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Da "Umanità Nova" n.11 del 26 marzo 2000

Dibattito
Dal Comune di Stato alle Comuni in Rete

Il documento che segue, redatto da una commissione di lavoro della FMB di Spezzano Albanese e fatto proprio dall'assemblea generale degli associati sempre della stessa FMB è stato pubblicato come inserto ("Idee per la società altra") da "Comunic/Azione".
Essendo l'argomentazione dell'intervento che segue (nostra sintesi di un documento redatto da una commissione di lavoro della FMB, prevalentemente formata da compagni della locale federazione anarchica e altri libertari di Spezzano Albanese, e fatto proprio dall'assemblea generale degli associati sempre della stessa FMB) inerente ad alcune delle tematiche che stanno vivacizzando il confronto precongressuale FAI, auspicando di fare cosa utile, lo inviamo come contributo al dibattito.

F.A. "G. Pinelli" di Spezzano Albanese


L'ALTERNATIVA AL DOMINIO ESISTE
il Comunalismo



Per un mondo di donne e uomini libere e uguali

La società gerarchica non è l'unica società possibile. A dare forza a questa idea sono da un lato le contraddizioni sociali che caratterizzano la natura interna dei sistemi gerarchici sia democratici che dittatoriali e dall'altro il desiderio di una società altra che senza dubbio non abbandonerà mai le classi sociali subalterne dinanzi alle iniquità del dominio.

Libertà ed uguaglianza non hanno mai trovato collocazione nella società piramidale, nonostante le forme mutevoli della stessa che si sono nell'arco dei secoli affermate e i ricchi sono sempre diventati più ricchi ed i poveri sempre più poveri, sia nei cosiddetti paesi del terzo e quarto mondo, che nei paesi industrializzati. A sentire i detentori del potere economico e politico nei paesi industrializzati, sembra, invece, che il sistema sociale democratico rappresenti il non plus ultra, in quanto garantisce benessere a largo raggio ai cittadini dei cosiddetti paesi ricchi ed ausilio umanitario ai popoli dei paesi poveri. Ed in proposito ci buttano in faccia quelli che a lor dire dovrebbero essere gli effetti positivi della cosiddetta globalizzazione liberista.

Globalizzazione: questo termine che apparentemente può suscitare l'idea di una società armonica, in effetti nasconde il funereo baratro verso cui l'ingordigia dell'imperialismo del capitale sta trascinando sia l'uomo che l'ambiente. Infatti, ciò che ci viene presentato come un'economia globale capace di soddisfare le esigenze di tutti i popoli del pianeta, altro non rappresenta invece che l'acuirsi del divario tra nord e sud, il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro (sfruttamento minorile) a nord come a sud dell'emisfero terracqueo, la distruzione dell'ambiente (carni all'ormone, sementi geneticamente modificati, ecc.). Insomma, la difesa degli interessi delle multinazionali contro gli interessi dei paesi poveri, dei lavoratori e della natura.

Questa situazione se soddisfa la casta al potere non può certamente soddisfare coloro che il potere lo subiscono. E difatti, anche se non ci troviamo al cospetto di larghi movimenti di massa che lottano con una ferma consapevolezza progettuale alternativa contro l'attuale società gerarchica, il cammino del liberismo non appare del tutto privo di ostacoli: basta pensare alle grandi manifestazioni svoltesi negli USA, contro il cosiddetto Millennium Round di Seattle, manifestazioni che hanno intanto impedito un sereno svolgimento dei lavori del WTO, l'organizzazione mondiale per il commercio che vede come attori principali l'imperialismo americano ed europeo. I mass media parlano di fallimento del vertice, noi riteniamo invece che si tratta semplicemente di un temporeggiamento che è stato offerto dai padroni della terra in pasto ai manifestanti insieme ad un fantomatico dissenso dell'Europa contro il liberismo selvaggio con l'obbiettivo di impedire l'allargarsi su scala planetaria della protesta. La grande e spontanea insurrezione di Seattle ci ha comunque dimostrato che non tutto tace, che non certamente poche sono le strutture di dissenso e di opposizione che nel sociale stimolano ovunque dal basso proteste collettive. Ma non basta. Bisogna passare dalla semplice protesta alla costruzione di un movimento autogestionario conflittuale e generalizzato contro la società del dominio, proteso a coinvolgere le classi subalterne in una progettualità transnazionale alternativa a quella della globalizzazione capitalista. Solo una società non più organizzata in senso piramidale bensì orizzontale, a modo di rete, può porre fine alle ingiustizie ed alla disuguaglianza.

