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Da "Umanità Nova" n.8 del 5 marzo 2000
Non si sciopera nell'anno santo
In nome di dio e del capitale
Quando queste righe verranno pubblicate, l'accordo per mutilare ancora di
più quel che rimane del vecchio "diritto" di sciopero, sarà stato
siglato. Si tratta, come è noto, di un protocollo con il quale governo e
sindacati confederali sottoscrivono una sorta di patto di tregua per l'anno
giubilare; se ne parlava da mesi, e solo ora sono arrivati alla conclusione,
dopo due mesi in cui le lotte, soprattutto quelle dei lavoratori dei trasporti,
sono state usate a pretesto per ritornare a parlare di ingovernabilità e
della necessità di una legge che restringa il diritto di sciopero, come
se già non vi fossero regole super restrittive.
Ma veniamo ad alcune riflessioni su questa nuova impennata verso la
cancellazione delle lotte nei servizi pubblici.
L'accordo tra governo e sindacati istituzionali, con la benedizione della
Confindustria e, ovviamente, della Chiesa cattolica, di fatto non
riguarda i sindacati di Stato: CGIL, CISL e UIL e gli altri sindacati autonomi
e di destra che non hanno certo bisogno di siglare accordi, dal momento che la
loro filosofia della concertazione e le loro posizioni, interne alla logica del
mercato e ai "diritti" del capitale, non prevedono alcun livello di
conflittualità. Le loro uniche manifestazioni aventi come momento di
centralità qualche sciopero, non possono considerarsi occasione di lotta
ma pretesto per pressioni di tipo politico allo scopo di far prevalere loro
specifiche posizioni negli scontri di potere cui sono partecipi. È il
caso dell'ultimo sciopero indetto nel settore ferroviario, trasformatosi in una
serrata da parte aziendale: il padrone che da una mano al sindacato e aiuta il
governo a continuare il can can sul caos nei trasporti.
È quindi evidente come l'accordo di lunedì 28 febbraio dovrebbe
valere per tutti quei soggetti sindacali protagonisti di agitazioni e lotte che
sfuggono al controllo istituzionale e che, con obiettivi diversi e partendo da
angolazioni differenti, sostengono la tutela di alcuni diritti acquisiti o la
conquista di condizioni migliori di lavoro o la tutela di servizi minacciati
dai tagli del liberismo. Governo, Sindacati, Confindustria siglano un accordo
che non vale per se stessi (sono già d'accordo, quindi non era
necessario alcun nuovo protocollo), deve valere per tutti coloro che non
sono d'accordo. Da qui la valenza tutta repressiva del protocollo.
In subordine, ne esce ulteriormente compromessa l'immagine del governo e dei
sindacati ad esso subalterni, per questo ulteriore atto di genuflessione alla
Chiesa cattolica, che è riuscita ad imporre come prioritarie le sue
esigenze anche in questo ambito.
Il sindacalismo di base, autonomo e conflittuale, si trova indubbiamente a
subire un nuovo attacco alle residue possibilità di poter scioperare; ma
se la nuova legge sugli scioperi, arenatasi al Parlamento anche per
l'ostruzionismo di Rifondazione, viene scavalcata, e tutti coloro che in
qualche modo avevano cercato di frenarne l'esito, si trovano ora di fronte al
fatto compiuto, non è chiaro se esso potrà avere in effetto
giuridicamente valido per tutti i soggetti non firmatari.
L'accordo dovrebbe essere valido per un anno; con ogni probabilità,
passato il Giubileo, esso rimarrà valido fino a quando, almeno, non ne
verrà sancita l'inutilità con una nuova legge sugli scioperi del
tutto identica o peggiorativa. Se però, com'è prevedibile, le
lotte nei servizi continueranno, esso si rivelerà inutile, e l'iter
della legge verrà accellerato.
Il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali è già
fortemente condizionato dalle rigide regole sui periodi di franchigia, quelli,
cioè, in cui è fatto divieto di scioperare; è spuntato
dagli obblighi di preavviso e di durata, che riducono lo sciopero ad una
manifestazione del tutto prevedibile e limitata; è subordinato, infine,
alle decisioni della Commissione di Garanzia, che rappresenta uno strumento
antisciopero in mano ad aziende e Governo, e, al pari del ministro precettatore
di turno, delibera sull'illegittimità delle astensioni. Con l'accordo
del 28 febbraio si costituisce una task-force antisciopero presso la Presidenza
del Consiglio, con il potere di decidere su ogni singola astensione dal lavoro;
si impone il periodo di preavviso di almeno 10 giorni, rendendo praticamente
impossibile scioperare.
Resta da vedere se il sindacalismo di base saprà porre con efficacia e
durezza la questione di principio, rivendicando la sua estraneità da un
accordo di questo tipo, valevole solo per chi lo ha siglato, autoescludendosi
dai suoi effetti e dalle sue regole.
Il valore propagandistico dal passo fatto dai "tagliatori degli scioperi"
è grande, ma non è la stessa cosa di una legge che introduca
ulteriori restrizioni. Esso va quindi ignorato, e gli scioperi devono avere la
capacità di continuare, ponendosi anche l'obiettivo dell'allargamento
della libertà di lottare; coloro che fanno da battistrada per la
definitiva eliminazione del conflitto sociale in Italia sanno bene che ci sono
le condizioni di lavoro, lo stato disastroso dei servizi, i diritti negati ai
lavoratori, la sicurezza sempre più a repentaglio, la precarietà,
la flessibilità, all'origine delle lotte dei lavoratori. Nessun regime
è mai riuscito ad impedire a chi è sottoposto a condizioni di
sfruttamento sempre più pesante, di tentare di sollevarsi e di
riacquistare la libertà negata. Regola, questa, che vale certamente
anche oggi in Italia, nonostante le leggi o gli accordi antisciopero.
Pippo Gurrieri
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