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Da "Umanità Nova" n.10 del 19 marzo 2000
Cancellare la memoria Trieste: riscrittura della storia e neonazionalismo
I quotidiani hanno ospitato, in questi giorni, note e prese di posizione
attorno alla proposta del sindaco tecnocrate di Trieste, il noto industriale
del caffè Riccardo Illy, di spostare la "festa della Liberazione" del 25
aprile e di cambiarle i connotati in una giornata di ricordo di "tutte le
vittime dei totalitarismi". La motivazione ufficiale è quella della
necessaria riconciliazione delle memorie divise del popolo italiano, in nome
della ricostruzione di un'identità nazionale ritenuta molto al di sotto
dello standard europeo e comunque non ancora soddisfacente malgrado le pesanti
pietre già poste sul passato recente.
Lo scopo più che logico e trasparente è quello di equiparare
fascismo e antifascismo, "ragazzi di Salò" (una specie di complessino
musicale?) e partigiani, collaborazionisti dell'occupazione nazista e
resistenti armati. Ancora una volta i carnefici, in quanto giustiziati (sia
pure in misura minima) avrebbero la stessa dignità delle vittime e degli
oppositori attivi al nazifascismo.
Quando le stesse fonti che affiancano questo progetto di revisionismo
galoppante si degnano di dare spiegazioni più articolate, (per esempio
certi storici nazionali e locali esaltati dalle possibilità di facile
riciclaggio politico), emerge il discorso che l'antifascismo è stato un
contenitore troppo ampio perché ha permesso ai comunisti di presentarsi
come antifascisti e di essere quindi accettati quali democratici mentre erano
totalitari se non dittatoriali. Sembrerebbe una polemica che riguarda solo la
lotta fra partiti e partitini per spartirsi le solite fette di potere e
ristrutturare le alleanze più o meno litigiose. In questo caso il fatto
sarebbe circoscritto e relativamente innocuo. Invece la questione ha un rilievo
ben più consistente e ruota attorno all'appiattimento dei conflitti
sociali, all'eliminazione delle coscienze sovversive tuttora presenti e legate
alla volontà di trasformare la società abolendo lo sfruttamento e
l'oppressione.
Una parte importante del potere mediatico cerca di cancellare le differenze di
classe nella lettura del passato per far accettare anche oggi una sorta di
unità nazionale nella quale gli oppressi godano per le vittorie dei
simboli patriottici più rilevanti: la squadra di calcio, la barca di
turno, l'automobile di pregio e quant'altro capiti sotto mano. "Essere italiani
prima di tutto" e poi dividersi in padroni e operai, in governanti e governati,
in privilegiati e subordinati; è questa in altri termini la questione di
identità politica che sta dietro l'apparente diatriba
storico-celebrativa.
In tale ambito anche le riflessioni sul totalitarismo appaiono strumentali e
soprattutto false e deviate da altri interessi. Tra l'altro sono stati gli
anarchici a denunciare, già negli anni Venti (quando socialisti e
democratici di mezza Europa guardavano incantati l'URSS come terra del
progresso), i crimini di Stalin che seguivano quelli di Lenin e di Trotzkj. Il
fatto di vedere i propri compagni massacrati a Kronstadt e in Ucraina non
permetteva, agli anarchici di ieri, di essere sereni e di apprezzare gli
sviluppi dell'industrializzazione e della elettrificazione...
Quando oggi i borghesi e i capitalisti (che pare esistano ancora) si stracciano
le vesti in nome della democrazia e delle vittime dei totalitarismi lo fanno
per far dimenticare le proprie responsabilità nei massacri per fame, per
sfruttamento, per bombardamento, per inquinamento e altre amenità
simili. Di queste vittime non si deve parlare in quanto gli Stati Democratici
sarebbero quanto di meglio l'umanità avrebbe saputo concepire e quindi
andrebbero accettati senza troppo discutere su piccoli difetti come il
colonialismo (con i suoi stermini e spoliazioni) o come gli apparati militari
(produttori di cosette come la bomba atomica o altre armi per l'eliminazione di
massa).
