![]() Da "Umanità Nova" n.3 del 30 gennaio 2000 Benetton: tutti i colori del liberismo
Pur essendo ormai abituati al peggio, la lettera risentita di Oliviero Toscani in difesa dell'immagine del suo padrone Benetton ("Il Manifesto", 16 gennaio), è una di quelle cose che provocano una tale avversione che non si può tacere. Il noto fotografo, pubblicitario ed esperto di marketing del gruppo economico trevigiano per rispondere alle tiepide critiche rivolte dal "quotidiano comunista" allo sfruttamento per fini commerciali delle diagrazie dell'umanità, è giunto a scrivere che "sono i condannati a morte, gli handicappati, i sieropositivi che hanno bisogno della notorietà del marchio Benetton, (e forse molte altre industrie se accettassero) per gridare al mondo intero la loro ingiusta condizione di emarginati dal mondo civile". Molto ci sarebbe da obbiettare sulle logiche che regolano la cosiddetta informazione e, in particolare, riguardo la presunta efficacia comunicativa di certa pubblicità "umanitaria", ma quello che veramente lascia allibiti è la sfrontatezza nel difendere la multinazionale Benetton, ossia una delle cause dirette del dolore e delle ingiustizie sociali in mezzo mondo. Se sono abbastanza noti il caso dello sfruttamento al nero della manodopera minorile in un'impresa turca sub-fornitrice per Benetton, denunciato dai sindacati turchi nell'ottobre del '98, e la chiusura nel '92 della fabbrica francese di Chalons en Champagne, dove erano state introdotte le 35 ore settimanali, rimangono invece misconosciuti i misfatti compiuti in Argentina e per questo non è inutile ricordarli a beneficio di tutti coloro che si lasciano ancora ingannare dalla pubblicità "multirazziale" della Benetton.
Verde oliva o verde Benetton? Il 25 febbraio 1997 il quotidiano argentino "Clarin" dava la notizia di un'indagine aperta a Buenos Aires: "Il giudice federale sta investigando sulla presunta deviazione del fiume che scorre per le proprietà del gruppo Benetton in Patagonia". Luogo del reato era uno degli otto feudi (circa 900 mila ettari) che il gruppo di Treviso possiede in Patagonia e l'accusa riguardava la deviazione, tutt'altro che presunta, del Rio Chubul al fine di migliorare il pascolo delle greggi "merinos" di Benetton utilizzate per produrre la lana usata per capi d'abbigliamento venduti in tutto il mondo. Tale deviazione se ha potuto in qualche modo favorire il pascolo delle 330 mila pecore del padrone italiano, ha altresì causato gravissime conseguenze per l'equilibrio ecologico ed antropico del territorio de "El Maitín", a danno in primo luogo delle locali popolazioni a cui stato negato anche un equo indennizzo ed è stato persino probito l'accesso al fiume per la pesca. Ma i crimini "de los italianos" non si limitano a questo latifondo: gli emissari di Benetton con la complicità del governo hanno preso possesso dei territori da sempre abitati dalla comunità india "Vuelta del Rìo", in località Colonia Cushamen; la Benetton ha comprato 600 mila ettari di terreno che attraversano, tra le altre, la provincia di Santa Cruz, dove vivono le comunità dei Mapuche e dei Tehuelche, deportati e costretti a vivere in una striscia di terra chiamata "Reserva de la compañia Benetton", dove è loro impossibile allevare le proprie pecore ed altri animali, loro principale fonte di sostentamento. L'organizzazione Mapuche-Telhuece "11 de octubre" ha denunciato inoltre che i membri della loro comunità vengono quindi utilizzati dalla Benetton come manodopera a basso costo: 200 dollari al mese, per turni di lavoro che iniziano al sorgere del sole e terminano quando scendono le tenebre, il tutto con la complicità delle autorità governative. D'estate non è infrequente la siccità e allora, l'accesso alle acque del Rio Lepa che rappresenta l'unica risorsa di vita è impedito dalla Benetton con recinzioni e filo spinato. "Verde oliva o verde Benetton?", si chiedono quelli della "11 de Octubre", riferendosi da un lato ai giochi di guerra dell'esercito argentino nei loro territori e dall'altro alle angherie della Benetton. Nel solo 1996 furono realizzati più di 210 contratti di vendita per migliaia di ettari nelle 5 provincie che formano la Patagonia; oltre al quasi-milione di ettari dell'impero Benetton, 5 mila ettari appartengono a Ted Turner, inventore della CNN, mentre altri 8 mila sono di proprietà di Charles Lewis, co-proprietario di "Planet Hollywood".
La globalizzazione dal volto umano Da sempre le campagne pubblicitarie orchestrate da Oliviero Toscani per Benetton sono risultate in grado di far parlare di sé, giocando su provocazioni estreme, ma raramente anche i suoi critici più severi ne hanno colto la complessità culturale e soprattutto economica, in grado di mobilitare sinergie impressionanti, come quella con la Tim o la Procter & Gamble, la multinazionale dei detersivi ritenuta tra i maggiori responsabili dell'inquinamento mondiale. Ancora una volta però l'immagine da veicolare nei confronti di un pubblico soprattutto giovanile deve essere un altro, modernamente progressista, che ben si sposa col finto casual-alternativo che propongono le sue vetrine. In questo senso si spiega quindi come in un recente catalogo Benetton, con le immancabili foto di Toscani, vi era in apertura un racconto della Tamaro, simbolo "buonista" dell'Italia che si commuove, oppure come un più che compiacente giornalista de "la Repubblica" è giunto a definire Benetton come "la globalizzazione dal volto umano", mentre il centro sociale Rivolta (?) di Mestre è stato acquistato e legalizzato dal Comune di Venezia, grazie anche alla "sponsorizzazione" della Fondazione Benetton (costo dell'operazione un miliardo e 700 milioni). Nonostante l'immagine color rosa sinistrese, Benetton in realtà è uno specialista in furbizie non diverse da quelle di un Berlusconi o di un Agnelli, come dimostra la sua capacità nello sfruttare in Italia l'ondata delle privatizzazioni che si sono rivelate nient'altro che il trasferimento-dono delle aziende pubbliche dallo Stato ai soliti noti del capitalismo nostrano; in particolare, Benetton si è aggiudicato la rete Autogrill e la tenuta di Maccarese -proprietà IRI- a Fiumicino dove potrebbe sorgere la quarta pista dell'aeroporto omonimo, in considerazione anche del fatto che Benetton ha una partecipazione nella società "Aeroporti di Roma". La globalizzazione è un fenomeno sorprendente e così, a fianco della produzione portata all'estero dove la manodopera costa una miseria ed è senza tutela sindacale, succede che talvolta i neo-liberisti di casa nostra scoprono che anche in Italia si può fare la stessa cosa; Benetton ha così decentrato parte della sua produzione in Sicilia, dove sviluppa i propri margini di profitto grazie ad una rete di piccole-medie ditte in cui, senza bisogno d'aspettare i referendum radicali, centinaia di operaie lavorano già in condizioni di sfruttamento e di ricatto più volte oggetto di denunce e di inchieste, analoghe per sorte a quelle intentate dai Mapuche. Altra Informazione
|