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Da "Umanità Nova" n.14 del 16 aprile 2000
Dibattito
Nati precari?
Prosegue il dibattito sulle trasformazioni
sociali in atto, il mondo del lavoro, le modalità di ridefinizione del
potere statale e di quello padronale a livello nazionale ed internazionale, le
dinamiche della globalizzazione e le forme del controllo politico, il
dispotismo statale, la guerra come paradigma delle relazioni tra singoli stati
e tra stati e società civile, tempi e modi della trasformazione
sociale... Questi temi, tra l'altro, sono all'ordine del giorno del prossimo
Congresso della FAI.
Nati Precari?
Il senso comune dei lavoratori era abituato a considerare un lavoratore
'precario' come colui in cerca di una occupazione stabile, e che
temporaneamente si barcamenava a seconda dell'età, dell'esperienza
maturata, del grado di istruzione e della nazionalità di provenienza in
settori marginali e periferici rispetto alla produzione, o in occupazioni tra
le più usuranti e meno qualificate, dove la capacità di
sopportazione della fatica era sostanziata da schiaccianti necessità
economiche o da veri e propri ricatti giuridico-polizieschi: si pensi alla
situazione di proletari da poco immigrati dal 'paese' d'origine e facenti parte
di comunità ancora poco 'strutturate' sul territorio. I cantieri edili,
le cucine di alberghi e ristoranti, i campi di raccolta, le cooperative di
facchinaggio - talvolta gestori in terra d'Emilia della logistica di una intera
azienda o dei magazzini della grande distribuzione - sono le dure scuole
d'apprendistato per questi lavoratori. Talvolta sempre il senso comune
considera il lavoratore precario, come colui che cerca solo una integrazione di
reddito, magari ancora studente-lavoratore o alloggiante quasi trentenne nel
caldo tepore delle mura familiari, oppure in quella galassia della condizione
salariata 'al femminile' in cui una occupazione part-time od in ritenuta
d'acconto, come al nero, nasconde una situazione di doppio-lavoro effettiva,
spesa tra le mure domestiche, la cura dei figli o di un genitore 'a carico', e
le attività effettivamente remunerate.
La precarietà entra in fabbrica
Con l'introduzione di tipologie contrattuali a termine, ed il loro uso ed abuso
da parte delle aziende, talvolta oltre i già ampi limiti di
utilizzazione previsti dalla legge (con la tacita o esplicita complicità
delle R.S.U.), anche nel cuore del sistema produttivo: la fabbrica, la
precarizzazione della forza-lavoro diviene un fatto compiuto, soprattutto per
le giovani leve operaie. L'introduzione di questi contratti non è solo
in funzione di dilatazione dei tempi di selezione e scrematura dell'organico da
assumere, cioè quel lungo purgatorio prima di raggiungere il paradiso
del posto fisso, ma è utilissimo ai padroni per stagionalità,
picchi di produzione, mansioni che hanno bisogno, anche per periodi medi o
lunghi, di personale usa e getta da spremere e buttare. Su questo personale
l'azienda non investe in formazione, ma scarica questa e le varie deficienze
dell'organizzazione del lavoro sui suoi dipendenti, non garantisce una
assunzione futura, ma solo pie illusioni, e su cui esercita talvolta un margine
di ricatto maggiore, che si riverbera anche in un maggiore ricatto sui
lavoratori a tempo determinato che considerano talvolta questi lavoratori come
esterni (è il caso tipico del lavoro cooperativo e di quello interinale)
o potenzialmente minacciosi. Le modificazioni del mercato del lavoro portate
avanti neo-corporativamente da sindacato, padroni e dai governi succedutesi in
questi anni, gli ultimi rinnovi contrattuali, che non danno a livello
giuridico-vertenziale nemmeno uno straccio di appiglio a cui agganciarsi per
l'assunzione in pianta stabile di questi lavoratori, nonché tutta quella
serie di norme che rendono ancora più flessibile ed individualizzato
l'orario di lavoro(si pensi alla 'banca ore' ed alla individualizzazione degli
straordinari), nonché il clima di passività nei posti di lavoro,
determinano un contesto di difficile controllo delle assunzioni, del rapporto
organico-produttività, dell'orario di lavoro e del costo del lavoro,
cioè della quota di salario pagata per il lavoro effettivamente svolto.
