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Da "Umanità Nova" n.29 del 24 settembre 2000
Della lotta antirazzista
Spunti di riflessione dalla Federazione Anarchica Siciliana
Con la chiusura per sequestro giudiziario del CPT "Serraino Vulpitta" di
Trapani, nel movimento antirazzista si è aperta una discussione sul modo
come considerare questo fatto: una vittoria del movimento oppure un episodio
irrilevante rispetto alla situazione in generale. Se consideriamo che con il
"Vulpitta" aveva chiuso l'ultimo dei lager siciliani dopo Termini Imerese e
Ragusa, possiamo affermare che in parte si è trattato di una vittoria
del movimento, il quale, con le sue pressioni e le sue iniziative, anche di
tipo giudiziario, è stato senz'altro all'origine dell'inchiesta che ha
portato alla chiusura del centro di Trapani. É ovvio, tuttavia, dover
constatare come per lo Stato non sia un effettivo problema quello di adeguare i
CPT a condizioni di detenzione più umane, e quindi la contraddizione
apparente di Trapani può anche essere interpretata come un probabile
riadeguamento della strategia di detenzione dei clandestini. Vista
l'impossibilità, finora, di costruire nuovi CPT in zone desertiche e
poco accessibili, chiudendo quelli esistenti si supera una situazione difficile
da gestire: grossi centri, con molti reclusi dentro, e conseguenti rivolte e
tentativi di fuga; con grande dispendio di energie per la gestione poliziesca e
l'ordinaria, e con gli antirazzisti sempre concentrati dietro le porte a
protestare, curiosare, mettere il naso dentro.
Questa ci è sembrata essere la strategia adottata dal Governo nel corso
dei mesi estivi, con forze dell'ordine di Schengen catturare gli immigrati, che
in questi mesi estivi hanno messo piede sulle nostre coste in modo massiccio, e
condurli nelle caserme, in centinaia di caserme grandi e piccole di tutte le
armi, in particolare della Finanza che, specie nelle zone costiere, ha ovunque
piccoli presidi, con possibilità di "ospitare" piccoli gruppi. Oppure
nelle questure delle grandi città, o in falsi centri di accoglienza come
quello della stessa Trapani gestito dalla Caritas. Il fenomeno è stato
così disseminato sul territorio, reso facilmente gestibile,
neutralizzando il movimento antirazzista che non ha più avuto santuari
da piantonare e assediare. In queste piccole strutture, anche per motivi
oggettivi, gli immigrati restano poco, vengono o meno identificati, e quindi
espulsi o lasciati liberi entro pochissimo tempo. Niente tensioni, niente
rumore. Solo un gran lavoro per tutte le sedi periferiche delle tre armi (e per
talune strutture del mondo cattolico), che vengono distolte dall'ordinaria
attività di controllo e repressione.
La strategia potrebbe essere solo provvisoria, in attesa di una riapertura
delle vecchie strutture: in effetti da più parti, specie dai settori
più reazionari della società, si è chiesto con insistenza
la riapertura dei CPT (non dimentichiamo che il "Vulpitta" è solo
sequestrato); così Pian del Lago, a Caltanissetta, da provvisorio ha
ripreso a funzionare in maniera permanente, così potrebbe essere per
Baia Grande ad Agrigento, mentre il centro di viale Colajanni a Ragusa si
prevede che riapra il 30 agosto, rimesso a lucido secondo le indicazioni
ministeriali, e arriverà ad "ospitare" fino a 36 clandestini.
La repressione
In queste ultime settimane, diverse realtà in prima fila nella battaglia
antirazzista sono state fatte a segno dalla repressione. Crediamo non occorra
sottovalutare la situazione, poiché nei prossimi mesi andiamo incontro
ad importanti scadenze per il movimento, ed è evidente che anche
l'avversario sta approntando le sue contromisure per non farsi cogliere di
sorpresa. Noi siamo convinti che la provocazione di Catania, che ha colpito
l'area dei centri sociali protagonisti, assieme ad altre realtà
antagoniste, libertarie e di base siciliane, di numerose iniziative, rientri in
un tentativo di ostacolare il movimento. Oltre a prestare la massima vigilanza
ed approntare strumenti adeguati di risposta, riteniamo necessario ribadire
l'importanza dello spirito unitario verificatosi nel corso di questi primi otto
mesi dell'anno, così come la chiarezza politica sulla questione
immigrazione, per noi assolutamente inscindibile dalla più generale
questione sociale e di classe.
