![]() Da "Umanità Nova" n.36 del 14 novembre 1999 Cecenia in fiamme3 novembre posto di frontiera di Kavkaz (tra Cecenia e Inghuschezia). Dalla parte cecena almeno 15- 20mila persone attendono da giorni che il passaggio sia riaperto dalle guardie di frontiera russe. Secondo numerose testimonianze la colonna dei rifugiati occupa circa 15 chilometri della strada che arriva da Grozny, la capitale della Cecenia da giorni assediata dalle truppe russe e sottoposta a martellanti bombardamenti aerei. Il 23 ottobre le autorità russe avevano chiuso il corridoio dopo che almeno 180mila ceceni si erano riversatii nella piccola repubblica dell'Inghuschezia (140mila abitanti) e solo dal primo novembre avevano ripreso a far passare camion e auto con il contagocce (circa un migliaio di profughi al giorno). Domenica 31 è caduta la prima neve e il freddo comincia a farsi sentire. "Mio marito e i miei tre figli sono bloccati al di là della frontiera - racconta Esava - e da quattro giorni vivono in auto. Perché i russi non li lasciano passare?". Finalmente un autobus riesce ad attraversare la frontiera e una trentina di donne e bambini, visibilmente provati, scendono dal veicolo. Zara, insegnante, spiega che "non si può comprendere ciò che avviene a Grozny. Non c'è più gas, non c'è più elettricità, non c'è più acqua e i bombardamenti sono incessanti colpendo ora una scuola, ora un ospedale, ora un gruppo di case". "Bisogna eliminare un'intera popolazione per sbarazzarsi di qualche terrorista? È necessario impedire ad ogni ragazzo di più di 12 anni e ad ogni adulto di attraversare la frontiera? - grida Magomed - Eltsin vuole la Cecenia senza i ceceni. Basaiev e Khattab (i capi della guerriglia cecena, NdR) sono creazioni del Cremlino: sono amici di Putin (primo ministro russo, NdR) che fa questa guerra per vincere le elezioni". (da "Le Monde" del 4 novembre).
Sarebbe troppo facile spiegare la seconda guerra di Cecenia (la prima si è svolta tra il 1994 e il 1996 ed è terminata con una pesante sconfitta dei russi che hanno lasciato sul campo 12mila loro soldati morti che vanno sommati alle almeno 70mila vittime cecene, in gran parte civili) con l'importanza strategica dell'area. Non si tratta di una guerra delle "pipeline", o almeno, non si tratta solo di petrolio.
Nel luglio 1999, Putin, allora capo dei servizi segreti russi (FSB, l'ex KGB) vola a Grozny per incontrare uno dei capi della guerriglia islamica, Basaiev. Pochi giorni dopo, 7 agosto, i guerriglieri ceceni occupano alcuni villaggi della repubblica federale del Daghestan dando inizio alla seconda guerra di Cecenia. A Mosca cominciano a circolare voci sul possibile rinvio delle elezioni legislative (dicembre '99) e di quelle presidenziali (primavera 2000). Pochi giorni dopo alcuni attentati terroristici sconvolgono Mosca provocando 300 morti. Eltsin e Putin ne approfittano minacciando la proclamazione dello stato di emergenza e lanciando i primi raid aerei contro la Cecenia. Il governo russo lancia una feroce campagna xenofoba contro i ceceni e in generale contro tutti i caucasici (si veda la corrispondenza da Mosca apparsa su UN 31 del 10 ottobre). Così facendo i politicanti che ruotano attorno ad Eltsin creano un facile nemico interno che dovrebbe spingere verso di loro gli elettori russi, sconcertati dalla crisi economica e sociale che attanaglia la Russia. Nonostante gli arresti di massa la polizia non è però mai riuscita ad identificare gli autori delle stragi e molti sostengono che dietro le bombe ci siano i servizi segreti governativi. Intanto i guerriglieri di Basaiev, respinti una prima volta, ritentano a settembre una seconda invasione del Daghestan senza miglior successo: i loro appelli alla guerra santa contro gli infedeli russi cadono nel vuoto e la popolazione locale non li sostiene. Nel giro di pochi giorni le truppe russe riassumono il controllo della situazione e si preparano all'invasione. Intanto a Mosca torna in gioco il potente finanziere Berezovskij, uomo ombra del clan di Eltsin ma sostenitore per le elezioni presidenziali di primavera dell'ex generale Lebed, protagonista della pace del 1996 fra Russia e Cecenia. Secondo la stampa americana, "Berezovskij finanzierebbe i ribelli ceceni" che sono armati "con le più moderne armi in dotazione all'esercito russo". Il primo ottobre circa 90mila soldati russi invadono la Cecenia, violando gli accordi di pace firmati il 23 novembre 1996. In pochi giorni l'esercito russo occupa il nord del paese e si ferma solo alla periferia di Grozny, sottoposta a continui bombardamenti aerei e terrestri che fanno centinaia di vittime fra i civili che fuggono in massa. La catastrofe umanitaria assume dimensioni bibliche, ma gli occidentali non se ne preoccupano più di tanto. Per Clinton si tratta di un affare interno alla Federazione russa (ma perché il Kosovo non era forse una questione interna alla Federazione Jugoslava?); l'Unione Europea minaccia le rituali sanzioni economiche; tedeschi e inglesi "aumentano la pressione diplomatica" su Mosca, ma sono tutti discorsi. Il Caucaso è lontano... La seconda guerra cecena è stata quindi decisa a tavolino, probabilmente in qualche stanza del Cremlino, dove il clan di Eltsin cerca di recuperare credibilità in vista delle elezioni della primavera del 2000.
