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Da "Umanità Nova" n.33 del 24 ottobre 1999

Finanza
Giochi dell'OPA e rapine in pieno giorno

Come era facile prevedere, il bluff della scalata a Telecom è durato meno di quattro mesi e la banda di bari che fa capo a Colaninno ha dovuto calare le carte quasi subito. I "capitani coraggiosi" che tanto avevano entusiasmato il capo del governo Massimo D'Alema ed il suo fido Ministro dell'Industria Pierluigi Bersani hanno dovuto svelare il loro gioco. Non è il caso di rimpiangere il "piccolo mondo antico" evocato dal grande sconfitto di questa partita (l'Avvocato più famoso d'Italia, che probabilmente adesso se la ride), ma è patetico pensare che gli autori di quella che il Financial Times ha definito "una rapina in pieno giorno" venivano fino a pochi mesi fa presentati come i sani imprenditori padani finalmente capaci di innovare, aggredire, conquistare, modernizzare le fatiscenti strutture del capitalismo casareccio. Adesso è stato chiarito a tutti che non esiste un piano industriale per Telecom, cioè quattro idee su cosa produrre, quanta gente impiegare, quanti ricavi si intendono ottenere, come reinvestire i profitti. Dietro le manovre di ingegneria finanziaria c'è solo un problema incombente: come far rientrare dei debiti le banche che hanno organizzato e finanziato l'operazione, prime fra tutte Mediobanca e Lehman Brothers. Colaninno è solo la facciata imprenditrice di Cuccia, la sua creatura, un burattino da maneggiare. Esiste una lunga teoria di scatole cinesi e chi sta dietro a tutto questo non è mai stato chiarito fino in fondo. C'è una finanziaria lussemburghese che si chiama Bell posseduta non si sa bene da chi: ci sono Colaninno e Gnutti, la Banca Agricola Mantovana (ora proprietà Monte dei Paschi), e chissà chi altri. Bell possiede il 14% di Olivetti, che ha il 40% di Tecnost, che ha il 52% di Telecom, che ha il 60% di Tim. Telecom e Tim sono due società operative che rendono parecchio, hanno grandi potenzialità d'espansione, sono sane, ricche, piene di utili. Tecnost è una società con un debito enorme (29.000 miliardi) che possiede solo Telecom. In Olivetti ci sono soci che sono entrati dalla parte di Colaninno (gli imprenditori) e soci che sono entrati dalla parte di Mediobanca (i finanzieri). Le azioni sembrano però depositate in mano alle banche, a garanzia dei debiti. Dopo qualche mese dopo l'Opa Colaninno si rende conto di contare assai poco, nonostante quello che va a dire in giro, comprese le audizioni parlamentari. Mediobanca è riuscita di fatto ad entrare in possesso di Telecom, perchè è lei che condiziona pesantemente il management (tradizione cinquantennale, controllare e blindare degli assetti proprietari deboli, tenendoli in ostaggio). L'unico modo di mettere in piedi un piano finanziario credibile per rientrare dal debito (il grosso scade nel 2004) è far arrivare nelle casse di Tecnost più utili possibili, sottraendoli alle società operative. Quindi la manovra elaborata da Mediobanca è la seguente: scorporare Tim da Telecom e assegnarla a Tecnost. In questo modo la gallina dalle uova d'oro (17 milioni di abbonati, 3.000 miliardi di utili l'anno, con soli 8.250 dipendenti) paga i debiti di Tecnost, con un bel risparmio fiscale complessivo, in quanto i profitti Tim compensano gli interessi pagati da Tecnost (Irpeg da pagare: zero). Agli azionisti Telecom (il 48% in fondo non ha aderito all'Opa) viene dato in cambio di Tim un piccolo pacchetto di azioni Tecnost, cioè un bel pacco di carta di una società piena di debiti. A questo punto il problema è: quante azioni Tecnost dare in cambio di Tim? Risposta: poche, perchè altrimenti la quota Olivetti in Tecnost si diluisce troppo e si rischia di esporla a scalate ostili. Quindi Colaninno propone un rapporto di concambio di 1,50/1,65 azioni Tecnost ad ogni possessore di Telecom. Visto che il prezzo di Tecnost è sempre stato considerato gonfiato, equivale a pagare poco una bella società. L'operazione è stata congegnata senza possibilità di recesso: l'azionista Telecom non può scegliere se prendere o lasciare, può solo aderire o vendersi il suo titolo senza aspettare tanto. Una grande massa di risparmiatori, istituzionali e non, ha scelto per la seconda ipotesi: da qui il crollo di tutti i titoli telefonici e i 16.000 miliardi bruciati in un solo giorno.

