Da "Umanità Nova" n.15 del 23 aprile 2000
Il nuovo militarismo
Orizzonti di guerra
Per antimilitarismo in genere si intende la contrarietà etica
(individuale) e politica (collettiva) all'istituzione militare e all'esercito.
A questo punto bisognerebbe chiedersi se esista o meno una specificità
anarchica di questo rifiuto della divisa e conseguentemente alla prima domanda
se anche il movimento anarchico in genere sia unanime o si differenzi
ulteriormente.
Iniziamo subito dalle affermazioni di principio e dai distinguo. Il movimento
anarchico non ha mai avuto la pretesa di monopolizzare ideologicamente
l'antimilitarismo, ma ha sempre voluto attribuirgli una valenza particolare, in
qualche modo di specificità propria che lo contraddistinguesse da tutti
gli altri antimilitarismi. Sembra, di primo acchito, una pretesa di
superiorità boriosa di un gruppo di <<duri e puri>>. La
realtà, a nostro avviso, è ben altra, e cioè che
l'antimilitarismo senza una lotta che metta in discussione l'esistenza stessa
dello stato, delle istituzioni e del sistema di sfruttamento capitalistico,
potrebbe risultare monco.
Se è vero, infatti, che ciò che configura da un punto di vista
giuridico il potere statale è l'uso legale della forza all'interno di un
territorio dato, è chiaro che per difendere l'ordinamento vigente, il
Potere si attrezzi con gli strumenti più conseguenti: la polizia, i
carabinieri, l'esercito, i tribunali, le carceri e così via. Sarebbe
troppo lungo dilungarsi, ma è evidente che il Potere si conforma ai
livelli che lo scontro di classe, le culture ed i movimenti sociali e
comunicativi esprimono in dato momento storico: tanto per fare un esempio si
può supporre che il sistema penale medioevale fosse abbastanza
differente da quello attuale, senza togliere nulla alle nefandezze del
presente.
Ricordiamo inoltre che non abbiamo per nulla una visione statica della storia e
che pertanto quando parliamo di momenti storici pensiamo sempre ad una loro
periodizzazione e contestualizzazione.
Chi ha un po' di memoria storica, sa che tutti gli eserciti nascono con una
duplice finalità: di repressione e di controllo interni (entità
statuale genericamente definita dall'età moderna) e di repressione e di
controllo dell'integrità territoriale di fronte ai nuovi o vecchi
nemici. Tutte le più grandi repressioni antipopolari della storia sono
state condotte dagli eserciti dei propri paesi e quand'anche fosse stata fatta
da un qualsiasi 'invasore' non è mai mancata l'attiva collaborazione
delle forze patrie.
L'esercito, quindi, in base a questa funzione duale (interna ed esterna) non
è mai stato scisso dal Potere che ad esso si accomunava e sorreggeva.
Ecco perché non può bastarci un generico rifiuto dell'Istituzione
militare senza che ad essa si accompagni un altrettanto serrata critica del
potere statuale e delle sue diramazioni.
Siamo, secondariamente, abituati a sceglierci i nemici e gli amici senza che
alcuno, al di sopra, ce lo imponga: non è la collocazione
geo-politico-natale di una persona che ci interessa, ma cosa questa fa in quel
luogo. O per meglio dire, se essa se sfrutta o non sfrutta altri esseri umani,
animali o vegetali, cosa ne pensa dell'omosessualità,
dell'infibulazione, dell'autorganizzazione e così via.
Per quanto riguarda il postulato della repressione interna, essendo noi
selvaggiamente ribelli alle cose esistenti, non possiamo che essere contrari a
uomini e donne in divisa istituiti ed istruiti a farci accettare le cose
così come stanno.
Per quanto concerne, invece, il secondo postulato, ci sembra più che
ovvio che non accetteremo mai che uno ci dica che una popolazione di 10, 20 o
100 milioni di abitanti è nostra nemica. Né accetteremo mai che
il Potere, inviando a combattere dei 'professionisti della morte su vasta
scala', ci liberi dal dovere etico e politico d insultarlo e combatterlo ogni
qual volta questo accada (vedi guerra in Kossovo).
