Da "Umanità Nova" n.6 del 20 febbraio 2000
Dibattito
Natura del capitalismo
L'opinione maggioritaria all'interno del movimento operaio internazionale ha
ipotizzato da sempre che il modo di produzione capitalistico fosse un modo di
produzione soggetto necessariamente a un limite inscritto nella propria natura,
che avrebbe comportato il suo superamento proprio a causa dell'impetuoso
progredire dello sviluppo generato dallo stesso modo di produzione. La
costruzione marxiana, quella che più coerentemente ipotizzava questo
percorso, vedeva nella progressiva contraddizione tra lo sviluppo delle forze
produttive e le relazioni sociali che a quello sviluppo avevano dato inizio, il
motore del necessario superamento del modo di produzione.
Secondo questo modello, quindi, il modo di produzione capitalistico sarebbe un
modo di produzione caratterizzato da una linearità progressiva di tipo
accrescitivo, e da una necessaria limitatezza del suo sviluppo. Il capitalismo
potrebbe essere rappresentato come un organismo vivente in sviluppo che
dovrebbe trovare il proprio limite nella sua stessa capacità di
svilupparsi.
Il movimento operaio erediterebbe quindi il mondo in modo necessario, sarebbe
destinato ad essere il becchino di quello stesso modo di produzione che, nel
corso del suo sviluppo, lo aveva prodotto.
Al termine della storia del movimento operaio novecentesco, crollata la base
teorica della sua componente marxista, maggioritaria ed egemone nel corso di
gran parte della sua storia, diventa necessario tirare le conseguenze teoriche
della sua sconfitta; sconfitta che non si è limitata alla componente
marxista ma è stata generalizzata alla totalità dell'antagonismo
anticapitalistico.
Il modo di produzione capitalistico si è dimostrato più forte dei
suoi antagonisti proprio perché le sue caratteristiche intrinseche gli
hanno permesso di utilizzare le proprie crisi per rigenerarsi e dare il via a
nuovi cicli di accumulazione. Esso, sostanzialmente non ha trovato il proprio
limite nel suo stesso sviluppo; per quanto riguarda il suo antagonista
secolare, questo è stato integrato in modo subalterno all'interno degli
stessi meccanismi di riproduzione del legame sociale capitalistico.
La natura profonda di questo modo di produzione si è dimostrata ben
diversa da quella analizzata dai suoi critici; per quanto mi riguarda, sulla
scorta dell'esperienza di questo secolo, e degli studi effettuati da
ricercatori come Giovanni Arrighi sullo sviluppo del modo di produzione dai
suoi primi passi nelle signorie rinascimentali italiane del Quattrocento ad
oggi, penso si possa ipotizzare che la natura profonda di questo modo di
produzione sia la potenziale illimitatezza e la ciclicità.
Potenziale illimitatezza che nasce dal fatto di procedere riformando
continuamente sé stesso, le classi coinvolte nel suo processo di
sviluppo e le modalità di produzione del profitto. Se è vero,
come è vero, che le fasi di sviluppo commerciale o produttivo trovano
sempre necessariamente un limite al proprio progredire nella caduta, nel
volgere di un periodo di tempo più o meno lungo, delle
possibilità di ottenere profitti significativi, è altrettanto
vero che al termine di queste fasi di sviluppo non seguono fasi di crollo
produttivo e sociale ma fasi di predominio di quegli agenti imprenditoriali
capaci di reinvestire massicciamente i propri capitali nel "gioco" finanziario.
Alla perdita di profittabilità dell'investimento produttivo e
commerciale, non segue quindi una fase di stagnazione del modo di produzione e
l'avvio del suo superamento, ma lo spostamento del terreno del profitto dalla
produzione alla finanza. I periodi di predominio finanziario, inoltre,
preparano il terreno, attraverso lo smantellamento del precedente potenziale
produttivo, per l'avvio di una nuova fase di espansione produttiva che
troverà a questo punto un terreno reso in questo modo vergine.