Le riflessioni storiche guidate dai massmedia sono, anche in questo caso,
subordinate agli obiettivi politici di riavvicinamento fra destra e sinistra
nel nome dei comuni intenti di conservazione e rafforzamento del controllo
sociale ai vari livelli. In tale contesto è particolarmente importante,
a livello di immagine, il ruolo di alcune località. Tra cui si ritrova
Trieste, sia per il suo peso nel revanscismo nazionalista del dopoguerra sia
perché sede di un campo nazista di concentramento. Da un lato le spinte
per la "Redenzione" di Trieste, negli anni a cavallo del 1950, ha significato
un collante per la ripresa dell'iniziativa delle destre nazionaliste, dentro e
fuori della Democrazia Cristiana. I servizi segreti dell'epoca finanziavano
gruppi di neofascisti che si dedicavano a strumentalizzare, a Trieste e non
solo, le centinaia di migliaia di esuli provenienti dai territori occupati
dalla Jugoslavia di Tito, nonché fette di popolazione studentesca a cui
si offriva un "ideale patriottico" per mobilitarsi e sentirsi importanti. Fino
al 1954, quando la città è ritornata alla "Madrepatria", squadre
di giovanotti (un po' delinquenti e un po' fascistelli) scendevano nelle piazze
triestine in ogni occasione plausibile scontrandosi con la polizia del Governo
Militare Alleato nominato dalle potenze occidentali vincitrici nel 1945. Il
motivo erano le numerose "manifestazioni per l'italianità" della
città, spesso con la presenza di comitive di giovani nazionalisti
provenienti dall'Italia, ma le rivendicazioni territoriali si estendevano a
Fiume, Zara e Dalmazia, oltre naturalmente all'Istria definita senz'altro
"italiana". La propaganda nazionalista denunciava più di 350.000 esuli
(quasi il doppio dei dati più attendibili) e lamentava l'uccisione nelle
foibe (le cavità carsiche che circondano Trieste e costellano l'Istria)
di decine di migliaia di individui "ammazzati in quanto italiani". Oltre a
gonfiare oltre misura le cifre (al massimo nelle foibe possono essere state
gettate circa 2000 persone, in parte collaborazionisti dei nazifascisti) si
volevano creare, almeno fino al 1948, le premesse psicologiche per una sorta di
confronto armato, con l'appoggio degli angloamericani, con i vicini jugoslavi
ancora fedeli alleati di Stalin.
Quello che sorprende è che oggi si riprendano con grande clamore dati
assolutamente insostenibili per dar corpo all'equiparazione, definita abnorme
dagli storici locali universitari e dell'Istituto della resistenza, tra i morti
delle foibe e quelli della Risiera. Quest'ultima è una ex pileria di
riso, trasformata prima in campo di detenzione provvisoria per i soldati
italiani che non avevano aderito a Salò e nell'ottobre del 1943 in campo
di detenzione di polizia durante l'occupazione nazista e l'annessione del
Litorale Adriatico al terzo Reich. Le abissali differenze sono azzerate dalla
lettura nostalgica e nazionalista. In realtà le foibe sono l'effetto
duplice di un'esplosione di violenza di popolazioni slave rurali, ma anche di
proletari triestini politicizzati. Nel settembre del 1943 vi è una vera
insurrezione dei contadini croati dell'Istria già oppressi dal fascismo
che li considerava sudditi infedeli e li vessava con una tassazione spietata
che giungeva al sequestro degli animali e con un'oppressione linguistica e
culturale che impediva di parlare in pubblico la loro lingua. Nel maggio del
1945, nella Trieste occupata dalle truppe di Tito dopo una grande battaglia nei
dintorni e una mezza insurrezione popolare guidata dai comunisti, si praticava
la caccia al fascista mentre i principali responsabili erano già fuggiti
o erano troppo ben nascosti oppure protetti dalle truppe alleate presenti
anch'esse in città. Sicuramente tra i colpiti vi furono dei responsabili
della dura occupazione nazista che aveva soppresso tutta o quasi la
comunità ebrea, aveva eliminato, dopo torture feroci, centinaia di
resistenti, aveva bruciato e massacrato gli abitanti di non pochi villaggi
sloveni dei dintorni. Appare altresì molto verosimile che tra gli uccisi
vi siano state persone in parte estranee al collaborazionismo, comunque molto
diffuso, e coinvolte in vendette personali mascherate da accuse politiche,
com'è spesso avvenuto in circostanze simili. Anche antifascisti non
comunisti, contrari alla annessione di Trieste alla Jugoslavia, hanno corso
seri pericoli e alcuni sono spariti in quei quaranta giorni fino al 10 giugno
1945. È logico, per quanto non accettabile umanamente, che in quel clima
postbellico, con le ferite aperte dalla guerra e dalla repressione nazifascista
vi sia stata una vendetta che abbia colpito anche gente innocente.
