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Da "Umanità Nova" n.9 del 12 marzo 2000
Pinochet
Il ritorno del boia
Il ritorno di Pinochet in patria merita alcune
riflessioni.
La prima riguarda i festeggiamenti che gli sono stati tributati al suo arrivo
in Cile dalle forze armate. Tutti hanno potuto vedere con quale prontezza e
lucidità il vecchio macellaio ha abbandonato l'inutile sedia a rotelle
per abbracciare e passare in rassegna la miriade di ufficiali venuti ad
omaggiarlo al suono delle sue marce preferite. Con questi festeggiamenti le
forze armate cilene non hanno tanto riverito l'ex dittatore, quanto il simbolo
che esso rappresenta: il ruolo delle gerarchie militari nella vita sociale e
politica del paese, che nessun ceto politico dovrà mai mettere in
discussione. Indifferenti agli opportunismi e agli equilibrismi del governo di
centro sinistra in carica, preoccupato della sua immagine internazionale, i
militari hanno voluto inviare un messaggio chiaro e netto, coerente con il
ruolo di garanti dell'integrità del paese che la costituzione
pinochettista riserva loro. Processare Pinochet in Cile, vorrebbe dire infatti
mettere in stato d'accusa i generali, come istituzione, per i crimini
commessi. La mobilitazione effettuata per il loro ex capo, l'incredibile
sfoggio di potenza sfoderato durante il suo trasferimento in una delle sue
residenze, va quindi letto non tanto (e non solo) come un atto di deferenza nei
suoi confronti quanto come un imperativo al governo del radicale Lagos: in Cile
contro di noi non si governa. Che poi il comportamento di Pinochet in
Inghilterra sia stato all'opposto del modello militare classico, fatto di
onore, coraggio e lealtà, è un dettaglio di secondaria
importanza: il fine giustifica i mezzi.
Seconda riflessione: dobbiamo dare atto a Margaret Thatcher di essere coerente
con se stessa e la sua storia. Il vassoio d'argento, realizzato in occasione
della vittoria navale inglese del 1588 nei confronti della 'invincibile armata'
spagnola, che ha voluto regalare al suo amico Pinochet in occasione del suo
ritorno in patria, parla da solo. In esso c'è tutto l'aristocratico
disprezzo per le speranze di liberazione umana, lo sfottò per l'ingenuo
protagonismo di un giudice spagnolo e il riconoscimento imperialistico per
l'opera di vassallaggio offerta in occasione della guerra con l'Argentina per
il possesso delle isole Malvine. Ma che dire di quei cialtroni che in nome dei
valori socialisti governano la gran parte dell'Europa? Che dire dei Blair,
degli Straw , dei Jospin, dei D'Alema che infestano questo disgraziato
continente? Mentre i primi si sono prodigati a trovare una via d'uscita che
salvaguardasse i loro affari aggirando leggi e diritti, legittimando ridicoli
giudizi medici, il 'nostro' D'Alema non ha trovato di meglio che affermare
"rispetto le decisioni delle autorità britanniche. Il luogo nel quale
Pinochet dovrebbe essere giudicato è il suo paese" spiegando
così, in definitiva, l'inerzia del comunista ministro Diliberto nei
confronti delle denunce presentate in Italia da familiari di 'desaparecidos'
d'origine italiana. Da chi ha favorito la consegna di Ocalan ai suoi carnefici
turchi non c'era d'aspettarsi altro.
In realtà, e il caso Pinochet lo ha dimostrato chiaramente, si è
ormai concretizzata in Europa una politica internazionale sufficientemente
coerente che, all'ombra della NATO, sviluppa le sue direttrici espansioniste.
Dopo la grancassa dell'intervento umanitario contro la Serbia a favore del
nazionalismo albanese, è arrivata la demonizzazione (sempre a fini
umanitari ) di Heider . Peccato che la guerra di sterminio in Cecenia, la
repressione delle istanze di liberazione curde, la stessa vicenda di Pinochet
abbiano dimostrato definitivamente il valore strumentale del diritto umano,
quando gli interessi degli Stati vanno in ben altra direzione.
Terza riflessione. Qualcuno ha sostenuto che comunque sia gli arresti
domiciliari (503 giorni) inflitti al boia di Santiago hanno rappresentato una
svolta sul piano del diritto internazionale. D'ora in poi, si è detto, i
capi di governo dovranno stare più attenti perché il loro operato
potrà essere messo in discussione. Un'osservazione questa avanzata per
lo più dai sostenitori dell'istituzione di un tribunale internazionale a
difesa dei diritti umani i quali si fanno forti di qualche esempio recente che
dimostrerebbe l'esistenza di una certa sensibilità in questa direzione.
Il procedimento penale aperto recentemente in Senegal contro il dittatore del
Ciad, Hissène Habré, accusato delle torture inflitte nel suo
paese, su larga scala, dal 1982 al 1990 , o il processo in corso in Francia
contro un commissario della polizia marocchina imputato per le torture
praticate nel suo paese, confermerebbero questo dato.
In realtà il ritorno di Pinochet in patria conferma ben altro e
cioè la subordinazione, pura e semplice, del potere giudiziario al
potere politico. Il che vuol dire, su scala mondiale, la subordinazione del
diritto internazionale alle volontà del più forte. Per un
Habré sotto processo dovremmo accettare l'impunità per i
genocidi delle donne in Afganistan, per le migliaia di bambini irakeni morti
grazie all'embargo, per le decine di migliaia di 'desaparecidos' latino
americani dell'operazione Condor? Dovremmo auspicare la condanna di qualche
massacratore balcanico (sia esso serbo, croato o bosniaco) per legittimare
l'esistenza di un tribunale il cui raggio d'azione non può arrivare ad
altri massacratori, ai macellai russi che sguazzano nel sangue dei ceceni o
agli scientifici operatori di morte che a Panama istruivano alla tortura gli
ufficiali del Cono Sur e che a Granada bombardavano popolazioni inermi?
In realtà un Tribunale internazionale non potrebbe che seguire la sorte
di altri organismi internazionali creati spettacolarmente per soddisfare
l'esigenza di pacifiche relazioni tra i popoli, ma in realtà strumento
di condizionamento e di controllo mondiale da parte delle super potenze.
D'altronde il diritto si può esplicare solo grazie alla sanzione,
cioè alla forza applicata; e chi mantiene la forza è in grado di
produrre un diritto a questa funzionale. Solo una volontà
rivoluzionaria che si manifesti con una pratica di massa è in grado di
definire nuovi scenari su questo orizzonte.
Max.var.
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