Ovviamente i passaggi da una fase all'altra non sono pacifici, ma anzi segnati
necessariamente da una forte competizione tra gli agglomerati capitalistici e
tra gli agenti politico-statali ai quali i primi fanno riferimento. Fin dal
Cinquecento i momenti di passaggio da una fase all'altra hanno prodotto un
rafforzamento della competizione intercapitalistica che è sempre
sfociata nel ricorso al confronto militare allo scopo di imporre il predominio
dei propri capitali nelle strategie di avvio di un nuovo ciclo di espansione
produttivo-commerciale.
Quest'ultimo dato ci rimanda ad un'altra delle costanti della storia
capitalistica, ossia la profonda compenetrazione tra le strutture
imprenditoriali e quelle politico-statali. Dal punto di vista della storia del
modo di produzione capitalistico, stato e imprenditoria capitalistica sono
necessari gli uni agli altri, tanto che si può tranquillamente affermare
che lo stato moderno può esistere grazie all'incessante flusso di
capitali in cerca di allocazione nelle fasi di stagnazione produttiva e
commerciale, e che gli agenti imprenditoriali hanno potuto riprodurre sé
stessi (e, con loro, il modo di produzione) grazie all'esistenza di un apparato
in espansione, come quello dei moderni stati in formazione, che garantiva alte
remunerazioni per i capitali investiti.
La profonda compenetrazione tra stato e capitale, ci rimanda d'altro canto a
un'altra questione fondamentale, ossia l'impossibilità di sviluppare
ipotesi politiche anticapitalistiche che non tengano conto della profonda
interpenetrazione tra le due strutture. In altre parole la macchina
capitalistica non può essere fermata senza bloccare quella statale. La
stessa Rivoluzione d'Ottobre, che pure costruì un regime agli antipodi
del comunismo libertario, bloccò di fatto lo sviluppo capitalistico
della Russia, sostituendolo con un'economia improduttiva e disorganizzata, che
però era ben diversa da quella di un paese capitalistico. Durante la
Rivoluzione Spagnola, la strategia della CNT di permettere la sopravvivenza del
potere statale della Repubblica sviluppando nel contempo le autonomie sociali
del proletariato, condusse alla sopraffazione di queste ultime da parte dei
gruppi borghesi e del PC spagnolo che avevano saldamente preso il controllo
dello stato.
L'altra caratteristica fondamentale del modo di produzione capitalistico
è la sua ciclicità, ovverosia il ripresentarsi nella storia
capitalistica di forme di accumulazione, composizione (tanto del capitale
quanto delle classi subalterne e più in generale della formazione
sociale), simili ad altre già viste nella storia del capitalismo.
Non si tratta qui di teorizzare una sorta di "eterno ritorno" capitalistico,
quanto di notare come determinati fenomeni di scomposizione e ricomposizione
sociale, spesso analizzati come assolutamente nuovi, siano in realtà
l'espressione -adeguata ai tempi- di fenomeni tipici di una delle due fasi
(prevalenza produttiva o prevalenza finanziaria) del modo di produzione
capitalistico.
Giovanni Arrighi nel suo ultimo testo (Il lungo XX secolo) analizzava le
similitudini tra la fase di prevalenza finanziaria della seconda metà
del `400 e quella odierna, dimostrando che fenomeni come la globalizzazione
finanziaria, il trasferimento di produzioni ad alta intensità di lavoro
e perfino il finanziamento a fondo perduto di mastodontiche opere artistiche
fossero caratteristiche comuni delle due epoche storiche, ovviamente con le
differenze dovute al minor potenziale tecnico (soprattutto per quanto riguarda
le potenzialità di trasporto e collegamento), per cui le Albania e
Romania dell'epoca verso cui indirizzare le produzioni destinate al mercato
allargato dell'epoca (i panni di lana) erano l'Inghilterra e la Castiglia.
La ciclicità capitalistica è evidente, d'altronde, ad un'attenta
lettura dei fenomeni storici legati allo sviluppo del modo di produzione: la
nascita e la prosperità delle prime isole di produzione capitalistica
nell'Italia settentrionale del 1300-1400 viene interrotta dall'accresciuta
concorrenza sulle produzioni principali e sulle rotte commerciali dell'epoca;
concorrenza che abbatte il margine di profitto delle élite
capitalistiche delle repubbliche del Nord Italia; queste ultime, in parte si
rifeudalizzano, ma in parte consistente si trasformano nelle finanziatrici del
seguente ciclo di accumulazione basato sull'espansione degli imperi coloniali
spagnolo e portoghese. I banchieri di questo sviluppo saranno, non a caso, i
genovesi, tagliati fuori dal commercio internazionale del momento, ma muniti di
un'ampia disponibilità di capitali mobili senza alcuna allocazione.
