![]() Da "Umanità Nova" n.18 del 21 maggio 2000 Battuto il referendum: è tempo di lottareIl tonfo dei referendum non è stato fortissimo, ma qualche segno l'ha lasciato. La partecipazione scarsissima degli elettori indica un rifiuto, composito e complicato, dell'istituto referendario. È del tutto evidente che il fronte dell'astensione ha sommato disimpegno e rifiuto fisiologico, opposizione politica di diverso segno all'attuale governo, e - anche se con peso minore - opposizione di classe alle attuali politiche sociali e del lavoro. Non scenderò qui nel merito del gustoso balletto dei partiti e dei loro leader (Bonino qui, boni Bonino no là, oh! oh!), né della natura dell'istituto referendario se non per ribadire che si tratta di un'espressione di democrazia del tutto formale; la scelta dei temi, le risorse economiche e mass-mediatiche che è necessario mettere in campo precludono l'utilizzo di questo strumento a chiunque non sia una lobby partitica o politica dai mezzi adeguati. Ma torniamo ai referendum falliti e in specifico a quello sulla libertà di licenziare. I diritti dei lavoratori - che come si sa sono strettamente legati alle capacità della working class di offendere e di difendere - sono ridotti in questa fase al lumicino. La libertà di licenziare, nei fatti, esiste ormai da anni (legge sulla mobilità) e in certi casi è consustanziale al rapporto di lavoro stesso: varie tipologie di lavoro precario, contratti a tempo determinato, formazione-lavoro, per non parlare di LSU o addirittura di lavoro nero; si tratta insomma di situazioni in cui la cessazione del rapporto di lavoro è implicita nelle condizioni pattuite, l'eccezionalità è invece nella prosecuzione o nella regolarizzazione del rapporto. Fatta questa premessa è comunque chiaro come difendere l'ultimo appiglio formale contro i licenziamenti selvaggi fosse importante: in primo luogo come fatto in sé (anche per le sue implicazioni tecniche e procedurali), in secondo luogo come segnale di una possibile inversione di tendenza nei confronti di una catena di sconfitte che la working class patisce da almeno quindici anni. L'obiettivo è stato raggiunto però, bisogna dirlo, con uno strumento come quello dell'astensione motivata (che anche noi, insieme ad aree del sindacalismo di base e a RC, abbiamo indicato) che poi lascia problemi di visibilità e i cui risultati numerici sono difficilmente rivendicabili. Berlusconi e suoi italioti hanno così diviso il voto - non voto: un terzo, astensione fisiologica; un terzo ha seguito le indicazioni di F.I.; un terzo è andato a votare. Noi cosa diciamo? Rivendichiamo tutte o in parte le astensioni motivate alle nostre indicazioni? Che titoli abbiamo per farlo più di quanti non ne abbia il Berlusca? Si pone cioè il problema di "capitalizzare" il risultato del non-voto (che già si pone ciclicamente per le elezioni) evitando le secche dell'autoincensamento da un lato o dell'attribuzione del fenomeno a un generico e qualunquistico rifiuto della politica. Non mi sento di dare risposte, viviamo in una fase in cui il confine tra il rifiuto incazzato delle ritualità democratiche e la rinuncia ad occuparsi sotto qualsiasi forma dei propri interessi è nebuloso e sfumato. In questo limbo sta precipitando una parte sempre più consistente della classe lavoratrice, altrimenti nelle piazze vedremmo un po' più spesso gente incazzata e stufa di referendum e di elezioni ma con la voglia di riconquistare qualche "diritto" sostanziale. Le risposte le può dare, dunque, solo la rinascita di un movimento di lotta generalizzato dei lavoratori, che impedisca alla Bonino di turno anche solamente di sognarsi di poter sottoporre alla "consultazione democratica" questioni del genere. Guido Barroero
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