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Da "Umanità Nova" n.20 del 4 giugno 2000
Conferenza di Ancona
I piccoli passi dell'imperialismo italiano
Sicuramente il vertice tenutosi ad Ancona il 20 e 21 maggio (Conferenza sullo
sviluppo e la sicurezza dell'Adriatico e dello Jonio) non passerà alla
storia. Sarebbe però sbagliato sottovalutarne la portata se non altro
perché è il frutto di tre anni di lavoro della diplomazia
italiana, come ha ricordato il ministro degli esteri Dini. Con la conferenza di
Ancona lo Stato italiano ha voluto riproporre e rilanciare il suo ruolo
nell'area balcanica, un'area dove la penetrazione economica italiana è
seconda solo a quella del gigante tedesco. È su questo aspetto che
bisogna puntare l'osservazione più che sui rituali richiami alle
questioni legate al binomio criminalità/sicurezza. Infatti anche se non
sono mancati i riferimenti propagandistici alla lotta alla criminalità,
presenti soprattutto nell'intervento di Amato, l'impressione è che il
lavoro delle commissioni e i 14 accordi bilaterali sottoscritti fossero mirati
a rafforzare i legami politici ed economici tra i paesi balcanici partecipanti
(Albania, Bosnia, Croazia, Slovenia e Grecia) e l'Italia. Che sia questo il
vero motivo della Conferenza lo confermano anche i richiami ad un'altra
iniziativa italiana. Ci riferiamo all'Iniziativa Centro-Europea lanciata alla
fine degli anni '80 con il sostegno degli ambienti affaristici del Nord Est
allora legati alla DC e al PSI. Allora la diplomazia italiana si lanciò
in un ambizioso tentativo di legarsi ai paesi appena usciti dal comunismo
(Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Jugoslavia), oggi, lo sforzo appare
più limitato ma più realistico: legare i piccoli paesi balcanici
all'Italia. Anche se l'Iniziativa Centro-Europea è sostanzialmente
naufragata per l'opposizione tedesca ed austriaca, l'Italia c4erca di
ripercorrere lo stesso cammino nei Balcani. Vedremo se l'imperialismo italiano
avrà imparato qualcosa dagli errori precedenti.
Dicevamo che le questioni legate alla "sicurezza" paiono oggettivamente in
secondo piano. Non assenti, però, perché gli accordi conclusi in
tema di collaborazione fra polizie, magistrature e dogane prefigurano la
strategia da tempo condotta dall'Unione Europea per difendere la propria
"Fortezza" dagli "assalti" degli immigrati. Ci riferiamo alla costruzione di
una specie di cordone sanitario attorno all'UE formato dai territori degli
Stati che hanno concluso accordi di collaborazione poliziesca con l'UE e che si
impegnano a contrastare l'emigrazione dai loro territori in cambio di sostegno
economico e della promessa di entrare nell'Unione. Su questo piano l'Italia
è sicuramente uno degli elementi di punta dell'Unione. Francamente non
ci sembra che ci sia molto da vantarsene.
Antonio Ruberti
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