Ti affitto un lavoratore
La vicenda legata al lavoro interinale è paradigamatica. Le condizioni
sempre più vantaggiose per i padroni e manco a dirlo più
svantaggiate per i lavoratori, per ciò che riguarda la sua
estensione(ora anche all'edilizia, e all'agricoltura, prossimamente al settore
portuale), la possibilità di utilizzazione (l'8% dell'organico su base
trimestrale), i livelli di retribuzione (ora si può assumere con la
qualifica più bassa) e di garanzie minime effettive, il suo esplosivo
sviluppo nelle realtà economiche più rigogliose hanno visto il
coinvolgimento in questo business anche dei sindacati, direttamente
gestori di alcune agenzie (CGIL-Obiettivo Lavoro, CISL-CRONOS...). In alcune
realtà, queste agenzie sono diventate il filtro indispensabile per
trovare lavoro, soprattutto per le mansioni operaie meno qualificate, con il
settore metalmeccanico a farla da padrone. A volte capita infatti, portando il
proprio curriculum nelle aziende, di essere spediti nell'agenzia interinale di
riferimento (Ducati Motor-metalmeccanica, Alcisa-alimentare, ecc.) oppure,
concluso il contratto a termine od il contratto formazione lavoro con
l'azienda, si viene consigliati dal direttore del personale di farsi assumere
dall'agenzia di lavoro interinale di riferimento per continuare a lavorare per
quella azienda (Manuli-autoitalia, RCD-metalmeccanica, ecc.). Altre volte il
contratto interinale viene rinnovato per più volte, fino ad accumulare
una anzianità di servizio presso l'azienda di un anno e più, per
poi stare a casa per un po' e iniziare nuovamente presso la stessa ditta magari
ancora tramite agenzia, fino all'assurdo di utilizzare i lavoratori interinali
in casi in cui siano in atto procedimenti di mobilità
(CEAM-metalmeccanica), od in funzione anti-sciopero come è accaduto per
gli scioperi del rinnovo del contratto metalmeccanico. La defiscalizzazione ed
altri vantaggi collaterali prima, la possibilità di assumere ora
personale che viene pagato secondo i parametri retributivi delle qualifiche
più basse, il fare contratti che vanno da poche ore a mesi, e poi mesi,
rende questo strumento particolarmente appetibile per i padroni. A Bologna la
Ducati motor, con un organico attorno alle mille unità, ha dal 14
Gennaio scorso più di 100 interinali, per così dire fissi, in
realtà sottoposti ad un turn-over calcistico, per non parlare
degli altri lavoratori con vari contratti a tempo determinato, alla
Magneti-Marelli, fabbrica con più di 1000 unità, gli interinali
ed i contratti week-end hanno soppiantato i contratti semestrali. Se poi si
considerano altri stabilimenti medi, piccoli o piccolissimi, la sostanza non
cambia, visto tra l'altro che l'unico paletto effettivo vieta che gli
'interinali' superino la quota dei lavoratori 'fissi'.
Alcune ipotesi su precarizzazione e flessibilità
Così come sono stati ridefiniti i volumi di merce 'in arrivo' o 'in
partenza' giacente in magazzino secondo il principio dello zero stock
assecondanti una produzione just-in-time, pronta a rispondere
immediatamente agli ordini del mercato per la casa madre, o del committente per
le aziende dell'indotto, anche l'organico viene modellato da queste esigenze,
'gonfiandosi' in caso di picco, di lancio di un nuovo prodotto, di una
stagionalità di punta, ecc. e 'sgonfiandosi' in caso di riflusso degli
ordini, di una contingente situazione di difficoltà, e così via.