Per coloro che detengono il potere un simile progetto è da ritenersi semplicemente utopico, per noi invece altro non rappresenta che la dimensione sociale del federalismo libertario.

Federalismo: il nostro e quello degli altri

A parlare di federalismo, a dire il vero, oggi in Italia non siamo gli unici, anche altri hanno riscoperto il termine. Questi ultimi, però, da sostenitori quali sono in campo politico ed economico della società gerarchica, rifacendosi alla scuola del federalismo borghese, la ricetta che propongono o si riconosce in un'unione di più Stati regolata da una Costituzione federale comune, tipo quella tedesca, elvetica, statunitense, ed in prospettiva quella europea, oppure si riconosce in un semplice decentramento di alcuni poteri dello Stato a favore di Regioni, Province, Comuni. In effetti è questo il modello di federalismo che da alcuni anni viene ad esempio proposto dai vari Bossi, Cacciari, ecc..

Perdonateci la saccenteria: questo non è Federalismo ma semplicemente il modo migliore per negarlo con la mistificazione. Infatti, se è vero che Federazione significa Unione e che quest'ultima è tale solo se avviene fra pari, come può essa conciliarsi in campo politico con una società piramidale? una società i cui membri, le cui strutture anziché essere posti fra pari vengono in effetti posti pur sempre a scala? e come può essa conciliarsi in campo economico con la logica capitalista dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo?

A nostro parere, il progetto federalista può intanto qualificarsi come tale, solo se mira a corrodere la piramide sociale, ovvero la gerarchia politica, economica, religiosa, culturale, attraverso una prassi gradualista rivoluzionaria, basata sulla coerenza tra il mezzo che usa e il fine che vuole raggiungere, per realizzare una rete di liberi Individui che si federano dapprima nell'ambito di liberi municipi per dare vita alla Comune, e poi in un'associazione più ampia e dunque intermunicipale, a livello provinciale, regionale, nazionale, internazionale che si configuri in un insieme di realtà confederate, la Confederazione delle Comuni, il cui centro è dappertutto e dunque in nessuna parte, un insieme di realtà che si autogovernano e tra loro si coordinano per mezzo della democrazia diretta e non più delegata, nei principi del mutuo appoggio e della solidarietà, principi propri del Federalismo.

L'Individuo, la Comune, il Federalismo: è questo dunque l'insieme che compone la rete.

L'uomo è un animale sociale che, a differenza degli altri animali, essendo dotato non solo di istinto ma anche di sentimento e ragione, lo stare insieme agli altri suoi simili può inventarlo e nei tempi e nei modi in cui intende viverlo. Inventare la socialità significa poterla determinare costringendo gli altri a subirla (dittatura), oppure decidendo di subirla (democrazia delegata), oppure ancora decidendo di configurarla e viverla nell'autogestione e nella libertà (democrazia diretta).

Ora, la socialità che veniamo costretti a subire o che semplicemente subiamo è quella inventata dal potere, dallo Stato, dall'autorità, la socialità nuova che il Federalismo intende invece inventare è quella che dall'Individuo ci porta alla Comune e da questa alla Comuni in rete. Una socialità questa che va inventata giorno dopo giorno e non rimandata al domani, e soprattutto non rimandata ad una "millenarista" rivoluzione.

