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Da "Umanità Nova" n.12 del 2 aprile 2000
Dibattito
Del "Programma anarchico"
Prosegue il dibattito sulle trasformazioni sociali in atto, il mondo del lavoro, le modalità di ridefinizione del potere statale e di quello padronale a livello nazionale ed internazionale, le dinamiche della globalizzazione e le forme del controllo politico, il dispotismo statale, la guerra come paradigma delle relazioni tra singoli stati e tra stati e società civile, tempi e modi della trasformazione sociale... Questi temi, tra l'altro, sono all'ordine del giorno del prossimo Congresso della FAI.
La lotta politica
L'assunto iniziale del "Programma anarchico", che l'organizzazione sociale possa essere cambiata, abolendo il privilegio e stabilendo solidamente e definitivamente la libertà e l'uguaglianza sociale, e realizzabile solo a condizione che venga abolita l'istituzione del governo.
Se nel capitolo su "Vie e mezzi" non c'è il richiamo esplicito al primo capoverso del Programma, se in quello sulla lotta economica prende solo un capoverso, nel capitolo sulla lotta politica il riferimento al primo capoverso prende diversi paragrafi.
La ragione e molto semplice: e proprio l'atteggiamento nei confronti del Governo che caratterizza un partito politico; quindi l'anarchismo, che nella negazione del Governo trova la sua ragione d'esistenza e la sua differenza specifica rispetto a tutti gli altri partiti, che aspirano ad impossessarsi del Governo, non poteva fare a meno di illustrare diffusamente la propria volontà di abbatterlo.
Affrontando il tema della lotta politica, il "programma anarchico" individua nel Governo la creatura e il creatore del privilegio, l'ostacolo principale ad ogni miglioramento della condizione dell'umanità. Proprio per chiarire ogni dubbio, viene corretto l'errore secondo cui il Governo, una volta abbattuto il capitalismo, diventerebbe rappresentante e gerente degli interessi generali. Innanzi tutto perché solo abbattendo il Governo, i lavoratori potranno prendere possesso della ricchezza sociale, organizzare la produzione e il consumo nell'interesse di tutti e quindi abolire il capitalismo. In secondo luogo perché un Governo tornerebbe a creare una classe privilegiata in quanto, non potendo accontentare tutti, avrebbe bisogno di una classe potente che lo appoggi.
La "filosofia" della prassi
Una volta chiarito il ruolo del Governo, rimane da far si che gli uomini, volendo e sapendo, lo abbattano.
I filosofi della politica hanno spesso rilevato il legame tra etica e politica, dando una giustificazione etica dell'esistenza del Governo: gli uomini sono incapaci di distinguere il bene dal male, lo possono fare solo se educati da buone leggi; per ottenere questo risultato, per edificare l'uomo nuovo e necessario il governo dei filosofi, o dei preti, o dei migliori, o dei giacobini, o dei bolscevichi ecc. ecc.
Basterebbe questo accenno per dare all'etica un connotato controrivoluzionario. Ma se scaviamo più a fondo in questa branca della filosofia ne sveliamo tutto il carattere classista ed ideologico.
La base dell'etica e la possibilità di fare scelte volontarie, attraverso cui gli uomini perseguono il raggiungimento della felicità, il bene individuale e collettivo. Chi, nella società attuale, e in grado di agire liberamente? solo gli appartenenti alle classi privilegiate. Di questa realtà erano ben coscienti i filosofi greci, che si rivolgevano alla società degli uomini liberi, che si poteva occupare anche di filosofia perché le occupazioni materiali erano assolte dagli schiavi negli ergastoli.
Alla schiavitù basata sul rapporto di subordinazione personale si e sostituita la schiavitù dorata del lavoro salariato, ma la stragrande maggioranza della popolazione resta esclusa dal perseguimento della felicità. Lo sfruttamento che i capitalisti esercitano sui proletari e la causa principale di tutte le soggezioni morali e materiali cui i lavoratori sottostanno; attribuire l'abiezione, le malattie ecc. che si diffondono fra i ceti popolari solo ad un problema etico, d'educazione, di libera scelta degli individui porta direttamente alla necessita di avere un buon governo che "educhi", attraverso "buone" leggi, gli strati più svantaggiati; in sostanza legittimando ancora una volta l'oppressione e lo sfruttamento generati dall'esistenza del Governo.
L'azione degli anarchici, al contrario, parte dalla considerazione che lo sfruttamento e l'oppressione rendano impossibile la libera ricerca del bene. La condizione della stragrande maggioranza della popolazione e determinata dall'organizzazione sociale, e nonostante questo gli anarchici ritengono possibile la lotta, ritengono possibile che gli uomini, volendo e sapendo, possano trasformare la società. Il passaggio che permette agli uomini di modificare la propria condizione non è l'educazione, ma la pratica, la lotta. È attraverso la lotta che gli uomini modificano l'ambiente che li circonda, costruiscono nuovi rapporti fra di loro e quindi modificano se stessi. Il ruolo centrale della prassi in questa concezione e sottolineato proprio nel capitolo del programma anarchico che si occupa della lotta politica.
