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Da "Umanità Nova" n.7 del 27 febbraio 2000

Dibattito
Le rotture praticabili. Riduzione d'orario o reddito di cittadinanza?

Nelle pagine dei numeri scorsi di UN si è sviluppato un interessante e acuto dibattito sui temi attuali del mondo del lavoro, tra cui il doppio binario strategico di una riduzione delle ore lavorative a parità di salario (riduzione non certo equiparabile alle 35 ore, ma assestabile a un monte radicale di 20 settimanali, come indicano alcuni autori, Revelli tra gli altri), oppure dalla conquista di un reddito di cittadinanza, che garantisce un minimo non irrilevante per ogni nato al mondo, pardon alla nazione che adottasse questo provvedimento, indipendentemente dal lavoro prestato.

Entrambe le ipotesi presentano un alto tasso di conflittualità contingente, sebbene molti compagni ritengano che il reddito di cittadinanza significhi un mero assegno di assistenza/dipendenza dallo stato, ottenuto per via pacifica, riformista, socialdemocratica, come se riorientare una politica redistributiva sia una politica esente dalla conflittualità non solo endogena alle rappresentanze parlamentari. Sono dell'avviso, invece, che sia contrattare in senso lato riduzione degli orari con i datori di lavoro (in una cornice tipica), sia disputare assegni di cittadinanza con i governi costituisca una azione conflittuale con controparti diverse. Del resto, chi sostiene l'efficacia dell'intervento economico pubblico dello stato a favore dell'istruzione (di stato o pubblica, questa è un'altra polemica...) o degli istituti previdenziali e assistenziali (pensioni e cassaintegrazione, ad esempio) e contro la privatizzazione delle risorse fiscali drenate, si integra perfettamente con una conflittualità sull'uso delle risorse pubbliche. Un assegno da 500 euro al mese - equivalente al milione del famoso signor Bonaventura - a ciascun cittadino, al di qua dell'ingresso o meno nella sfera (infernale) del lavoro salariato, rappresenterebbe il godimento di una prestazione statale come può essere l'investimento pubblico nella sanità o nell'istruzione, che oggi diamo tanto per scontato (non è "naturale" ed è stato frutto di lotte operaie "socialdemocratizzate" dal compromesso fordista) da "rivendicarlo" (correggendo) come elemento di conflittualità politica intorno alle garanzie contro chi intende trasferire poteri e risorse dal pubblico statale al privato difeso statualmente (operazione di sostituzione al potere, non di trasformazione qualitativa). E siccome questa pubblicizzazione statale è eredità di lotte capitalizzate dal riformismo socialdemocratico, non mi meraviglierei che altre lotte conducano, stante i rapporti di forza attuali, all'affermazione di un reddito di cittadinanza, che semmai presenta due fattori di novità, uno positivo e uno negativo, da ribadire.

Il primo è che si sgancia la riproduzione sociale dal lavoro (sia pure parzialmente), secolarizzando l'attività umana dalla cappa oppressiva della fatica del lavoro di biblica memoria (dopo la cacciata dall'eden, "partorirai con dolore"...). Il secondo è che si accentua la dipendenza non tanto economica (il reddito ottenuto dallo stato sotto forma di salario o di assegno equivale al reddito ottenuto dal lavoro salariato sotto padroni: sempre dipendenza è), quanto politica, poiché lega ulteriormente l'individuo all'appartenenza simbolica allo stato, unico titolare della certificazione di cittadinanza. E in società in cui le quote di non cittadini residenti (che magari sono pure soggetti tassati) vanno elevandosi, questa proposta così aggettivata può ritorcersi contro le buone intenzioni solidali e interculturali, giacché il criterio di cittadinanza è giocoforza proprietario, quindi esclusivo/inclusivo.

D'altro canto, la prospettiva strategica della riduzione del tempo di lavoro necessario a parità di salario confligge con compatibilità sistemiche di altro ordine (più economico-contabile che politico), non evocando alcuna rottura sul registro della contrattazione reciprocamente legittimante e della qualità dell'attività di lavoro quale fonte della riproduzione sociale: il lavoro è "servitù" necessaria, non creatività autoregolata e collettiva, a prescindere dal progresso innegabile dal feudalesimo alla salarizzazione della prestazione d'opera.

Sotto tale rilievo, i sostenitori della proposta avrebbero da curare maggiormente non solo aspetti teorico-ideologici, che successivamente prenderemo in considerazione, anche se non hanno incisività sul piano contingente della conflittualità sociale, quanto profili legati all'idea di sviluppo al cui interno orari e produttività osservati sui contenuti d'opera vanno a calarsi; oltre naturalmente ad argomentare il nesso tra riduzione di orari, monte salari inalterato, e soluzione del problema inoccupativo (sempre che la soluzione alla disoccupazione sia l'ingresso nel mondo del lavoro a vario titolo, precario, in nero, interinale, part time, autonomo di seconda generazione, ossia soluzioni di dipendenza salariale, e non invece soluzioni sul versante del reddito, eventualmente cumulabile con le figure atipiche di lavoro che però non sarebbero ossessivamente totalizzanti, quindi incitanti alla concorrenza al ribasso e all'autosfruttamento sotto ricatto esistenziale, quanto aspetto complementare e transitorio, instabile, poco domabile alla disciplina del lavoro).

Infatti le statistiche ci indicano come, in questi ultimi decenni, nel mondo occidentale, a fronte di una crescita di produttività, globale e per addetto, sui luoghi di lavoro che hanno trainato una sia pure moderata crescita complessiva degli indicatori economici dei paesi ricchi, si sia verificata una anomalia statistica e storica dai tempi del XIX sino a Keynes, e cioè la diminuzione dell'occupazione. È ovvio che ciò è plausibile perché il piano produttivo ha bucato le frontiere nazionali per saturare di sé l'intero pianeta: valorizzazione diretta del sapere, tecnologie e delocalizzazione spiegano il divorzio tra crescita e occupazione. Allora ridurre orari di lavoro è quanto in pratica già accade sul monte complessivo localmente considerato (ossia sul territorio di uno stato nazionale ricco) perché chi ha perso il lavoro e non lo ritrova e chi non accede al mercato del lavoro hanno visto una secca riduzione dell'orario nel monte complessivo, oltre che singolarmente considerato (e ciò sia detto senza ironia). In compenso, chi è "fortunato" di esservi ancora integrato magari lavora di più, sia in ore che in pluralità di tipi di attività collaterali, per raggiungere a malapena il medesimo reddito che prima otteneva con una sola prestazione d'opera salariata (è il caso Usa). Per non parlare, infine, della valorizzazione della formazione e dei saperi acquisiti anteriormente all'ingresso nel mondo del lavoro, che oggi però intervengono direttamente nel processo di produzione e di estorsione del pluslavoro, sempre più simile ad una sorta di lavoro ante litteram.

Come uscire dal dilemma? Indubbiamente acquisendo dati che ci facciano ragionare a partire non da opzioni sloganistiche ma da trend e realtà globali dalle quali operare le analisi locali sulle quali riflettere intorno alle rotture praticabili. Ma la prima avvertenza è che il particolare, ossia il locale, conta in seconda istanza, poiché primario è il quadro globale che le cifre rintracciate e intrecciate possono delucidare, con le necessarie precauzioni visto il minimo grado di fiducia da accordare a statistiche rese dalla Banca Mondiale, dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro, dall'Ocse e dalle Nazioni Unite, sulle quali non abbiamo mezzi di verifica, se non prettamente logici. Ma di questi dati dovremmo pure tenere conto con benefici d'inventario.

Salvo Vaccaro



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