Non diversamente saranno proprio i capitali mossi da questo ciclo di
accumulazione e le rotte commerciali utilizzate in quel periodo la base per il
successivo ciclo a base territoriale olandese. Analogamente accadrà nel
1700 quando il testimone del paese-guida capitalistico passerà alla Gran
Bretagna, e nel corso di questo secolo quando l'economia-mondo si
troverà ad avere una guida d'Oltreatlantico.
Naturalmente non mi sfuggono le differenze tra i vari cicli di accumulazione,
differenze legate sostanzialmente allo sviluppo tecnico e scientifico che ha
permesso una sempre maggiore penetrazione delle reti di valorizzazione
capitalistica nell'intero pianeta, ma quello che mi preme è la
constatazione della profonda similitudine dei processi di base
dell'accumulazione capitalistica nel corso dei secoli.
Allo stesso modo e con modalità simili il modo di produzione
capitalistico produce e distrugge gli agglomerati sociali sui quali si basa il
suo sviluppo. Nessuna classe sociale coinvolta nella produzione capitalistica
resta uguale a se stessa nel corso del tempo. Le classi nobiliari del primo
capitalismo hanno lasciato spazio prima alle borghesie commerciali e poi a
quelle industriali, fino all'attuale management imprenditoriale e finanziario;
le classi dominate analogamente sono strutturalmente mutate nel corso dei
secoli, e non diversamente questo è avvenuto per le classi medie che,
ben lungi dallo scomparire, sono più volte ricomparse sotto nuove
fattezze.
Questi mutamenti hanno continuamente spostato il confine del conflitto tra
capitale e lavoro, rendendo spesso inintelligibile per i vecchi dominati il
conflitto messo in atto dai nuovi; questo dato, inoltre, se accettato, mette in
discussione ogni discorso essenzialista sulle classi, risultando queste ultime
il prodotto delle fasi di sviluppo capitalistico, più che un dato
acquisito una volta per tutte all'interno del modo di produzione.
Esiste però una specificità del modo di produzione capitalistico
nel rapporto dominanti-dominati, ossia la capacità specifica di questo
modo di produzione di integrare al proprio interno le classi subordinate,
sostituendo al mero dominio fondato sulla divisione sociale del lavoro (che
permetteva alle classi subordinate di mantenere una propria vita autonoma,
propria cultura, propria organizzazione della riproduzione di se stesse) un
modello di sfruttamento basato sulla divisione sia tecnica che sociale del
lavoro all'interno di un meccanismo produttivo più complesso all'interno
del quale le classi subordinate vengono integrate, perdendo così tanto
in autonomia quanto in padronanza dell'intera produzione.
In altri termini il contadino e l'artigiano che si ribellavano ai propri
dominatori potevano prefigurare un modello produttivo che avrebbe potuto
funzionare anche senza questi ultimi dal momento che possedevano la padronanza
assoluta sui propri mezzi produttivi, la classe operaia del Novecento no, dal
momento che mezzi produttivi, organizzazione della produzione e fini ultimi di
questa sono sempre stati saldamente in mano al management imprenditoriale.
Questo punto ha una notevole conseguenza sull'agire anticapitalistico: se la
classe operaia non possiede la padronanza necessaria sulla produzione per
gestire l'insieme della produzione sociale necessaria, ne deriva
l'impossibilità di ipotizzarne la centralità in un processo di
possibile superamento di questo modo di produzione; non si deve però
pensare che con facili processi di sostituzione della centralità si
risolva il problema, dal momento che la parcellizzazione produttiva
capitalistica impedisce la padronanza complessiva del processo produttivo a
qualsiasi agglomerato di subordinati preso a se stante.
Giacomo Catrame
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