La banda Colaninno ha dunque inferto un duro colpo alla credibilità internazionale del sistema Italia: il "leveraged buy out", il comprare una società pagandola con i soldi trovati nella cassa della società scalata è vietato dalla legge, eppure tutti lo sapevano e nessuno ha obiettato nulla. Il governo ha attivamente sostenuto la scalata a Telecom, sostenendo che fosse l'unico modo di tenerla in mani italiane, mentre gli assetti proprietari di Telecom non sono affatto stabili e da questa gente ci si può aspettare di tutto.

Quello che viene messo in crisi è però tutta la linea del governo sulla politica industriale, la filosofia cioè dei campioni nazionali. E' noto che la strategia di D'Alema punta alla costituzione di cinque poli importanti, a struttura diversificata, ognuno con dimensioni sufficienti a reggere il passo della concorrenza: Telecom, Eni, Enel, Benetton, Finmeccanica. Questi poli devono basarsi sul concetto di multi-utility, essere presenti cioè su segmenti di mercato diversi, in modo da diversificare le fonti di introito ed allargare il proprio peso specifico. Telecom dovrebbe estendere il proprio raggio d'azione anche all'energia (fusione Montedison-Olivetti). Eni dovrebbe puntare ad un accordo con Totalfina ed Elf-Acquitaine per fare insieme un colosso europeo. Enel è già entrata sul settore televisivo (Tele+), acque (Acquedotti Pugliesi) e telefonia (Wind). Benetton dovrebbe presidiare il settore della grande distribuzione (Autogrill, Autostrade, Aeroporti di Roma). Finmeccanica dovrebbe puntare sull'eccellenza tecnologica con gli accordi con Sgs-Thomson e British Aerospace e con il conferimento di STMicroeletronics (semiconduttori). Un discorso a parte merita il settore finanziario: la difesa di Mediobanca dalle opa ostili della primavera scorsa, il processo di "fusioni controllate" gestito dalla Banca d'Italia, la soluzione salomonica ispirata anche per la recente vicenda Ina-Generali-Sanpaolo Imi, dimostrano che non verranno ammesse rotture degli equilibri in questa fase. La fase di gestazione conseguente alla dissoluzione dell'Iri sta portando alla formazione di cinque grandi complessi industriali ,cui si affiancheranno 4/5 grandi gruppi bancari/finanziari, in grado di competere nell'economia globale.

La vicenda Telecom mette però allo scoperto la strategia del governo: in Italia non ci sono privati in grado o disponibili a tirare fuori i soldi per privatizzare le ex-partecipazioni statali; allo stesso tempo il paese non è ancora pronto per una totale colonizzazione estera. Accade così che la formazione di "noccioli duri" di controllo sia particolarmente ardua (come nel caso di Telecom nel 1997), e renda le aziende scalabili da parte di navi corsare della forza di Colaninno. La imminente privatizzazione di Enel può produrre nel giro di poco tempo una situazione analoga. I 25.000 dipendenti che saranno fatti fuori da qui al 2004 non hanno di che gioire, nonostante la probabile rivalutazione delle azioni comprate a prezzi davvero convenienti. Del resto anche i dipendenti Telecom non conoscono ancora nei dettagli la cura che gli ha riservato Colaninno. Finmeccanica non ha mai smesso di dismettere e licenziare. I bancari, dal canto loro, sono in attesa di vedere decollare il loro fondo per gli esuberi. In conclusione assistiamo al rovesciamento del ruolo dello stato nell'economia: dalle partecipazioni statali nate per gestire direttamente settori dell'economia vitali per importanza strategica o per salvare occupazione e conoscenze di aziende private fallite, alla dismissione di gioielli tecnologici di incontestabile valore economico. Dall'allargamento del peso dello stato, si passa alla sua progressiva auto-dissoluzione nel settore dell'economia. Lo stato resta per fare da soccorso assistenziale all'economia privata con una massa crescente di trasferimenti in conto interessi o in conto capitale. Non cessa di svolgere redistribuzione dai salari ai profitti, ma abbandona qualunque funzione di indirizzo strategico. Intanto partono aumenti delle tariffe che bruciano 5/10 anni di inflazione programmata, mentre sanità e previdenza diventano lucrosi business privati. Parafrasando, si potrebbe dire che si scelgono il menu che gli piace di più...

RENATO STRUMIA
Torino, 16/10/99



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