Forse adesso si capisce un po' meglio cosa ci contraddistingue dal degnissimo
antimilitarismo cristiano o da quello social-comunista. Non possiamo credere
infatti, che esistano guerre giuste o sante o che l'esercito possa servire a
costruire uno Stato socialista, ma semmai ad affondare il socialismo e a
salvare lo stato; non possiamo credere che esistano eserciti popolari, ma solo
antipopolari o che le missioni sotto egida ONU siano delle missioni umanitarie,
ma possiamo credere che siano soltanto delle forme di guerra sotto altro nome
(caso Somalia docet).
Possiamo, dunque, dirci pacifisti? Sì, a patto che a questo termine non
vengano concesse deroghe di sorta: ricerca della pace sempre, ma lotta mai
pacificata ad ogni forma di sfruttamento e di dominio.
L'ultima domanda alla quale occorrerebbe rispondere è quella
complicatissima sull'uso della violenza e quando questo possa essere o no
legittimo. Innanzitutto bisognerebbe definire meglio che cosa si intende per
violenza e secondariamente tentare di definire le diramazioni della sua
applicazione. Non è un caso, infatti, né lo sarà mai, che
il Potere distingua la violenza fisica dalle altre forme di violenza, verbali,
visive, comunicative...esistenziali! e che sulla prima attui una ulteriore
distinzione tra uso legittimo ed illegittimo della stessa.
Per il Potere è legittima la violenza di uno Stato che randelli per bene
una manifestazione operaia che chiede la sospensione dei licenziamenti
(violenza economica, sociale, esistenziale, culturale...) ed è
illegittima la violenza operaia che nella stessa manifestazione si opponga alle
forze dell'ordine o che interrompa il transito dei treni e così via.
Sulle necessaria distinzione della violenza fisica dalle altre forme di
violenza è ancora una volta il Potere che ci consegna dei fulgidi
esempi: il WTO (organizzazione mondiale del commercio estero). Questo mefitico
organismo internazionale ha deliberato, nella maniera più pacifica,
tutta una serie di atti di una violenza inaudita perché dalla loro
attuazione costringono o costringerebbero decine di milioni di persone a vivere
in condizioni penose, se non a morire di fame: questi atti vanno dall'uso del
transgenico a imposizioni di accordi bi o multi-laterali che strozzano gli
abitanti dei paesi più poveri. Il tutto con il beneplacito di
gentiluomini e gentildonne del FMI e della Banca Mondiale. Una persona di buon
senso potrebbe associare i delegati del WTO a dei veri e propri criminali di
guerra. L'effetto delle loro terapie economiche non si discosta molto da un
buon bombardamento. Ma guarda caso, chi furono i violenti?: i soliti anarchici
armati di bastoni che sfasciavano vetrine e si scontravano con la polizia.
Bisognerebbe, a questo punto, inoltrarsi nei meandri della violenza dei mezzi
di comunicazione di massa, ma è meglio fermarsi. Ciò che ci preme
dire è che la violenza (sia fisica che verbale che...) è, in
genere, un atto o l'atto per eccellenza più autoritario che esista:
essendo noi profondamente antiautoritari possiamo pensare che l'uso legittimo
di essa o meglio di esse debba essere commisurato alla stretta necessità
storica non astratta (es Resistenza, ma anche alla conflittualità
diffusa), al grado di repressione del Potere e all'intelligenza (abbiamo la
presunzione di esserlo) delle persone che ne fanno uso.
Questo esclude nella maniera più categorica ogni ricorso alla violenza
terroristica ed indiscriminata e ribadisce che, dati i rapporti di forza,
sarebbe meglio evitare il più possibile ogni forma di martirio.
I temi aperti dal nuovo militarismo
Alcune delle tematiche che il nuovo militarismo apre sono ovviamente 'vecchie'
quanto la storia dell'umanità (la spesa per gli armamenti, la coesione
ideologica intorno ad un modello di società ecc.); ciò che invece
cambia sono i riferimenti storico - politici (il contesto) entro cui il Nuovo
Modello di Difesa si inserisce. Provo ad elencali brevemente nel loro peso
specifico e nelle problematiche ad essi connesse:
Il contesto internazionale. Con la fine dei blocchi, con la fine della pace
armata nelle aree di dominio delle superpotenze e delle guerre imperialistiche
nei territori da sottomettere (Corea, Vietnam, Afghanistan...) o con il
controllo diretto di quegli stati orbitanti nell'area geopolitica (imposizione
di governi fedeli e dittatoriali e strategia della tensione), cambia il ruolo
dell'intervento militare, configurandosi sempre più come azione di
polizia internazionale volta a salvaguardare nell'immediato gli interessi
economici dei paesi dominanti: le guerre in Iraq, in Kossovo, in Cecenia... e
le varie missioni Onu a scopo 'preventivo' come avvenne in Libano, o avviene
oggi in Somalia ed in Albania... Tale situazione, all'interno della quale
l'Europa e l'Italia hanno una funzione imperiale di primo piano, ha bisogno di
alcune premesse necessarie al suo funzionamento:
Un forte consenso ideologico e culturale al modello di difesa/offesa che
propone:
la guerra come estensione 'naturale' della politica: le basi vennero poste con
la guerra del Golfo per poi essere consolidate dal governo D'Alema con la
guerra nel Kossovo.
