![]() Da "Umanità Nova" n.24 del 2 luglio 2000 Un milione di promesse elettoraliIl vertice europeo di Feira ha costituito per i politici di casa nostra una buona occasione per esibirsi in numeri di avanspettacolo davvero notevoli. Convinti di aver perso tre scadenze elettorali di fila per colpa di un "deficit" di comunicazione, il centrosinistra ha deciso di cambiare strategia e rompere con la tradizione del rigore serioso: da ora in avanti la linea è sparare cazzate come l'avversario. Amato deve essersi ricordato dell'autogol di D'Alema, che alla vigilia delle elezioni europee di giugno '99 richiamò la necessità di tagliare subito le pensioni: le pensioni non vennero toccate, e D'Alema riuscì a tagliarsi soltanto le palle da solo. Per il futuro bisogna "comunicare" soltanto in positivo e allora il premier Amato ha deciso di promettere un milione di posti di lavoro per i prossimi quattro anni, copiando la felice intuizione del Cavaliere più famoso d'Italia, che nel 1994 si spianò la strada per Palazzo Chigi con questa uscita fortunata: se le cose andarono come andarono, fu solo perchè molti italiani decisero di "remare contro" e non lo lasciarono lavorare. Nell'attesa che la battaglia per le elezioni del 2001 entri nel vivo, il governo (presente a Feira al massimo livello con Amato, Visco e Del Turco) ha scelto di giocare d'anticipo facendo le moltiplicazioni: visto che nel 1999 sono stati creati 250.000 posti di lavoro con un tasso di crescita del solo 1,4%, è facile prevedere un numero di posti di lavoro quattro volte tanti nei prossimi quattro anni, con tassi di sviluppo vicini al 3%. Del resto, dichiara il governo, i segnali di accelerazione sono sempre più forti, il primo trimestre dell'anno ha visto l'economia crescere al ritmo del 3% annuo, le entrate corrono oltre ogni previsione. Da gennaio a maggio le entrate fiscali sono aumentate dell'11,8% grazie anche al 6,1% di aumento dovuto alla tassazione del capital gain (gli utili di borsa). Persino il tasso d'inflazione delle rilevazioni ufficiali ha ricominciato a salire, visto che a giugno il tasso tendenziale è arrivato al 2,6-2,7%. Per la prima volta dall'ottobre 1996 i prezzi sono tornati a salire anche nei discorsi del governo, naturalmente per negare le disponibilità finanziarie al contratto degli statali e per fare il gioco della Confindustria che pretende ancora rigore e contenimento di spesa. Tutti sanno che le politiche rigoriste dell'Europa monetaria stanno comprimendo ormai da un decennio le risorse economiche ed il loro utilizzo, facendo del riassorbimento del disavanzo statale una questione di vita o di morte. La politica di contenimento della spesa sociale mira a costruire un nuovo ordine, dove l'unico intervento dello stato consentito è quello relativo ai trasferimenti di sostegno alle imprese e quello diretto alla costruzione di infrastrutture efficienti per lo sviluppo del capitale. I lavoratori si devono abituare a pensare da soli a previdenza e sanità e destinare una quota crescente del proprio reddito alla soddisfazione di queste esigenze primarie. La flessibilizzazione del mercato del lavoro viene indicata come unica alternativa possibile alla disoccupazione profonda che tocca regioni molto vaste della fortezza Europa. L'Italia è nota per destinare una percentuale molto più bassa degli altri paesi al sostegno delle fasce di popolazione disoccupata in cerca di lavoro. A differenza di Inghilterra e Francia, non esiste un sistema adeguato di sostegno al reddito o di sussidio di disoccupazione, per non parlare del potente sistema di welfare tedesco che, pur sotto attacco, garantisce un intervento attivo dello stato e dei lander nella difesa del reddito, nella riqualificazione dei lavoratori espulsi e nel reinserimento produttivo. In mancanza di tutto questo, che rappresenta la dotazione minimamente decente per uno stato moderno che si confronta con la competizione globale in un sistema di economia di mercato, in Italia si va avanti con i lavori socialmente utili (concessione politica strappata da Rifondazione nella fase in cui partecipò subalternamente al governo del paese), vera e propria polveriera sociale a scadenza, e con i corsi di formazione (in genere lezioni fantasma di informatica) elargiti a gente svogliata dalle società vicine ai partiti e sindacati di stato, più come forma di autofinanziamento per migliaia di miliardi delle consorterie amiche che vera e propria creazione di opportunità. Ciò nonostante la classe politica continua a attribuirsi il merito di aver creato dei posti di lavoro ed anche di avere la ricetta per moltiplicarli per quattro in futuro, senza avere neanche la decenza di descriverli per quello che sono: forme di lavoro a tempo, in funzione delle esigenze delle imprese, senza nessun diritto di avere diritti, senza sicurezza, senza certezza di restare. La stragrande maggioranza dei lavori nella ricca Lombardia sono part-time e contratti atipici a tempo, mentre le agenzie di lavoro interinale crescono come funghi e a Bologna persino i cassieri di banca vengono assunti come "lavoro in affitto". La precarizzazione del lavoro ha raggiunto livelli mai visti prima, e questo stato di cose viene indicato come il nuovo orizzonte del capitalismo. Nessun legame strutturale tra lavoratore e impresa. Il lavoratore viene assunto su chiamata per le esigenze produttive del momento, come sta provando a fare la Zanussi con il consenso quasi completo dei sindacati istituzionali: lo chiamano "job on call". Un sistema di caporalato regolato dalla legge e dai contratti. Tutto questo comunque non soddisfa ancora il neo-presidente degli industriali D'Amato, che non perde occasione per sottolineare i ritardi del sistema Italia e la lentezza delle strutture politiche europee nell'adeguarsi alle esigenze dell'economia globalizzata. In questo contesto di totale abbandono di ogni residuo di buon senso, il centro-sinistra cerca di recuperare il consenso dei padroni sposandone le tesi nei convegni ufficiali, impegnandosi su tutto per il dopo-elezioni nelle riunioni ristrette e pubblicizzando solo gli eventuali vantaggi nelle uscite sui giornali. Resta da vedere fino a che punto arriva la sopportazione del presente da parte delle classi sociali più esposte nella gara per la sopravvivenza, ovvero quale grado di tolleranza possa a lungo sostenere una generazione a rischio, condannata a rimanere fuori da qualunque sistema di garanzia collettiva. Quando questo sarà chiaro, forse ci attenderà qualche sorpresa. Renato Strumia
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