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Da "Umanità Nova" n.31 del 10 ottobre 1999
Trieste
I trent'anni della sede del Germinal
Tutto cominciò con uno scatto d'orgoglio: nell'estate del lontano 1969,
un gruppetto di giovani studenti più o meno libertari (la parola
anarchici era troppo forte per il nostro livello di conoscenza ed esperienza)
sognava un movimento studentesco indipendente dal PCI, presso la cui sede
venivano comunque ciclostilati i volantini tra sorrisetti di superiorità
e diffidenza. Già al Primo Maggio, quando a Trieste scendevano in piazza
quasi diecimila persone, il servizio d'ordine del PCI-CGIL aveva strappato di
mano le bandiere rossonere lasciando portare solo quelle rosse: con una beata
ingenuità una ventina di studenti pensavano di poter partecipare al
corteo con entrambe le bandiere. Nell'occasione avemmo l'onore di vedere
Vittorio Vidali che si mostrò sorpreso di avere a che fare ancora con
degli anarchici, conosciuti (e uccisi) in Spagna. Umberto Tommasini, che non
sapeva della nostra idea di partecipare al corteo con duplici stendardi,
intervenne in nostra difesa, ma non rivolse la parola al "Giaguaro" dicendo
semplicemente di non conoscerlo.
Fu con Umberto e con i vecchi compagni del Gruppo Germinal, fondato nel 1946,
che aprimmo la sede in un appartamento vecchio e malandato, ma grande e
centralissimo e con un balcone fatto apposta per striscioni e bandiere.
Peraltro la nostra frenetica, e confusa, attività non poteva conciliarsi
con i ritmi e i modi dello storico Gruppo Germinal che continuò a
riunirsi un paio di sere alla settimana al caffè Friuli, luogo
più comodo per chi aveva più di settant'anni.
L'evento che segnò la svolta dal generico libertarismo ad un impegno
specifico non dipese da noi, ma dal nostro tradizionale nemico: lo Stato. Con
la sua Strage del 12 dicembre 1969, lo Stato iniziò a presentarsi con il
volto duro della repressione. A dire il vero dalle nostre parti si
cominciò con semplici minacce, qualche denuncia, poche botte durante
alcune manifestazioni, ma sapevamo che il tono era destinato ad aggravarsi se
non si fosse risposto con una capillare campagna di controinformazione sulle
responsabilità dei servizi segreti e dei fascisti nella strage di Piazza
Fontana. In sede giunsero 500 copie del prezioso libretto "La Strage di Stato",
curato da un Collettivo politico-giuridico romano, e poco dopo 5.000 opuscoli
del Comitato per la liberazione di Valpreda promosso dal Movimento Anarchico. E
restarono poche settimane in sede in quanto furono tutti venduti nelle piazze e
nelle case con un estenuante porta-a-porta.
Nel momento più alto di mobilitazione locale, nel febbraio del 1972,
riuscimmo a fare un "Corteo contro lo Stato" di cinquecento persone, di cui la
metà con le bandiere nere e rossonere. Al termine assediammo la Questura
per mezz'ora per denunciare l'assassinio di Pinelli e la sede divenne troppo
piccola malgrado i suoi 150 mq. Nella Trieste divisa fra nostalgici
dell'Austria e nostalgici del fascismo si faceva largo un movimento libertario
di sorprendente forza e con diffusa simpatia (200 copie di UN vendute ogni
settimana per le strade, nelle fabbriche e nelle scuole, erano un indizio
inequivocabile)
Malgrado gli impegni di lotta quotidiana (in pratica dalla mattina presto di
fronte alle fabbriche fino alla sera tardi con le affissioni, passando per le
scuole medie e l'università) ci mettemmo un po' per capire cosa
significasse veramente essere militanti nel movimento anarchico. Anche se ne
eravamo orgogliosi. Il confronto che ci permise di maturare in tal senso,
almeno secondo le mie valutazioni di allora e di oggi, fu il dibattito con una
tendenza che privilegiava l'organizzazione piuttosto che l'individuo,
l'efficienza invece del pluralismo, la classe al posto dell'umanità.
L'archinovismo irruppe nell'estate del 1972 anche nella nostra sede e
spaccò il Gruppo Anarchico di Trieste, composto da varie decine di
militanti e di simpatizzanti attivi.
Si trattò di una rottura dolorosa, ma inevitabile. La grande maggioranza
dei militanti aderì alla Piattaforma di Archinov del 1927 (una risposta
centralista alla sconfitta degli anarchici russi ad opera dei bolscevichi).
Anzi essi elaborarono una versione ancora più rigida del piattaformismo
che nei primi anni Settanta coinvolgeva, e sconvolgeva, non pochi gruppi
anarchici quasi sempre di nuova costituzione. In pratica, con il principio
della responsabilità collettiva, si affermava una caricatura della
solidarietà libertaria con l'esclusione programmatica delle iniziative
individuali e l'omogeneizzazione degli apporti personali, subordinati ad una
linea politica e comportamentale che spesso non aveva nulla da invidiare al
partito o, come aveva osservato il buon Malatesta, alla chiesa.