Questo tipo di violenza non ha avuto però la organicità dei
crimini compiuti nella Risiera. Qui vigevano la sistematicità, la
continuità, la regolarità programmatica delle eliminazioni di
partigiani, o sospetti tali, di sloveni, di ebrei e di altre categorie che il
nazismo, aiutato dai collaboratori di Salò, aveva deciso a sangue freddo
in base alle teorie razziste e al progetto di soppressione dei diversi, dei non
integrabili, dei refrattari al suo ordine e al suo potere istituzionale. Nella
Risiera di Trieste passarono varie migliaia di persone e tra le 4 e le 5000
persone vi morirono e furono bruciate nel forno annesso, mentre molte vi
sostarono in attesa di essere deportate in posti quali Dachau, Mauthausen,
Belsen e altri lager. Pochissimi furono i superstiti di questo razionale, per
così dire, piano di sterminio che contò sul funzionamento di
molti apparati del potere locale (dal Podestà alla Guardia Civica, una
sorta di milizia territoriale) e sulle delazioni di varie migliaia di triestini
che fiancheggiavano i nazisti e speravano di guadagnare qualcosa dalla
sparizione dei vicini di casa.
Di tutto ciò, peraltro scritto a chiare lettere e ampiamente documentato
nei lavori dell'Istituto della Resistenza locale, non parlano gli altoparlanti
della propaganda neonazionalista di destra (e nemmeno quella sedicente di
sinistra) che usano equiparare la Risiera e le foibe, dando a queste ultime il
significato di una "pulizia etnica" ante litteram esasperando una
motivazione che indubbiamente fu presente e staccando gli eventi dal loro
contesto bellico e postbellico per presentare gli italiani come vittime inermi
dei malefici "slavocomunisti". Pure buona parte dei dirigenti dei DS locali
cavalcano ora l'anticomunismo, dopo aver ereditato la metà di un partito
comunista di stretta osservanza stalinista (Vidali docet) inseguendo
disperatamente la massa di voti nostalgici presenti qui e non solo.
Lo spettacolo miserevole in corso di svolgimento rende finalmente chiaro il
significato di un evento politico dell'anno scorso: l'incontro tra Violante e
Fini nel più grande teatro cittadino. Tale "pacato e sereno confronto"
mirava a riconoscere le rispettive colpe nelle lotte del passato (foibe e
Risiera appunto) per una riconciliazione che celebrasse la vittoria definitiva
della alleanza destra-sinistra sulle superstiti speranze di profondo
cambiamento nella società. In quel caso fu un Dipartimento
universitario, quello di Scienze Politiche, a favorire lo spettacolo
selezionando una massa di spettatori consenziente e subordinata di studenti e
di cittadini privo del minimo spirito critico e di qualsiasi capacità di
analisi autonoma. È interessante il fatto che una Università che
ha sempre dichiarato di non "fare politica" abbia promosso un'iniziativa come
il duetto Violante-Fini dai connotati nettamente politici e dai risvolti
trascurabili, o peggio deleteri, sul piano storico o didattico. Ma anche questo
rientra nello spettacolo della riscrittura del passato in chiave
nazionalpopolare, cioè nell'amalgama indistinto degli interessi e dei
valori dei protagonisti di ieri ai quali andrebbe applicata l'etichetta di
"italiani che, su fronti diversi, si sono battuti per il bene della Patria".
Il cerchio della manipolazione della memoria collettiva si chiude nel segno del
comodo interclassismo coperto dalle dichiarazioni di ricostruzione di una
società pacificata e totalmente controllata.
Claudio Venza
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