Da "Umanità Nova" n.12 del 2 aprile 2000
D'Alema liberista all'inglese
Provaci ancora Max
Le recenti esternazioni del mai troppo lodato Massimo D'Alema sulle politiche
di sostegno all'occupazione hanno avuto, se non altro, il pregio di fornire
argomenti di discussione a sindacalisti, politici e giornalisti.
Hanno, insomma, creato del lavoro sia pure di tipo socialmente nocivo.
In estrema sintesi, non per la prima volta il nostro Max si è schierato
nella guerra dei topi e delle rane che oppone i socialdemocratici corporativi
(francesi a tedeschi) a quelli liberisti di marca britannica che costituiscono
la vera novità nell'attuale campo socialdemocratico ed ha sposato le
tesi britanniche.
A fronte del documento Blair-D'Alema vi è stata una piccola sollevazione
di ampia parte degli esponenti della sinistra statalista e dell'apparato
sindacale. La rivolta parte da due considerazioni convergenti:
- molti leader politici della sinistra di stato temono che dichiarazioni del
genere siano nocive per quel che riguarda la campagna elettorale, già
non facile, per le elezioni regionali. Scotta ancora la sconfitta a Bologna
favorita se non determinata da improvvidi cenni, anche allora esternati in
piena campagna elettorale, del nostro Max sulla necessità di tagliare le
pensioni. L'astensione di molti elettori di sinistra portò al Comune di
Bologna il terribile Guazzaloca e un comportamento elettorale analogo
penalizzerebbe, tanto per fare un esempio, il povero Bassolino che corre in una
regione come la Campania dove discorsi sulla necessità di ridurre le
politiche di welfare nei confronti dei disoccupati rischiano di non essere
molto popolari. In realtà, dunque, i nostri eroi non contestano il
contenuto delle affermazioni del buon Max ma l'opportunità di farle in
fase elettorale;
- i capi dei sindacati di stato hanno fatto notare che la politica per
l'occupazione non può essere decisa unilateralmente dal governo ma va
concertata con loro. Anch'essi non negano la disponibilità a concessioni
importanti ma vogliono che tutto si decida secondo le tradizionali
modalità corporative.
A questo punto sorge il dubbio che il buon Max abbia dei problemi di
lucidità e che l'abilità tattica che gli viene attribuita sia un
mito privo di fondamenti nella realtà.
Un capo della sinistra che scontenta i suoi e non convince gli elettori della
destra pare veramente un pugile suonato più che un piccolo
Machiavelli.
Noi, che non siamo sospetti di eccessive simpatie nei suoi confronti, vogliamo
spezzare una lancia a suo favore. Sebbene sia evidente che l'onorevole D'Alema
non ha alcun saldo convincimento e che può essere liberista o statalista
a seconda dell'opportunità è altrettanto evidente che un criterio
guida la sua azione ed è la ricerca del consenso dei gruppi di potere
che ritiene essenziale alla salvezza del suo governo e della sua personale
carriera.
Se assumiamo quest'ipotesi, pare evidente che l'interlocutore della giravolta
neoliberista di Max era, ed è, una Confindustria che ha modificato
significativamente e da poche settimane il suo assetto interno.
La sconfitta, nella scelta del presidente della Confindustria, del candidato
Fiat, l'elezione di un medio imprenditore del sud eletto con i voti dei medi e
piccoli imprenditori del nord est è un segnale del modificarsi dei
rapporti di forza interni al padronato italiano.
La Fiat diviene una succursale, con qualche residua autonomia, del suo partner
americano ed i piccoli padroni conquistano la direzione di un'associazione che,
da quando esiste, li ha visti in funzione subalterna.
Naturalmente la Confindustria non sarà governata contro la FIAT e gli
altri grandi gruppi capitalistici ma dovrà assumere come centrali le
rivendicazioni dell'industria media e piccola: deregolamentazione del mercato
del lavoro, riduzione dei controlli sull'impresa, rapporto muscolare con gli
stessi sindacati di stato. Siamo di fronte ad un ulteriore colpo al patto
sociale che ha retto per decenni la prima repubblica e che ha continuato ad
operare nella seconda.
Mi pare evidente che D'Alema ha puntato a dimostrare al padronato che la
sinistra statalista è pensosa dei suoi interessi e che, se molto ha
concesso, molto di più è disposta a concedere se il padronato non
deciderà di puntare tutte le sue carte sulla destra come è
sembrato possibile dopo la svolta in Confindustria.
Ovviamente la Confindustria non nega la sua disponibilità (ad incassare)
a nessuno e, di conseguenza, approva la svolta di D'Alema senza cacciare
Berlusconi e, da questo punto di vista, D'Alema ha avuto una vittoria
tattica.
Da un punto di vista meno immediato, la sua svolta rischia di accelerare la
dissoluzione della sinistra politica e sindacale, quella dissoluzione che viene
frenata dalla sostanziale tenuta dell'apparato del sindacalismo di stato.
Il mal di pancia degli uomini dell'apparato sindacale è, quindi,
probabilmente reale anche se non dispongono di leve significative per
garantirsi un mutamento di rotta del governo visto che non vogliono e possono
sviluppare conflitto sociale reale, per un verso, e che il sistema dei partiti
si è talmente reso autonomo dal corpo sociale che lo stesso apparato
sindacale fatica ad influenzarlo.
Si tratterà di vedere quale sarà il prossimo punto di equilibrio
fra esigenze della maggioranza di comperare la neutralità
confindustriale e tenuta del vecchio patto sociale e, soprattutto, di
utilizzare gli spazi che nelle contraddizioni che si vanno sviluppando
cresceranno per rilanciare l'iniziativa diretta delle classi subalterne sulle
questioni che le coinvolgono.
Già si va ragionando sulla possibilità di uno sciopero
intercategoriale a maggio, è bene valorizzare questa
possibilità.
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