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Da "Umanità Nova" n.22 del 18 giugno 2000

La precarizzazione del lavoro
L'insostenibile flessibilità dell'essere

"Il lavoro sicuro, ve lo dovete scordare!". Questo il ritornello che imperversa lungo tutta la penisola. Mentre le nuove occupazioni risultano essere costituite per la quasi totalità da impieghi a contratto di collaborazione coordinata e continuativa, a tempo determinato, temporaneo, soci di cooperative, il Censis dirama le sue cifre: negli ultimi 4 anni un aumento dei contratti del lavoro atipico pari al 26% con circa 2.368.000 di unità, cioè un quinto dell'intera forza lavoro occupata in Italia.

In questo scenario, il peso specifico del settore cooperativo all'interno del sistema economico è, con ogni probabilità, destinato a crescere. Cercare quindi di comprenderne i tratti caratteristici, differenziazioni ed equilibri, può servire per comprendere i passaggi chiave della trasformazione del lavoro in atto.

Sommando il fatturato 1999 delle due principali centrali cooperative, LegaCoop e ConfCooperative, (rispettivamente 10.000 e 17.000 coop associate) si sfiora la modica cifra di 100.000 miliardi, poco meno di 500.000 addetti e la bellezza di 7,2 milioni di soci.

Tra queste vi sono veri e propri colossi commerciali, ma anche consorzi che più o meno a livello nazionale impiegano migliaia di soci-lavoratori. Molte, e senza possibilità di recuperarne i numeri in misura certa, le cooperative con meno di 50 addetti, spesso create ad hoc con il mero obiettivo di tagliare il costo del lavoro delle prestazioni offerte dell'azienda che terziarizza parte del proprio processo produttivo.

Se tra le cooperative associate alle grandi centrali cooperative, c'è un qualche controllo sulle modalità di retribuzione, come per la formulazione di contratti di servizio regolari senza sfociare nell'intermediazipone di manodopera, per le piccole la pacchia è garantita.

Una prima differenziazione è data dal settore.

Chi è occupato in cooperative con attività di pulizie e servizi vari è, pressoché ovunque, alla mercé di capetti senza scrupoli. Il massimo profitto da parte del "management" e la guerra al ribasso dei prezzi cronica del settore, determina retribuzioni da fame con orari di lavoro iper flessibili senza alcuna indennità. La committenza è costituita generalmente da grosse aziende, istituti bancari, uffici, enti pubblici e privati. In ogni caso, se vi è un contratto stipulato regolarmente, vincoli che garantiscono il mantenimento dei minimi salariali non ve ne sono.

Un po' meglio se la passa chi ha trovato occupazione in cooperative nel settore trasporti. Con la cancellazione delle frontiere, le aziende del settore hanno visto i fatturati del traffico merci con i paesi comunitari calare letteralmente a picco. Ma ben presto, dopo i primi contraccolpi la cessione a cooperative di tutte le attività di gestione magazzini compreso il personale in esubero, i risultati hanno ripreso a correre. La fortissima concentrazione dei capitali registrasi a livello europeo nelle aziende di trasporto (oltre il 60% del fatturato fa capo a due sole società) si ripercuote, ovviamente, nella corsa al ribasso delle tariffe nonostante il gran parlare di logistica, qualità del servizio e delle interconnessioni dei sistemi trasportistici.

Gli altri settori di una certa rilevanza restano la produzione, con una forte connotazione territoriale e per distretti: per il tessile, l'alimentare e il manifatturiero spiccano Toscana ed Emilia Romagna, e l'edilizia. Qua in massima parte i soci lavoratori sono dipendenti a tutti gli effetti, e le politiche di sviluppo aziendale procedono a passo spedito verso l'aziendalizzazione vera e propria.

L'altro settore che s'appresta ad occupare rapidamente la scena della cooperazione è quello dell'assistenza socio sanitaria. Il cosiddetto no-profit o terzo settore, composto da associazionismo e volontariato, costituisce quella categoria anche detta impresa sociale, i cui dati parlano da sé. Per quanto riguarda le cooperative, il numero degli addetti è raddoppiato negli ultimi 5 anni, sino a toccare le 80.000 unità, di cui l'85% è costituito da soci-lavoratori distribuiti in oltre 3.000 società. Nel complesso, comprendendo cioè anche la Fondazione Agnelli, il negozietto del commercio equo e solidale, l'Arci, centri sociali e Università private, le O.N.L.U.S retribuiscono 418.000 persone con un fatturato pari all'1,1% del prodotto interno lordo (15.000 miliardi) e 1.8% della forza lavoro occupata. Se contassimo poi i 15.000 obiettori di coscienza ed oltre 1 milione di volontari, ai dati precedenti l'equivalente delle prestazioni è pari a 273.000 posti di lavoro a tempo pieno.

