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Da "Umanità Nova" n.4 del 6 febbraio 2000

Letture

Paola Ghione, Marco Grispigni (a cura di) Giovani prima della rivolta, Manifestolibri, Roma, 1998, pp. 252, lire 28.000.


Il compagno Jules Elysard sul numero del 20 dicembre del 1998 di questo giornale rilevava correttamente che il movimento del '68 non è nato solo dentro le aule universitarie e non si è limitato alla sola critica del sapere borghese e accademico: esso ha investito con la sua azione dirompente tutti gli aspetti della società, da quelli economici, a quelli sociali, culturali e, perché no, esistenziali. Il libro in questione vuole appunto soffermarsi su un aspetto non sempre valorizzato dei movimenti che, in questo caso, hanno preceduto la rivolta vera e propria degli studenti. Si tratta di riprendere e di valorizzare la dimensione generazionale del movimento, intesa, in parole semplici, come il conflitto che nell'Italia degli anni Sessanta si manifesta tra i giovani e gli adulti. Un conflitto che si manifesta ad esempio nell'ambito culturale, antropologico, di costume (capelli lunghi, rifiuto della giacca e della cravatta, minigonna, jeans stretti e stinti, stivaletti col tacco alto), che esprime comportamenti "devianti" rispetto alla norma sociale consolidata e accettata, un senso di disagio esistenziale, una difficoltà crescente di rapporto tra i giovani e il mondo dei "matusa". Ne sono espressione riviste di largo consumo fatte apposta per i giovani, Ciao Amici, Big (quest'ultima con una tiratura di 400/500 mila copie), le "canzonette di quel periodo cantate dai Nomadi (Come potete giudicar, Dio è morto, Io vagabondo) dai Rokes (Che colpa abbiamo noi, Piangi con me) e da tanti altri gruppi beat che imperversano nell'Italia del pre sessantotto denunciando il pericolo dell'atomica (Proposta e La bomba dei Giganti), della guerra in genere (La guerra di Piero di Fabrizio De Andrè) e di quella del Vietnam (C'era un ragazzo, di Gianni Morandi). Canzoni che rivelano un disagio sociale presente anche tra i giovani di classi differenti (Sono un ragazzo di strada dei Corvi) o esprimono i primi sintomi di ribellione delle donne al conformismo maschilista imperante (Nessuno mi può giudicare di Caterina Caselli).

Tutto questo universo che contamina i giovani italiani "prima della rivolta" è l'oggetto di studio a più mani di questo libro che ha il merito di proporre e di coniugare la dimensione più propriamente politica e di classe della rivolta con quella generazionale, esistenziale, di mentalità e dei costumi. In merito ritengo vada anche letto il libro uscito nel 1997 dal titolo I capelloni. Mondo Beat, 1966-1967 storia, immagini, documenti (Castelvecchi), il quale raccoglie tutti i numeri della rivista Mondo Beat, espressione del "movimento dei capelloni" che risiedevano a Milano. Il primo numero del 15 novembre 1966 venne stampato a ciclostile nella sezione anarchica milanese intitolata a Sacco e Vanzetti con l'aiuto tecnico di Giuseppe Pinelli.

Dalle pagine della rivista emergono quelle che furono le tematiche del movimento beat: pacifismo, antimilitarismo, rivendicazione del diritto all'obiezione di coscienza, richiesta di riconoscimento dei diritti civili quali divorzio, pillola, aborto, libero amore, critica della famiglia, della scuola e di tutte le istituzioni in genere per il loro autoritarismo, critica della politica partitica, esaltazione della partecipazione diretta e non delegata, proposta di esperienze di vita comunitaria e di gruppo, esaltazione della cultura del viaggio, di una sorta di nomadismo alla ricerca di nuove esperienze e nuove dimensioni di vita che fanno sentire questi giovani cittadini del mondo, ripresa e interesse per il misticismo e le filosofie orientali, denuncia della società capitalistica, del consumismo, rivolta contro quegli stereotipi sociologici che all'epoca presentavano la giovani come la "gioventù delle 3 M, moglie-mestiere-macchina, introduzione di una dimensione esistenziale, personale, individuale quale punto di partenza per analizzare i ruoli sociali, le funzioni e l'intero sistema sociale; partire da sé, dal proprio vissuto, come si dirà in seguito, cambiare prima di tutto se stessi se si vuole davvero cambiare la società. Il modello di società di cui genericamente è portatrice la cultura beat è alternativo ma parallelo a quello dominante. L'obiettivo non è tanto quello di uno scontro frontale col potere e con le istituzioni dominanti, quanto quello di instaurare una comunità alternativa, un modo diverso di vivere, capace di insediarsi sul territorio, seguendo le inclinazioni umane e sociali degli individui. Una strategia che mira a liberare dall'interno la società, sottraendo progressivamente "territori" al "nemico", insediandovi nuove comunità di individui e nuovi rapporti sociali e personali tra i soggetti.

Diego Giachetti



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