a tutti o quasi la necessità di diventare soci proprio in virtù del fatto che sono figure lavorative meno tutelate, anche quando vi fosse una piena applicazione di procedure decisionali democratiche e condivise.
Te la immagini una cooperativa sociale, tanto per fare un esempio, composta da
dieci soci e dieci dipendenti che svolgono le medesime mansioni? I primi, poi,
liberi imprenditori associati che rischiano del proprio sia nei termini di
capitale che di lavoro, mentre i secondi tutelati dal punto di vista sindacale?
O i primi sono delle persone con vocazione alla santità o forse sono dei
matti. Pietro Stara
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