L'esercito come strumento di intervento 'umanitario': uso massiccio dei mezzi
di comunicazione di massa per propagandare questa bestiale falsità.
Dalla propaganda nelle scuole, agli uffici postali, dai cartelloni pubblicitari
e per finire con la Tv ed Internet.
L'esercito come strumento di emancipazione femminile: la conquista di una falsa
parità attraverso gli strumenti di morte.
L'esercito come lavoro tra tanti. Come disse un pilota americano che scaricava
bombe in Iraq: "It's only a job!" (è solo un lavoro!)
La 'naturalità' dei concetti come gerarchia, domino, supremazia ecc.
L'efficienza/efficacia militare attraverso le seguenti linee d'azione:
Riorganizzazione in senso professionale e volontario dell'esercito: 113.000
soldati e 77.000 fra ufficiali e sottoufficiali retribuiti adeguatamente.
Accesso preferenziale (riserve del 30% nei concorsi) nelle amministrazioni
pubbliche per coloro che hanno optato per la ferma militare.
Ammodernamento delle strutture militari, degli armamenti e acquisto di nuove
armi: dei 32.839 miliardi del bilancio della Finanziaria 2000 destinati alla
difesa, ben 5338 saranno dedicati all'acquisto di nuove armi e per
l'ammodernamento la spesa viene calcolata in almeno 9000 miliardi l'anno.
Un ruolo attivo dell'Italia, come dice il governo D'Alema, nel "produrre
sicurezza oltre che consumarla."
Promozione del commercio di armi: il commercio mondiale di armi, quello
ufficiale, è arrivato nel 1997 ad una cifra netta che supera i 46
miliardi di dollari.
Il ruolo delle banche nell'intermediazione del commercio di armi. Sempre
più il sistema bancario nazionale si sta proponendo come volano e
'cassa' per lo smercio di armi: nel 1998 le operazioni bancarie autorizzate
connesse all'export di armi sono ammontate a 1.236 miliardi di lire. Tutte le
maggiori e minori banche italiane sono implicate nelle transazioni monetarie
per il commercio di armi: in testa abbiamo l'Unicredito, il San Paolo di
Torino, l'Ambroveneto, la Cassa di Risparmio di Torino, la Banca di Roma, Il
Monte dei Paschi di Siena ed il Banco di Napoli. Anche la notoriamente 'buona'
Banca Popolare Etica era 'incappata' in un incidente diplomatico: in passato,
infatti, aveva aperto un conto (ora chiuso) presso il Banco Ambrosiano Veneto,
banca d'appoggio per le esportazioni delle parti di ricambio di elicotteri
militari in Turchia e Perù oltre ad altre operazioni monetarie nel
settore militare. Chissà oggi, ma ciò che mi preme notare
è: come è possibile che non lo sapessero già allora e,
anche se non lo avessero saputo, i conti non tornano ugualmente.
Il contesto interno. L'uso dell'esercito (funzione storica) come strumento di
repressione interna e di controllo sociale: dal controllo costiero alle
funzioni di polizia classiche (carabinieri come 4a forza armata).
Il ruolo del nuovo Servizio Civile Nazionale: funzionale e surrogato del
modello di difesa vigente si pone come si è sempre posto come falsa
alternativa alla militarizzazione della vita civile. Sempre più
strumento in mano alle lobby del volontariato nostrano per sostituire
manodopera a costi zero, se non proprio, in futuro diventerà la nuova
carta di credito per il buon cittadino veltroniano: ossequioso verso un governo
amico, anche quando bombarderà qua e là ed utile a mettere le
pezze alle disfunzioni di un welfare sempre più privatistico e precario.
Pietro Stara
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