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Da "Umanità Nova" n.31 del 10 ottobre 1999

Lavoratori Socialmente Utili. Un popolo in marcia

Mi scuso per l'avvio chiapaneco perché qui non c'è nulla di eroico, solo un esercito di sfigati che faticosamente si muove per una riaffermazione dei propri diritti più elementari. Stiamo parlando, naturalmente, dei Lavoratori Socialmente Utili, chiamati comunemente LSU.

Riassumiamo in breve le vicende che hanno portato oltre 140.000 persone a sfiorare il mondo del lavoro fisso e che alla fine dell'anno rischiano di esserne espulse definitivamente.

Fase uno. Agli inizi degli anni '90 alcune grandi aziende metalmeccaniche (prevalentemente del settore progettistico e informatico) vengono smantellate. Negli accordi a perdere che chiudono le vertenze (i sindacati confederali danno qui il "meglio" di sé) qualche bello spirito immagina una soluzione tampone per i lavoratori espulsi (solitamente posti in Cassa Integrazione Guadagni), ovvero una sorta di precettazione presso enti ed amministrazioni pubbliche, con una integrazione salariale rispetto all'indennità di CIG. Si tratta di un lavoro che non è un lavoro ovvero che implica le prestazioni e le subordinazioni tipiche del lavoro salariato ma che non si configura come un rapporto di lavoro ed è rigorosamente a termine. Una mostruosità giuridica che viene disciplinata in modo più o meno organico dal D.L. n.299 del 16/5/1994.

La tipologia dei lavoratori socialmente utili è, all'inizio, ben definita: si tratta di lavoratori di media-alta professionalità con una fascia di età che varia dai 35 ai 50 anni. Le vittime tipiche delle ristrutturazioni e dei tagli di posti di lavoro.

Per la verità enti ed amministrazioni pubbliche non si rendono subito conto della miniera d'oro che hanno di fronte, la rigidità e l'ottusità burocratica, al solito, prevalgono. Nonostante ciò migliaia di lavoratori vengono presto impiegati negli LSU. Ben presto, alla prova dei fatti, ci si rende conto che c'è una potenziale forza-lavoro qualificata che con un addestramento minimo e con un costo altrettanto minimo può essere impiegata a coprire le lacune delle piante organico con compiti di "produzione", anche se la legge specifica in realtà il carattere straordinario dei progetti LSU.

Fase due. A questo punto Regioni, Provincie, Comuni, Ministeri ed altri enti pubblici si scatenano: migliaia e migliaia di progetti LSU vengono attivati e i lavoratori socialmente utili diventano la nuova figura del precariato a scapito spesso dei lavoratori a tempo determinato ordinariamente impiegati dagli enti, gli LSU costano molto meno (oltretutto ci si rende conto che utilizzando gli LSU in part-time, 20 ore o meno la settimana, il loro costo è scaricato completamente sull'INPS e l'ente utilizzatore non spende una lira). Cambia anche il bacino di utenza da cui vengono prelevati gli LSU, si tratta di disoccupati di lunga durata, ovvero di lavoratori iscritti da più anni al collocamento, diplomati o laureati, decisamente più giovani della "vecchia guardia" LSU.

La legge 468/97 ridisciplina la materia, diventata ingestibile per il proliferare di circolari interpretative e, soprattutto per il crescere esponenziale dei progetti LSU e dei lavoratori impiegati in essi. Nella legge si tenta un'implausibile distinzione tra LSU e LPU (Lavori di Pubblica Utilità) finalizzati, questi ultimi, a "creare nuova occupazione". Bisogna incominciare a smaltire la massa degli oltre 100.000 lavoratori impegnati o comunque offrire a questi qualche prospettiva di soluzione stabile della loro condizione lavorativa ultra-precaria. Si apre così il businness dei corsi di formazione o riqualificazione professionale. Centinaia di miliardi (a spanne, ma potrebbero essere molti di più) di finanziamenti CEE o di altra natura vengono spesi per foraggiare istituti di formazione professionale (di proprietà dei sindacati confederali, della Confindustria, dei partiti politici, della Lega delle Cooperative, ecc.) per corsi di assoluta inutilità professionale o di "formazione e creazione d'impresa" che fanno balenare il miraggio dell'autoimprenditoria, magari tramite la costituzione di cooperative tra gli LSU dall'incerto futuro.

Fase tre. In questo marasma si arriva all'oggi: 140.000 sono gli LSU impiegati nei vari progetti, una massa diventata ingestibile e potenzialmente disponibile a mobilitarsi per non perdere il sia pur precario e malpagato lavoro/non-lavoro. Il governo D'Alema ha un'ennesima patata bollente per le mani e tenta di chiudere la questione svuotando il bacino degli LSU. I progetti vengono bloccati al 31 dicembre 1999 e, da un lato, si promettono incentivi alle aziende disposte ad assumere anche a tempo determinato gli LSU (questo è quantomeno nel pacchetto del protocollo d'intesa che Governo e sindacati confederali stanno tentando di mettere a punto), dall'altro si ribatte il chiodo della creazione d'impresa da parte dei lavoratori stessi.

Ovviamente non può bastare e i nodi stanno venendo con forza al pettine, gli LSU cominciano a mobilitarsi e ad organizzarsi, i sindacati confederali non riescono nemmeno più ad esercitare la loro classica funzione di pompieraggio, il sindacalismo di base (nello specifico le Rdb-CUB) si muove offrendo supporto al movimento dei lavoratori "socialmente utili" in lotta.

Si avvicina la fine dell'anno e ci avviciniamo alla fase decisiva. Venerdì 8 ottobre, a Roma, una grande manifestazione nazionale porrà con decisione la questione della trasformazione degli LSU in lavori stabili. E' una battaglia importante - e tutti noi dovremmo appoggiarla - perché potrebbe segnare un'inversione di tendenza nei confronti della precarizzazione e della deregolamentazione galoppante del rapporto di lavoro. Con i tempi che corrono non sarebbe poco.

Pedro Medina



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