A nostro parere, vera rivoluzione non può essere quella di cui si aspetta lo scoppio per poi rimandarne il fine. Vera rivoluzione è quella che si costruisce giorno dopo giorno, nel "qui ed ora", insieme alle classi subalterne e all'interno delle municipalità, fuori dalle istituzioni del Potere, attraverso la pratica federalista della coerenza mezzo-fine, pratica che noi amiamo definire Comunalismo in quanto mezzo coerente col fine che intende realizzare, ossia, le Comuni in rete. Vera rivoluzione, insomma, non è quella che abolita la società gerarchica deve ancora inventare quella della libertà, ma quella che attraverso la realizzazione nel quotidiano della società altra determina gradualmente nel contempo la distruzione della società del dominio.

Dal Comune di Stato alle Comuni in Rete

Il Comune, organo base della società gerarchica di questa ne rappresenta infatti la miniatura sia in campo politico che economico: diviso in classi sociali, collocate a mò di scala, rispecchia fedelmente in piccolo le caratteristiche dell'organizzazione piramidale degli Stati e degli Imperi. Il principio che vede il fine raggiunto coerente col mezzo di cui ci si è serviti per raggiungerlo, dunque, non è stato partorito dalla mente astratta di un altrettanto astratto filosofo ma raccolto dai fatti: la struttura del comune di Stato ci dimostra che la gerarchia non può produrre nient'altro che gerarchia.

Più volte, nel corso della storia, il desiderio di una società altra ha contestato tale piramide tentando nel contempo delle alternative alla stessa: la Polis greca e il Libero Comune medioevale italiano, ad esempio, fanno da testimonianza per l'età antica. Ma tale desiderio non essendo riuscito a cogliere il principio su cui la piramide si basava ha preteso di costruire la società altra senza minare alla radice la gerarchia, ovvero, la società di classe. E così dalla Polis si è di nuovo ritornati allo Stato, e dal Libero Comune medioevale alla Signoria prima e al Principato poi, mentre il desiderio di una società altra è rimasto semplicemente tale.

Nell'età contemporanea, invece, il merito di aver individuato tale principio va senza dubbio ad una specifica scuola del socialismo, ovvero, a quella libertaria, che battendosi con forza all'interno della Prima Internazionale ha subito dopo ispirato nella prassi la Comune di Parigi ed a mezzo secolo di distanza circa, prima la rivolta di Kronstadt e la Machnovicna (Russia) e poi le Collettivizzazioni e le Comuni della Spagna rivoluzionaria del '36. Ed è proprio in questa scuola di pensiero e azione che il nostro Comunalismo, sia come idea che come prassi, trova fonte d'ispirazione e, difatti, ponendo le radici sui principi dell'autorganizzazione, dell'autogestione, della democrazia diretta, bandisce l'organizzazione verticista, l'autoritarismo, il burocraticismo e protende la sua azione diretta verso la costruzione di una società di donne e uomini libere e uguali.

Insomma, il nostro Comunalismo, mosso verso queste finalità e dalla constatazione che gli individui all'interno di una municipalità sono nello stesso tempo sia lavoratori che cittadini, mira alla costruzione di Federazioni Municipali di Base con l'adesione dei cittadini, lavoratori dipendenti e autonomi (questi ultimi naturalmente con la discriminante di non sfruttare il lavoro altrui), disoccupati, studenti, pensionati, al di fuori di ogni distinzione di grado, sesso, razza, credo politico, filosofico, religioso.

Queste Federazioni Municipali di Base, in quanto associazioni di massa indipendenti e complessive, dunque, né subalterne e né meramente rivendicative nel campo economico e politico nei confronti delle organizzazioni municipali gerarchiche, bensì conflittuali e alternative, si danno l'obbiettivo di battersi