Lo sviluppo di questo settore è, di fatto, conseguente alle politiche di smantellamento dello stato sociale da parte dell'amministrazione pubblica (privatizzazioni e riduzione dei servizi sociali) sostenute dalla tesi secondo cui l'ente locale deve svolgere solamente il compito di programmazione e controllo dei servizi ceduti a tecnici e specialisti terzi.

Tutte le cooperative possiedono la facoltà di retribuire (DPR 602/70) i propri soci-lavoratori mediante il salario convenzionale sebbene, sulla carta, la retribuzione del socio altro non è che un anticipazione mensile dell'utile annuo prodotto. Un salario con tanto di periodi medi di occupazione stabiliti dal Ministero del Lavoro - 26 al nord e centro, 16 nel mezzogiorno e 14 in Basilicata e Campania (entro il 2004 attraverso il graduale scaglionamento in atto dovrebbe essere raggiunta l'uniformità a 26) - che consente così sgravi nettissimi sui contributi pensionistici da parte della società e garantendo ai lavoratori una pensione ridotta ai minimi termini. Così come, a tutte le cooperative è concessa l'emissione, "occasionalmente", di buste paga a zero ore, pagando in nero o di trasformare gli straordinari in diarie o trasferte (tassate al 50% dall'1 gennaio 1999).

L'utilità sociale garantisce alle cooperative sociali oltre che l'utilizzo della 602/70 il totale esonero da ogni versamento contributivo assistenziale per quei soci-lavoratori svantaggiati. Se almeno il 30 % del personale rientra in questa categoria (leggi: invalidi psichici, ex degenti di istituti psichiatrici, soggetti in trattamento psichiatrico, alcoolisti, tossicodipendenti, minori in età lavorativa in situazione di difficoltà familiare oppure condannati sottoposti alle misure alternative al carcere) per questi, infatti, la cooperativa versa solamente i contributi assicurativi INAIL.

L'altra caratteristica principale del settore cooperativo è infatti la totale flessibilità: l'orario e quindi lo stipendio, il luogo di lavoro, le mansioni.

Per i più "fortunati" in busta paga assieme alla tariffa oraria ricavata dalle tariffe prefettizie di settore, compaiono voci come accantonamenti per la 13ma, 14ma ferie e TFR. A queste, pressoché ovunque, si aggiungono le ritenute: quota sociale e altre trattenute, che consentono a fronte di 45-50 ore settimanali un netto in busta attorno al 1,3-1,5 milioni. In alcune cooperative vi sono sistemi incentivanti legati alla produttività che aggiungono altre 300-400mila mese. Ma per buona parte delle cooperative, la tariffa prefettizia oraria è da intendersi conglobata, non vi sono indennità di trasferta e se la ragione sociale cambia ogni due per tre, con ogni probabilità si perdono anzianità e contributi nel computo INPS o nelle tasche del cassiere.

Certo, molte sono le distinzioni che vanno fatte tra cooperative costituite al solo scopo di sfruttare della manodopera a basso costo e quelle in cui resistono ambiti di partecipazione alla gestione. Tuttavia, in proposito sono molteplici gli aspetti che vanno esautorando le forme decisionali a carattere democratico. La necessità di aggregazione tra le coop ed i sempre più elevati livelli di professionalità, ampliano la forbice retributiva e partecipativa a quelle che sono le strategie direzionali, suscitando forme e politiche di carattere più verticistico e aziendale.

L'altro aspetto che non va dimenticato, risiede nella marginalità delle professioni che generalmente vengono svolte. Qua, la sempre più crescente presenza di lavoratori extracomunitari, ricattabili e accondiscendenti verso condizioni di lavoro peggiori, così come la folta schiera di lavoratori già espulsi dal mercato e preoccupati solo di giungere all'anzianità senza troppi rischi, determinano una disaffezione crescente che, in moltissimi casi, suona paradossale se si considera comunque il potere decisionale delle assemblee dei soci in materia di approvazione di bilanci e nomina delle cariche elettive.

Non ultimo, il Disegno di Legge sulla figura del socio-lavoratore, giacente da anni presso la Commissione Lavoro del Senato. Avendo riscosso più o meno il consenso di massima da parte dei vertici di Cgil-Cisl-Uil, Centrali Cooperative ed esponenti dei partiti a cui fanno riferimento: se approvato potrebbe introdurre alcune garanzie contrattuali, ma con esse anche la figura del lavoratore di serie B.

miki



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