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Da "Umanità Nova" n.13 del 9 aprile 2000

La fine del diritto di sciopero

Il fine settimana scorso è stato presentato come una sorta di week-end di passione, con tanto di "cittadini ostaggio" e "Italia a piedi" a causa di "scioperi selvaggi" indetti da sindacati "irresponsabili".
Abbiamo assistito all'ennesima messa in scena funzionale a dare la spinta definitiva al varo di una nuova legge antisciopero definito "improvviso" del Sulta-CUB e degli assistenti di volo, perfettamente riuscito; è poi toccato ai ferrovieri, con lo sciopero dell'OrSA, della FLTU-CUB e della Fisast, con i treni bloccati all'ottanta per cento.
Nel giro di un paio di giorni, e sotto la minaccia di un decreto legge d'urgenza, il parlamento ha ripreso a discutere la nuova legge antisciopero, che è stata votata e approvata, secondo il programma, il 5 aprile, e che prevede una lunga serie di divieti che finiscono per rendere un parvenza di diritto quel che resta del vecchio diritto di sciopero: conciliazione obbligatoria tra le parti, servizi minimi da garantire elevati al 50%, divieto dell'effetto annuncio e della concentrazione delle date, sanzioni per chi non informa i cittadini. Il potere della Commissione di Garanzia ne esce enormemente accresciuto, e sappiamo quanto di parte e repressivo esso sia stato fino ad oggi.

In questa settimana di gran parlare contro gli scioperi, quasi tutti hanno dimenticato di informare i famosi "cittadini sotto tutela", delle motivazioni che inducono i lavoratori ed i loro sindacati (di base o autonomi che siano) ad indirli. In realtà, come chi li usa sa bene, l'inefficienza dei servizi nel loro complesso è un fatto di tutti i giorni; la politica di liberalizzazione e privatizzazione ha provocato un inesorabile smantellamento di interi settori, una precarizzazione del lavoro, la perdita di centinaia di migliaia di posti, la caduta dei livelli di sicurezza e di qualità.
Le lotte in atto, che vedono protagoniste categorie molto conflittuali, dal trasporto aereo a quello ferroviario, a quello urbano, ma potremmo passare alla scuola, alla sanità etc., stanno, non a caso, cercando di porre un freno alla politica di saccheggio sociale, che, ovviamente, comporta anche una caduta verticale dei diritti dei lavoratori ed una svendita delle più antiche e importanti conquiste.
Però sono proprio coloro che si sono accaniti maggiormente per svendere il servizio pubblico, in nome delle privatizzazioni, a venirci a parlare durante gli scioperi, di diritto dei cittadini alla mobilità: quel diritto che essi negano, che la loro politica neoliberista cancella ogni giorno.

In questi giorni è tornata anche alla ribalta la legge sulla rappresentanza, anch'essa congelata dal parlamento; uno dei motivi ricorrenti nei discorsi falsamente scandalizzati dei vari Cofferati, D'Alema, Fossa, D'Antoni, Cimoli, etc., è che gruppi minoritari di lavoratori tengano in ostaggio l'Italia intera. In realtà le cose non stanno proprio così, perché se così fosse si sarebbero già affrettati ad approvare la legge sulla rappresentanza, fissando una soglia di rappresentatività (anche quella del 5% di cui si parla), che avrebbe automaticamente fatto fuori le sigle ribelli, nonché "minoritarie". Invece il sindacalismo di base è in continua crescita: il Sulta - CUB, ad esempio, che conta oltre 3.500 iscritti, ha 1.200 adesioni tra i 4.000 assistenti di volo; l'OrSA, che raggruppa sindacati autonomi e di base ha, nelle sole ferrovie ben 25.000 iscritti; la CNL (anch'essa aderente all'OrSA) ne conta oltre 2.000 tra gli autoferrotranvieri romani. Ma quand'anche si trattasse di sigle veramente minoritarie, chi potrebbe impedirgli di resistere, organizzarsi e indire scioperi? Lo sciopero, nonostante tutti gli sforzi per comprimerlo e annullarlo, resta un diritto costituzionale del singolo lavoratore, quindi ci troviamo, secondo la stessa legalità borghese, di fronte ad un caso di minoritarismo estremo. Potranno mai fare una legge che impedisce ad organizzazioni sindacali piccole o piccolissime di formarsi? Potranno rendergli la vita difficile (come già fanno da sempre) ma non potranno vietarne l'esistenza. Non ne hanno il coraggio, così come non hanno il coraggio di vietare gli scioperi... non ancora. Per la cronaca, la discussione della legge sulla rappresentanza è stata, comunque, rimandata al prossimo giugno.

Sarebbe errato, però, considerare l'attacco al diritto di sciopero riferito solo ad alcuni settori specifici. Si comincia sempre con l'ostacolare la possibilità di lottare in una categoria, ma l'obiettivo rimane quello di arrivare a legiferare una limitazione drastica del diritto di sciopero per tutte le categorie. È questa la strada per restaurare il controllo sui movimenti di base che ostacolano, bene o male, i processi di ristrutturazione in atto.
Appare scontato come la legge sia passata senza troppi problemi, e come la regolamentazione dei rapporti di forza strategici, d'ora in avanti, dovrà avvenire anche attraverso altre forme di pressione e di conflitto; forme che la fantasia umana e proletaria partorirà man mano che gli effetti limitativi della nuova legge si faranno sentire.

Pippo Gurrieri



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