Dopo aver rappresentato circa il 45% della produzione petrolifera sovietica (anni '40), oggi il petrolio ceceno rappresenta meno dell'1% del totale della produzione russa. Se il Caucaso mantiene un'importanza strategica per lo stato russo è per gli oleodotti che lo attraversano. Anche se l'effettiva importanza dei giacimenti del mar Caspio è tutta da dimostrare rimane il fatto che la Russia ha sempre difeso il principio che la maggior parte di questo petrolio deve transitare per il suo territorio, come ai tempi dell'URSS, passando per l'oleodotto Baku (Azerbadijan) - Novorossik (Russia), rimesso in funzione nel novembre 1997 dopo un accordo con i ceceni. Ma il 17 aprile 1999 è stato aperto un secondo oleodotto, quello che collega Baku con il porto georgiano di Supsa nel mar Nero, che si integra nel sistema di sicurezza dell'Alleanza Atlantica. Con questo oleodotto gli stati interessati (Azerbadijan, Georgia, Ucraina e Moldavia) e i loro finanziatori occidentali hanno aperto una breccia nel monopolio russo. Il 6 novembre i rappresentanti di Turchia, Azerbadijan e Georgia hanno concluso un accordo per la costruzione di un nuovo oleodotto, che porterà il petrolio estratto in Azerbadijan al terminale turco di Cejhan. Il nuovo oleodotto, lungo 2000 chilometri e costosissimo, è stato fermamente voluto dagli americani che desiderano indebolire l'influenza russa sulla regione e hanno cercato di allentare l'opposizione delle compagnie petrolifere coinvolte, scettiche di fronte ad un progetto considerato economicamente molto rischioso (si parla di un costo che va dai 2,4 ai 4 miliardi di dollari!). I russi non sono stati a guardare. Innanzitutto hanno progettato la costruzione di un altro oleodotto, con un percorso simile a quello che attualmente attraversa la Cecenia ma spostato pochi chilometri più a nord, in modo da tagliare fuori la repubblica ribelle. Non a caso le truppe russe hanno occupato solo il nord della Cecenia.
I fondamentalisti islamici caucasici si intendono di dollari molto più che di teologia coranica. Il loro progetto iniziale era quello di costruire una Repubblica federale del Caucaso del Nord: nel novembre 1991 fondarono la Confederazione per il Caucaso (CPC) che riuniva le 16 etnie caucasiche di religione mussulmana che a differenza di azeri, armeni e georgiani non avevano potuto raggiungere l'indipendenza dalla Federazione Russa. L CPC si era impegnata fra il 1992 e il 1993 nel sostenere la lotta della popolazione abkhaza contro la Georgia. Con la fine della guerra abkhaza il progetto di federazione del Caucaso del Nord entra in crisi mentre i capi si riconvertono al fondamentalismo islamico, ritenuto l'unica arma capace di cementare le variegate popolazioni caucasiche. Dopo la vittoria sui russi la Cecenia diviene una Repubblica islamica e introduce la legge coranica. Di fatto molti dei dirigenti ceceni sostengono l'idea di una federazione con il vicino Daghestan che dovrebbe prendere il nome di "imamat". Gli obiettivi sono chiari: mettere le mani sulle ricchezze legate all'esportazione del petrolio estratto dal mar Caspio. Le offerte cecene non attraggono però i daghestani che non sembrano allettati dalla costituzione di una unione con i ceceni che al massimo significherebbe una semplice ridistribuzione della... povertà. Come dimostra il fallimento della campagna di settembre la maggior parte della popolazione del Daghestan è contraria alla secessione alla Russia e l'assassinio da parte di musulmani radicali di Said-Mohammad Abubakarov, popolare e filorusso mufti del Daghestan, avvenuta all'inizio del 1999, non ha certamente rafforzato la corrente procecena.
Nessuno oggi è in grado di prevedere gli sviluppi della situazione. I bombardamenti russi continuano a distruggere e a uccidere, mentre centinaia di migliaia di persone sono fuggite dalle loro case. Solo il cinismo delle cancellerie occidentali può giustificare l'indifferenza dell'opinione pubblica mondiale di fronte alla carneficina. Sul versante russo le cose non vanno meglio: è almeno dal 1990 che l'organizzazione delle madri dei soldati denuncia i maltrattamenti, i crimini camuffati da suicidi, le perversità e l'abitudine degli ufficiali di costringere i loro subalterni a lavorare nei cantieri a rischio delle centrali nucleari. Su entrambi i fronti dunque, i signori della guerra trionfano in nome dell'internazionale che unisce i poteri politico-mafiosi. M. Baldassarri
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