Sebbene una quota della forza lavoro possa essere comunque assunta e
'assumibile' tramite contratti a termine, e le forme e l'utilizzazione di
questi possono essere ampliate e diversificate, cioè si assiste e si
assisterà sempre più ad una 'stabilizzazione' della
precarietà, l'azienda avrà sempre bisogno di un nucleo di
lavoratori più qualificati, dotati di una certa professionalità
interna, in grado di risolvere le deficienze dell'organizzazione del lavoro,
lavoratori che si facciano maggiormente carico di alcune responsabilità
produttive, e siano tendenzialmente inclini ad un rapporto di fedeltà
con l'azienda, nonché 'aziendalmente' più tutelabili da forme di
rappresentanza sindacale più tradizionali e corporative. La
mobilità sociale, mentre fa transitare porzioni consistenti della classe
lavoratrice in più siti produttivi - vestendo alternativamente la tutina
blu di metalmeccanico piuttosto che il completino bianco da lavoratore
alimentare, o gustando le brezza di uno stabilimento chimico, o di un centro
commerciale - rende allo stesso tempo questi lavoratori poco inclini al
riconoscimento in una azienda o in una categoria, e pone agli stessi poco
rassicuranti scenari in termini di prospettive di reddito e sicurezza sociale
complessiva, rendendoli oggi scarsamente sindacalizzati e domani difficilmente
sindacalizzabili. Sebbene la scarsa sensibilità maturata rispetto alla
propria condizione, ed il nichilismo che si intreccia su una salda ideologia
dei consumi, siano l'attuale brodo di cultura delle giovani leve operaie, che
non hanno conosciuto significativi conflitti di classe - nemmeno in età
scolare o attraverso il filtro della famiglia - la manifesta disaffezione per
le forme politico-sindacali e l'attacco costante ad una condizione proletaria
che va oggettivamente sempre più peggiorando (reddito, tempi di lavoro,
qualità della vita) pongono seri dubbi sulla persistenza della pace
sociale, conclusosi l'attuale 'svecchiamento' della classe operaia.
A mo' di conclusione
Le rosicate e quasi nulle concessioni sui margini di profitti esargibili in
termini di salario e l'impossibilità attuale di un inversione di rotta
del "riformismo all'incontrario" (P.Mattick) innestato da questo ciclo politico
del capitale, pongono l'unica mediazione possibile tra Capitale e Lavoro sul
piano di una 'contrattazione a perdere', contrattazione che in una fase di
attacco manifesto da parte dei padroni viene a dissolversi, scomparendo del
tutto in fase di crisi. La concentrazione di capitali, l'attuale divisione
internazionale del lavoro a filiera[1], e l'instabilità economica saranno in un
periodo di crisi l'anello debole della forza sociale capitalistica nei
confronti di un possibile attacco della forza sociale operaia: questo
porrà sempre più su di un piano direttamente politico le
rivendicazioni che intralciano in qualche modo l'accumulazione di profitto,
alzando reciprocamente il livello dello scontro, semplificando e polarizzando
fortemente le alternative e gli sbocchi possibili. La possibilità del
riscatto dei lavoratori, nella lotta a coltello contro il sistema capitalista,
sarà in mano alle capacità politiche della classe operaia stessa
- ed alle minoranze agenti interne alla classe che sapranno cogliere la cifra
del "movimento reale" e dialogare con esso - della sua abilità di
rivolgere l'organizzazione del lavoro contro i padroni, di tessere legami di
solidarietà 'a monte' ed 'a valle' della catena produttiva, nel centro
come nella periferia dello scontro, nell'abilità di attaccare i nervi
scoperti del capitalismo con la propria intelligenza collettiva, di irradiare e
aggredire il territorio circostante. Se siamo di fronte ad una nuova
polarizzazione di classe, e ad una composizione che presenta strati
potenzialmente più radicali, avremo la possibilità di
sperimentare nelle lotte, nel consolidarsi dell'organizzazione autonoma di
classe nuovi rapporti sociali comunisti. Sta ora a noi decifrare l'attuale
composizione di classe e il partecipare ai suoi avanzamenti. Va in questo senso
il nostro lavoro nelle fabbriche e aziende del Bolognese, con giornali di
fabbrica o di zona, con il tentativo di riportare la politica sui posti di
lavoro. Nello sperimentare forme di coricerca che siano strumento politico per
decifrare il presente e al tempo stesso materiali di autoformazione e
identificazione per i lavoratori.
Precari-Nati Bologna
Nota
[1] M.Donato G.Pala La catena e gli anelli Divisione internazionale del lavoro, capitale finanziario e filiere di produzione, la citta del Sole, Napoli, 1999
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