![]() Da "Umanità Nova" n.40 del 12 dicembre 1999 Guerra e tecnologiaLa rinnovata funzione che gli apparati militari degli stati occidentali si stanno trovando ad esercitare in questa fine millennio e il desiderio di ottenere un consenso che gli è necessario, li induce a presentarsi con una serie di caratteristiche tali da indurre accettazione quando non vera e propria fascinazione nel pubblico. Abbiamo letto con un certo stupore su UN del 7 novembre scorso l'articolo sul fumetto pro-militarista pubblicato a cura delle nostre beneamate forze armate. In tale fumetto, nel tentativo di rendere appetibile il mestiere (mestiere?) di militare, uno degli aspetti che veniva sottolineato era la possibilità di ingresso in una professione ad alto contenuto tecnologico. In un'epoca nella quale tutto quanto viene associato alla parola "tecnologia" si trova immediatamente rivestito di un carattere acriticamente positivo, il discorso sulle ricadute positive che la ricerca scientifica militare avrebbe anche sulla vita civile non è nuovo: tanto per fare solo un esempio, quante volte ci è stato ricordato che la "mamma" di Internet altri non è che Arpanet, ossia un sistema informativo nato in ambiti militari? Il problema è che spesso - anche in ambienti libertari - si tende ad usare questi argomenti per tessere l'elogio di un improbabile "ritorno alla naturalità" dal nostro punto di vista assolutamente non auspicabile, oltreché impossibile. E anche l'equivalenza tra natura e scienza ambedue ugualmente "matrigne" non regge, perché occulta il fatto che la tecnica è di per se un medium assolutamente neutro, e proprio per questo piegabile tanto a scopi oppressivi quanto emancipativi. Piuttosto, per quanto riguarda le ricerche militari e le loro ricadute positive, sarebbe da far rilevare con chiarezza il delirio di un sistema che investe così tanta parte delle sue risorse nella progettazione e produzione di sistemi distruttivi che solo dopo anni potranno essere riconvertiti ad usi civili, quando invece immediatamente si potrebbe lavorare a progetti più seri. Sempre su guerra e tecnologia: sta passando abbastanza pianamente in questo periodo una mitologia assolutamente dannosa, ossia quella della guerra pulita. E la guerra starebbe man mano diventando "pulita" proprio grazie all'apporto della tecnologia. Si tratta di un mito profondamente ipocrita perché se ci si chiede cosa si intenda con "pulita" si deve concludere che si voglia dire che - grazie all'utilizzo di un apparato militar-tecnologico assolutamente soverchiante - in una guerra tipo quella combattuta contro l'Iraq o contro la Serbia non muoiono i "nostri" ma solo i "loro". Tra l'altro è opportuno aprire una parentesi su un curioso slittamento semantico che si sta verificando sui nostri mezzi di informazione: le nostre guerre sempre più spesso vengono corredate di aggettivi che le abbelliscono o quantomeno le rendono più accettabili (tipo umanitarie), mentre le altre vengono immediatamente riportate alla loro naturale brutalità e bestialità da graziosi suffissi come etniche o addirittura tribali. Quasi che l'effetto di un machete arrugginito su un bambino ruandese sia diverso e peggiore di quello di una cluster bomb su un suo pari serbo. Ma gli effetti sulle persone delle armi ad alto contenuto tecnologico - magari prodotte nella linda fabbrichetta proprio di fianco a casa nostra - raramente vengono mostrati nel telegiornale delle venti e trenta, o se viene fatto manca quasi sempre quell'anello di collegamento che sarebbe necessario alla produzione di indignazione, dissenso e magari protesta nell'opinione pubblica. Tempo fa ho visto un semplice servizio fotografico quasi senza commento scritto che mostrava su un lato della pagina l'arma in questione e sull'altro l'effetto devastante che produce su un corpo umano, e resto dell'idea che fosse immensamente più efficace di mille discorsi moralisti corredati magari di sincere lacrime di coccodrillo. Invece quelle che vengono usualmente mostrate (e qui si potrebbe aprire tutto un discorso sulla funzionalità dell'informazione contemporanea all'interno del discorso "guerra e tecnologia") sono le nostre pulite guerre virtuali - virtuali perché pulite quando non addirittura pulite perché virtuali, ulteriore slittamento ben rappresentato ad esempio nel film Sesso e potere - e le altre guerre sporche, corredate da tutto il loro carico di corpi orrendamente mutilati gettati in fosse comuni. Ma quale rete televisiva nostrana ha avuto il coraggio di mostrare al grande pubblico il documentario sulla "Sindrome del Golfo" che ormai da un annetto è costretto a circolare quasi in maniera clandestina all'interno di ristretti circoli di compagni? Rinaldo
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