Quei due o tre compagni giovani, ma che avevano inaugurato la sede, che
espressero critiche serrate alla concezione autoritaria dell'organizzazione
furono emarginati e si "rifugiarono" nel Gruppo Germinal, senza riuscire a
sottrarsi ai controlli degli ex compagni divenuti archinovisti.
Improvvisamente, dopo tre anni di sforzi personali notevoli per aprire e far
funzionare la sede, eravamo di fronte ad una involuzione che rischiava di
espellerci o di metterci in condizione di perenne sottomissione, situazione
psicologica incompatibile con il gusto della libertà che ha ogni
anarchico autentico, a prescindere dalla tendenza.
Dai vecchi compagni ricevevamo delle conferme sulla natura, logicamente
pluralista, della organizzazione anarchica. Nella loro esperienza esisteva una
tolleranza estrema, al punto che, dopo la frattura del congresso di Carrara del
1965 (da cui nacquero i Gruppi di Iniziativa Anarchica in polemica contro la
presunta strutturazione burocratica della FAI), alcuni compagni del Germinal,
che era stato tra i gruppi fondatori della FAI nel 1945, continuarono a far
parte del gruppo pur concordando con i GIA. Anche a livello regionale, nella
Federazione Anarchica Lombardo-Veneta nata nei primi anni Sessanta,
continuò la collaborazione (caso alquanto raro nel resto d'Italia) fra
compagni della FAI e dei GIA.
Ad un certo punto, dopo che si era dimostrata impossibile la convivenza in sede
con chi pensava di poter agire secondo la "legge del numero", il 25 aprile del
1973 (festa della Liberazione!) ponemmo gli aderenti al Gruppo Anarchico di
Trieste di fronte all'evidenza della fine dei rapporti e della forzata
coesistenza negli stessi locali. La separazione non degenerò in scontro
fisico per poco, soprattutto per la presenza di alcuni vecchi compagni del
Germinal che i più esagitati archinovisti minacciarono ma non
aggredirono. (Per un paio d'anni gli archinovisti del GAT gestirono due sedi e
una grande attività, ma nel corso del 1975 si dissolsero tra fughe ed
espulsioni e la storia di questo ibrido di autoritarismo e libertarismo si
chiuse).
In sede le iniziative del Gruppo Germinal si diressero verso l'antimilitarismo
con mostre in piazza e soprattutto organizzando la marcia del 1975, quella
nella quale si consumò la definitiva rottura con i radicali di Pannella
e soci. Via Mazzini 11 era di nuovo insufficiente per ospitare il centinaio di
compagni che realizzarono in pochi giorni un programma alternativo alla marcia
dei radicali che avevano tentato di imporre contenuti assai poco
antimilitaristi come il sindacato di polizia e il movimento democratico degli
ufficiali. La disponibilità di uno spazio ampio permise di organizzare
quattro manifestazioni pubbliche alle quali parteciparono migliaia di persone,
tra cui centinaia di soldati di leva. Fu una risposta all'altezza della
situazione e dimostrò chiaramente che gli anarchici non erano disposti a
svolgere alcun ruolo gregario dei radicali.
In quei giorni di fine luglio attirammo l'attenzione non solo di molti giovani
antimilitaristi, ma anche quella delle istituzioni repressive: oltre che dai
carabinieri e dalla polizia politica, eravamo, senza rendercene conto, nel
mirino dei servizi segreti. Da parte sua la magistratura iniziò a
processare i compagni più attivi e decisi per dimostrare che con
l'esercito non si scherza e per farci abbandonare il ruolo di "guastafeste",
come ci aveva definiti un giudice togato.
Per altre considerazioni rinvio al n. 81 di "Germinal" di imminente uscita. Ora
non posso rievocare le curiose modalità delle frequenti perquisizioni,
di cui peraltro ho perduto il conto, o gli assalti dei fascisti (il più
grave respinto da Umberto nell'agosto del 1970). Voglio solo ricordare che la
sede di via Mazzini 11 ha ospitato non solo attività specifiche (come il
riuscito convegno internazionale "Est, laboratorio di libertà"
dell'aprile 1990), ma anche importanti iniziative locali (1985: contro
l'assassinio dell'autonomo Pedro; 1986: contro la centrale a carbone; 1991:
contro la Guerra del Golfo). Si è così mantenuto uno spazio
aperto ai movimenti autogestiti di base, come avevamo desiderato fare nel
settembre del 1969. Non è un piccolo risultato considerando
l'involuzione, e la dissoluzione, di non poche esperienze nate, come la nostra,
sulla scia del mitico Sessantotto contestatario.
Claudio Venza
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