Il mito del Governo, del buon governo fatto dai migliori e il mito più duro a smantellare, e proprio in questo caso viene sottolineato che la propaganda da sola e impotente a convincere tutti: solo l'azione pratica può far si che il popolo cominci a pretendere maggior libertà, e che cominciando ad assaporarla finisca col volerla interamente.
Riassumendo in poche parole la riflessione fatta precedentemente, gli elementi di una pratica etica coerente possono essere innanzi tutto l'attività che porta alla dissoluzione della società basata sullo sfruttamento e l'oppressione, la rivolta nei confronti di questa società, la solidarietà nei confronti delle altre vittime dello sfruttamento e dell'oppressione. È in questo quadro che la violenza assume un valore etico, in quanto elemento di rottura nei confronti delle classi privilegiate, e il suo valore etico finisce nel momento in cui cessa l'oppressione e lo sfruttamento.
Governo e Stato
Ma perché il Programma anarchico parla tanto diffusamente di Governo, quasi dimenticandosi dello Stato o, per usare un termine più moderno, di sistema? Una spiegazione si può trovare in un'opera precedente di Malatesta, "L'anarchia", dove, proprio nelle prime pagine, sostiene che "Stato significa Governo o, se si vuole, e l'espressione impersonale, astratta di quello stato di cose di cui il governo e la personificazione". Malatesta da anche altre spiegazioni, ma io credo che questa sia quella centrale, perché ancora una volta rimanda alla responsabilità degli individui, alla loro scelta di far parte delle classi privilegiate, dei vincitori che riducono i vinti in schiavitù e li fanno lavorare per loro. Malatesta, dove ha potuto, è sempre rifuggito dalle definizioni astratte, che poi rimandano, più o meno implicitamente, a leggi oggettive, di fronte cui l'individuo non può fare a meno di inchinarsi; se fosse accettata questa ipotesi, gli stessi dominatori non sarebbero che pedine di un processo storico più grande di loro, sminuendo non solo la loro responsabilità di fronte agli orrori compiuti da tutti i governi, ma sminuendo anche la possibilità, per gli oppressi di ribellarsi e di por fine, con l'insurrezione vittoriosa, allo sfruttamento e all'oppressione.
Insurrezione e rivoluzione
Abbiamo detto sopra che i partiti politici si distinguono per il loro atteggiamento di fronte al Governo; quindi, al di la dell'aspirazione ad una società senza Stato, qual e l'atteggiamento definito dal Programma anarchico di fronte al Governo, qual e il metodo di lotta politica prospettato?
Il metodo di lotta prospettato nel Programma anarchico e l'insurrezione, una parola che ha un forte sapore ottocentesco e sembra portarci in un mondo fatto di barricate e di complotti, associazioni segrete e giuramenti di sangue. Certamente, e questo il mondo da cui e nato il movimento anarchico, e per anni ne ha portato i segni, ma quello che si intende con questa parola nel Programma e qualcosa di meno coreografico, e la capacita del popolo di opporre all'oppressione del Governo la propria forza. Se si ritiene che sia possibile limitare l'oppressione del Governo attraverso manifestazioni d'opinione, oppure attraverso la lotta elettorale o i referendum, ovviamente non si puo parlare di forza popolare che si contrappone al Governo. Quando invece il popolo, per affermare i propri diritti, oltrepassa i limiti imposti dalle leggi, allora e proprio la forza popolare che si esprime nelle piazze e piega il Governo ai propri voleri.
Il fatto che questi episodi non degenerino in episodi insurrezionali come ci sono tramandati dalla letteratura rivoluzionaria, dipende in parte dall'intelligenza del Governo, che preferisce far sfogare le esplosioni di rabbia, per poi attendere momenti più tranquilli per imporre i propri interessi, sia dalla debolezza del Governo, che non potrebbe giustificare di fronte all'opinione pubblica continui eccidi di oppositori. Se al termine insurrezione diamo questo significato più vasto, possiamo vedere come la storia dell'Italia repubblicana sia stata costellata di insurrezioni, e come ancora oggi i lavoratori che intendono difendere i propri diritti o i cittadini che si oppongono allo scempio ambientale non esitino a violare l'ordine pubblico. Proprio l'esperienza dei movimenti dimostra che, quando questi non hanno esitato a scendere in piazza, il Governo o le autorità locali sono state costrette a fare marcia indietro, confermando la validità del metodo anarchico.
Tiziano Antonelli
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