![]() Da "Umanità Nova" n.20 del 4 giugno 2000 Confindustria all'attaccoL'elezione di Antonio D'Amato alla presidenza della Confindustria è stata, con molte buone ragioni, interpretata come il prodotto di una svolta negli orientamenti dominanti nel padronato italiano. Ovviamente la sua elezione non è rilevante per le origini partenopee che certo non hanno nulla a che vedere con le ragioni della sua vittoria né con il suo presunto essere un "piccolo imprenditore" visto che, in realtà, possiede un'azienda di rispettabili dimensioni che opera a livello internazionale. Come è noto, la sua elezione ha visto, per la prima volta, prevalere in Confindustria un blocco di forze esterne alla tradizionale egemonia della Fiat e di poche altre grandi imprese ed assumere un ruolo trainante alla sin troppo mitizzata media e piccola industria del nord est e non solo. Se intrecciamo questo fatto con il parziale ma significativo modificarsi dell'assetto proprietario della Fiat appare palese che qualcosa sta cambiando negli equilibri interni al potere economico e nei suoi rapporti con il governo ed i sindacati.
Nel suo discorso d'insediamento alla presidenza Antonio D'Amato non ha deluso chi si attendeva un intervento duro e fuori dalle righe. Ha, infatti, esordito con accuse di lentezza ed inefficienza al governo e di conservatorismo al sindacato, ha posto l'accento sul fatto che vanno tagliate le tasse (sui profitti con ogni evidenza, che il mercato del lavoro va ulteriormente deregolamentato, che le privatizzazioni procedono con eccessiva prudenza ecc.. A questa girandola di affermazioni la platea padronale ha risposto con una raffica di applausi, gli uomini della vecchia razza padrona, con Giovanni Agnelli in prima fila, hanno manifestato apprezzamento, gli esponenti del centro sinistra politico e sindacale hanno risposto con imbarazzo e difficoltà. Un primo livello interpretativo del discorso di D'Amato appare sin banale. La Confindustria da per scontata la vittoria del centro destra alle prossime elezioni politiche e decide di correre in soccorso al vincitore bastonando il cane che affoga e presentando al futuro vincitore la propria lista di richieste. Senza escludere che questa sia la chiave di lettura corretta, pare opportuno porre l'accento su alcune questioni che la sortita del padronato pone. Quello che colpisce della posizione del presidente della Confindustria è l'evidente sottovalutazione, se si trattasse di vicende personali potremmo parlare di ingratitudine, rispetto a quello che hanno fatto il governo di centro sinistra e i sindacati di stato per venire incontro ai desiderata del padronato. Basta pensare, a questo proposito, alle modificazioni introdotte nella legislazione sul mercato del lavoro, al finanziamento alla scuola privata, alle privatizzazioni, al taglio delle retribuzioni favorito dalla politica di concertazione con il sindacato di stato, ai finanziamenti che non sono certo mancati, all'inasprirsi della legislazione antisciopero ecc... Visto che D'Amato non pare uno sprovveduto e che ha l'evidente consenso del padronato, l'ipotesi della dimenticanza pare non plausibile e vale la pena di ragionare sullo scenario nel quale si trova ad operare. Il discorso di D'Amato, in realtà, è volto a giocare su due contraddizioni presenti nell'area politico e sindacale di centro sinistra al fine di ottenere risultati consistenti sul periodo medio breve e di predeterminare il quadro delle relazioni sociali sul periodo lungo. D'Amato, infatti, ha nella maggioranza interlocutori tutt'altro che ostili sulle questioni di merito che solleva. Infatti: - a livello partitico ampi settori della maggioranza sono convinti che l'unica speranza di salvezza stia nell'accentuare la collaborazione subalterna con il padronato ed una Confindustria aggressiva è funzionale a metter nell'angolo i settori socialdemocratici della maggioranza, - a livello sindacale, il fatto che l'attacco più duro sia stato portato alla CGIL sembra aprire la strada ad accordi separati con CISL ed UIL, accordi dei quali abbiamo avuto precisi esempi. Se poniamo quest'attacco in relazione con la sempre più probabile discesa in campo di Sergio D'Antoni nelle prossime elezioni e con la possibilità che un terzo polo permetta di mettere fuori gioco quel che resta della sinistra statalista, appare plausibile che la Confindustria sia disponibile ad operare al meglio, dal proprio punto di vista, a fronte di due diversi scenari politici possibili: il trionfo della destra o quello del risorto centro. Da un punto di vista più generale, la Confindustria approfitta della putrefazione accelerata del sistema dei partiti per dettare il proprio programma di politica economica, programma che rende evidente il primato dell'economia sulla mediazione politica. Il fatto che i "poteri forti" economici apprezzino il piglio da bersagliere di D'Amato non deve stupire, la Fiat e gli altri grandi gruppi industriali sanno, da decenni, utilizzare le occasioni che si danno per ottenere condizioni di miglior favore dai diversi governi e non hanno difficoltà a scaricare l'alleato di turno quando non risulta più utile. La destra politica, che già aveva brindato all'elezione alla presidenza di D'Amato, non ha tardato a mostrare il suo apprezzamento alle posizioni del neopresidente che certamente pongono, come si è visto, qualche problema alla maggioranza. Nel caso di una sua vittoria elettorale sarà interessante vedere come potrà far coesistere l'arruolamento in massa di ex democristiani nelle sue file con il rigore neoliberista richiesto da D'Amato. Quello che è più interessante, dal nostro punto di vista, è l'aggravarsi delle contraddizioni interne al blocco dominante. Si tratta, è vero, di contraddizioni derivanti dalla capacità di attacco della destra sociale, di una destra sociale che negli ultimi anni non ha smesso di rafforzarsi nella società ma è anche vero che nei punti di crisi del compromesso corporativo che ha retto la situazione si aprono spazi per l'iniziativa diretta dei lavoratori. Si tratta di rendere chiaro che l'"attacco" confindustriale ai sindacati di stato in genere ed alla CGIL in particolare non riguarda, in alcun modo, una loro funzione di difesa degli interessi dei salariati ma il costo, dal punto di vista capitalistico, della loro funzione di mediazione sociale. Come sempre sta a noi il saper accettare i doni del nemico sulla punta della spada. CMS
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