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Da "Umanità Nova" n.25 del 9 luglio 2000
La politica del silenzio
Memorie di sinistra
"Quando dall'armadio i cadaveri puzzarono, allora Jacob comprò
un'azalea."
B. Brecht
Sforzo di verità, è stato definito dagli stessi estensori del
documento di oltre trecento pagine presentato alla stampa da Fabio Mussi e
Gavino Angius, capigruppo della Quercia. I parlamentari DS che hanno
partecipato ai lavori della Commissione Stragi, così riporta Il
Manifesto di un paio di settimane fa, ritengono che alla luce di centinaia di
atti processuali acquisiti e di documenti recenti più o meno segreti,
sottratti all'oblìo della memoria, sia possibile affermare che lo
stragismo è stato strumento di lotta politica. E non solo: gli uomini
delle istituzioni italiane sono stati complici di numerose, efferate azioni
militari o para-militari con le quali si è cercato di attentare alla
democrazia repubblicana; i legami con i servizi segreti statunitensi sono stati
ben più che stretti; all'Italia, attraverso una sorda e caparbia guerra
non dichiarata, è stato impedito di decidere in autonomia quali governi
eleggere.
Impropriamente il sottotitolo del pezzo a firma di Micaela Bongi riporta la
dicitura "la relazione dei DS sulla strategia della tensione". Il lavoro dei
diessini che ha scatenato la polemica tra opposte fazioni riguarda un periodo
della storia repubblicana che va dal dopoguerra al 1974; dunque di strategia
della tensione si può parlare soltanto a partire dall'eccidio di Piazza
Fontana a Milano nel dicembre 1969. Prima, un'altra strategia, che per amor di
brevità potremmo definire "atlantica", veniva dispiegata senza risparmio
di uomini e di mezzi in tutto il territorio della neonata Repubblica italiana.
La confusione su date ed avvenimenti non è casuale in un paese che ha
perso completamente la sua memoria storica e, volendo essere ancora più
precisi, anche la sua memoria civile. Comunque sia, sempre di memoria si
tratta; di un insieme di ricordi cioè che non appartengono più ad
alcun quadro collettivo di valori condivisi. La modernità ci schiaccia
su una realtà ad una dimensione dalla quale fatichiamo a rialzarci, se
è vero che alcuni studenti milanesi intervistati di recente sono
convinti che autori della strage alla Banca dell'Agricoltura siano stati i
militanti delle Brigate Rosse.
Il rovesciamento quasi grottesco non tanto della verità, perché
quella difficilmente riusciremo ad ottenerla, quanto di linee ideologiche
ancora utilizzate per criminalizzare la memoria stessa, attribuendole un colore
politico che non ha, la dice lunga sull'opera di misurato ma impietoso
intervento sulle coscienze e sui modi di rielaborazione della storia recente.
In realtà questioni così spinose non le vuole affrontare nessuno.
Nemmeno la sinistra istituzionale, oggi apparentemente scossa da questa sorta
di tremito rievocativo di antichi orrori. Tanto è vero che nel mentre si
dice, al tempo stesso si smussa, si prefigura già la possibilità
di una mediazione. Lo sforzo di verità è proprio questo: è
il rifiuto della verità in quanto tale, perché sempre sortibile
di cambiamento, di revisione, di modifica.
L'Italia delle stragi, da un lato, e l'Italia del compromesso con la politica
degli alleati, dall'altro, non hanno bisogno di nuovi ed improduttivi sforzi,
giacché molto, se non tutto, è già stato detto, scritto.
Ed immediatamente dimenticato. La recentissima istruttoria del giudice Salvini
in ordine alle responsabilità, orribilmente gravi, sui fatti di Piazza
Fontana costituisce l'ultimo esempio dell'ennesima verità che forse
nessuna sentenza e nessun tribunale vorranno mai ratificare. Il punto nodale
non è la mancanza di elementi di verità nella ricostruzione delle
vicende del nostro passato; piuttosto il suo mancato inserimento nelle fitte
trame della memoria. Infatti, chi non ricorda il proprio passato non ha nemmeno
coscienza del proprio presente, e deve essere per questo che la nostra
quotidianità si riempie a vista d'occhio di violenza e sopraffazione,
come se niente potesse fermarne la riproduzione interminabile.
La politica dei partiti, in tutti questi anni che ci separano dalla fine del
secondo conflitto mondiale, ha contribuito non poco alla perdita dei ricordi,
alla loro ridefinizione dentro a scenari strategici volti alla
riproducibilità del sistema di potere, o tutt'al più al
raggiungimento del più nobile fine della governabilità.