  • sul terreno sindacale per il raggiungimento di finalità immediate (i lavoratori dipendenti e autonomi, per mezzo delle loro rispettive unioni di categoria, coordinate nelle rispettive Federazioni Municipali di Base, promuovono rispettivamente iniziative di lotta contro il padronato e lo stato allo scopo di migliorare le condizioni di vita e di salario, e per la non ingerenza dello stato nei frutti del proprio lavoro; invece, i lavoratori in quanto cittadini, per mezzo della loro unione civica, sempre coordinata all'interno della Federazione Municipale di Base di appartenenza, promuovono nei confronti della amministrazione comunale di Stato azioni di lotta rivendicative e di controllo, ad esempio sulla gestione urbanistica, servizi, ambiente, ecc.);

  • sul terreno politico e sociale per il conseguimento della finalità storica (le Federazioni Municipali di Base, attraverso le proprie unioni di categoria, mirando in prospettiva all'abolizione del lavoro salariato e del capitale, stimolano la promozione di strutture cooperative mutualiste, solidali ed autogestionarie che si proiettano verso la socializzazione sia dei mezzi e degli strumenti di lavoro che della produzione; l'unione civica, invece, mirando all'abolizione della amministrazione municipale di stato fondata sulla delega ed alla realizzazione dell'autogoverno municipale, ovvero della Comune, promuove azioni di reale contropotere autogestionario con assemblee popolari generali e di quartiere che deliberano, servendosi della democrazia diretta, sulla risoluzione delle problematiche comunali).

    La nostra esperienza comunalista, però, a differenza di altre esperienze affini, verso le quali si sente comunque interessata in senso critico, non si riconosce nella convinzione di poter costruire situazioni municipaliste autogestionarie con la partecipazione al voto amministrativo.

    Noi pensiamo che il Comunalismo, in quanto progetto rivoluzionario che propugna l'azione diretta, quale mezzo risolutore dei problemi di natura sociale, non può essere inteso come un partito o un movimento che pretende al pari degli altri partiti e movimenti di essere delegato ad imporre le proprie ricette di risoluzione sociale. Pensare, pertanto, che il Comunalismo possa contribuire alla costruzione di un diffuso movimento autogestionario e federalista con proprie liste o con proprie candidature elettorali nei municipi, a nostro parere, è solo un'illusione oltre che un paradosso, in quanto siamo ben convinti che una simile prassi, portando le nascenti strutture comunaliste nel seno del nemico (lo Stato) contro cui erano sorte semplicemente vocherebbe la loro intima essenza al suicidio nei meandri della mastodontica burocrazia legalitaria di Stato.

    Comunque, neppure riteniamo che il Comunalismo debba servirsi dell'astensionismo come "principio". Infatti, cosa tornerebbe più utile alla prassi comunalista: che in tanti non vadano a votare, come del resto già oggi succede in tante democrazie occidentali, ma se ne stiano apaticamente a casa lasciando piena facoltà di strafare al dominio? Oppure che molti di quelli che vanno a votare, convinti però di non concedere deleghe in bianco, si impegnino in strutture autogestionarie?

    Insomma, noi riteniamo che l'attività comunalista debba tenersi fuori da logiche e elettorali e astensioniste ma non fuori dal dibattito comunitario, perché solo attraverso una propria campagna sociale sui problemi collettivi e territoriali, permeata su proposte ed iniziative realmente alternative al demagogico rituale della delega, può contribuire con coerenza alla costruzione di una reale prassi federalista libertaria.La prassi comunalista, insomma, a nostro parere, deve porsi automaticamente fuori sia dalla logica del rivoluzionarismo millenarista che da logiche che possano sfociare nel riformismo e proiettarsi nel quotidiano per scardinare il potere e lo sfruttamento con la costruzione graduale nel "qui ed ora" del Federalismo Libertario.

    Nell'Italia meridionale, e più precisamente nel territorio cosentino (dapprima nell'ambito di una municipalità e poi nell'ambito di più municipalità dello stesso comprensorio e della provincia), all'avventura comunalista abbiamo già dato gambe per correre: l'auspicio è quello di ritrovarci, strada facendo, sempre più numerosi nella corsa, ovunque nel mondo, sotto la stessa bandiera, la bandiera del federalismo libertario, la bandiera delle comuni in rete.



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