L'eredità storica, così densa di contraddizioni da rendere quasi
risibile ogni sforzo di attacco polemico alla controparte, dei
social-democratici italiani, quando le lente spire del Partito Comunista ne
avvolgevano gli ideali e le speranze, è davvero pesante; la mancanza di
credibilità, quasi penosa. Per questo motivo, e per ragioni di
contiguità ideologica troppo spesso rimosse, Francesco Cossiga
può avventarsi sul cadavere della Prima Repubblica per finire di ridurlo
a brandelli: "Piccoli uomini dei DS tentano di riscrivere in modo grottesco la
storia degli ultimi 50 anni". Non c'è alcun dubbio sul fatto che la
destra istituzionale e quella eversiva abbiano intrecciato a lungo rapporti
destinati ad avere nel tempo esiti alterni, così come non si può
negare che in Alleanza Nazionale abbia trovato rifugio una serie non ben
definita di ex stragisti pronti a conquistare il potere con la forza appena una
ventina di anni fa ed oggi passati, in apparenza, a più miti consigli.
Ma non esistono dubbi neanche sul fatto che il PCI abbia a lungo ignorato, o
semplicemente tentato di contenere, con soluzioni politiche varie, l'eversione
di destra che si annidava tra i banchi del Parlamento e nelle strade. Lo ha
spiegato con dovizia di particolari Aldo Giannuli, in un saggio comparso lo
scorso anno sul numero uno di "Libertaria". La politica del silenzio aiuta,
durante gli anni Settanta, i comunisti del Partito nella solerte opera di
continuo riaggiustamento della linea berlingueriana del compromesso storico.
Gli apparati di controllo ed indagine straordinariamente efficienti del PCI
garantirono a lungo una cauta, e fin troppo disinvolta, sorveglianza dei
rigurgiti golpisti della destra di casa nostra, più o meno
istituzionalizzata. Non pensate al secondo partito italiano per numero di
votanti come all'eterno oppositore spinto di continuo nell'angolo del ring da
colpi magistralmente assestati; pensate invece ad un formidabile ingranaggio
della politica nazionale che ha svolto per decenni una funzione tutt'altro che
marginale nella democrazia dai molti limiti voluta e mantenuta per il paese
Italia. Compito del PCI, in particolar modo sotto la direzione di Berlinguer,
fu semmai quello di frenare le spinte a sinistra, dato che a sinistra del
Partito non doveva comunque esistere nulla di rappresentativo - anche se non
andò così, come è noto - riconvogliando attenzioni e
tensioni esclusivamente a beneficio dei più alti scopi del partito
stesso.
Fu da subito abbastanza chiaro quali fossero quegli scopi. "La lotta contro il
Patto Atlantico" dichiarò Berlinguer al tredicesimo congresso del PCI
nel marzo del 1972 "sarà molto più efficace quanto più si
identificherà con un movimento generale per la liberazione dell'Europa
dall'egemonia americana, con una graduale liquidazione dei due blocchi
contrapposti che conduca alla fine al loro scioglimento." Dichiarazioni
tutt'altro bellicose per chi ricordava, e ricorda ancora oggi, quelle di tre
anni prima, 1969. In quell'occasione, racconta Giannuli, Berlinguer aveva
sottolineato la posizione di totale rifiuto della Nato affinché l'Italia
potesse liberarsi definitivamente dai condizionamenti dell'imperialismo
americano. Che cosa poteva essere cambiato in soli tre anni rispetto alla
pesante opera di ingerenza statunitense nella politica italiana? E meglio
ancora: che cosa aveva realmente cambiato l'avvio della stagione delle bombe
nell'establishment della Falce e Martello?
Interrogativi ai quali altri documenti parrebbero poter rispondere. Ma almeno
un dato certo, e se vogliamo chiamarlo verità nessuno se ne risenta, ce
l'abbiamo. Costante fu la preoccupazione del Partito di non essere escluso, per
alcun motivo e tranne evidenti casi di forza maggiore per i quali la risposta
avrebbe potuto essere una soltanto, vale a dire uno sciopero generale o una
mobilitazione di massa nelle piazze, da un possibile inserimento nel governo a
fianco della stessa Democrazia Cristiana, come apparve per un breve periodo
possibile sul finire degli anni Settanta.
Le memorie della sinistra d'apparato arrancano lungo gli scoscesi crinali della
storia patria. Che la destra sia stragista per vocazione, mi sembra
assolutamente scontato: i fatti ci confortano in tal senso. Ma che l'anima del
PCI sia sopravvissuta inalterata nell'attuale dirigenza di sinistra
ultra-moderata, con tutte le sue insanabili contraddizioni e i suoi spettri
vaganti, appare un altro dato incontrovertibile. Non basterà uno sforzo
di verità ad assolvere da pesanti responsabilità politiche e
sociali, né a sgomberare il campo da una scomoda tradizione culturale ed
ideologica.
Mario Coglitore
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