L'emigrazione meridionale
Bene ha fatto il movimento a porre e porsi alcuni temi intrecciati con la
questione dell'immigrazione, in particolar modo quello del reddito di
cittadinanza (o garantito), come abbiamo visto al Campeggio di lotta di
Marzamemi quest'estate. Il problema fondamentale, a tal proposito, riguarda
l'accettazione o meno dell'assistenzialismo, e di conseguenza l'accettazione
degli interventi dall'alto - il che innesca un processo di dipendenza che
svuota di ogni carica sovversiva gran parte delle lotte - o, al contrario, il
suo ripudio e l'attivazione di iniziative autonome e decisamente radicali
provenienti dal basso. A nostro avviso, occorre svincolare la questione del
reddito di cittadinanza dagli orientamenti governativi, in modo da evitare una
inopportuna convergenza "oggettiva" tra settori del movimento dei disoccupati e
dei senza reddito in generale (inclusi molti immigrati) con le politiche
neoliberiste e socialdemocratiche del governo in carica.
C'è un altro punto, però, che il movimento ha finora affrontato
in modo approssimativo e superficiale, ed è quello della ripresa
dell'emigrazione dal Sud. Finora i riferimenti, in tema di antirazzismo e
immigrazione, sono sempre stati alla vecchia emigrazione dei primi 60 anni del
novecento; si è fatto leva sulla memoria e sui sentimenti per richiamare
alla solidarietà. Ma accanto ai ricordi c'è una drammatica
situazione odierna, che parte dalla mancanza di lavoro e di reddito al Sud, che
vede nello sbocco emigratorio ancora una volta una valvola di sfogo sociale.
Naturalmente essa è accompagnata da una campagna terroristica tendente a
presentare i giovani meridionali come dei fannulloni buoni a nulla, che non
vogliono lavorare perché non sono disposti a spostarsi al Nord. Il luogo
comune è molto diffuso, ma la realtà è quella di
un'accoglienza nordica difficile e pesante: case a canoni altissimi, che
annullano i sacrifici dell'emigrato; condizioni di lavoro in linea con i
dettami dello sfruttamento più bestiale: flessibilità e
mobilità, disponibilità totale alle esigenze del padrone; per
cui, chi fa solo il suo lavoro non guadagna granché, mentre chi si
dà notte e giorno, sabati e domeniche comprese, guadagnerà molto
di più. Chi non accetta è solo un lavativo. Con tutto questo,
sono decine di migliaia ogni anno i giovani che partono per il Nord come
già fecero i loro padri e nonni; negli anni '95-97 sono stati 55.000
l'anno, per diventare 80.000 nel '99; alcuni trovano lavoro e alloggio messi a
disposizione dal padrone, accanto alle baracche meno dignitose dei fratelli
dell'Africa e dell'Asia, o dell'Europa dell'Est.
Secondo noi, non si può scindere la questione immigrati da questo
incessante stillicidio di vite umane e di risorse; far leva su questo tema
è richiamare i cittadini alla comune sorte, è gettare ponti di
solidarietà, è creare anticorpi alla sempre pronta guerra fra
poveri.
La criminalità
Se uno dei cavalli di battaglia di chi predica razzismo e maniere forti
è quello della criminalità che arriva con gli immigrati, non
mancano certo argomenti per rispondere che da noi non c'era bisogno di
aspettare gli immigrati per scoprire la criminalità. Il movimento deve
tuttavia avere la capacità di comprendere i fenomeni criminali che
emigrano anch'essi e si ricostruiscono sulle nostre sponde, portando linguaggi
e metodologie nuove, facendosi spazio sul territorio, e sfruttando proprio la
manodopera dell'immigrazione, la forza dei disperati, la massa enorme dei
clandestini costretti ad essere tali dalla legislazione europea. Bisogna
respingere il tentativo dello Stato di espellere in blocco gli immigrati
sospetti o dediti ad attività delittuose per procacciarsi il minimo di
che vivere, e che costituiscono oggi la gran parte degli ospiti dei CPT.
Costoro vanno trattati alla stregua degli gli altri cittadini, con eguali
diritti, con possibilità di difesa giuridica e di reinserimento sociale,
e aiutati ad opporsi a chi vuole usarli come spauracchio sociale per aizzare
contro di loro l'opinione pubblica. I poteri criminali sono complici degli
Stati e delle imprese di sfruttamento di ogni colore, dalle multinazionali che
negano la vita, il benessere e la libertà a miliardi di persone, alla
mafia delle campagne e del piccolo commercio ambulante che costringe gli
immigrati al lavoro nero e a nuove forme di schiavitù. Sono esse che
vanno sradicate al più presto dalla faccia della terra.
Quale integrazione?
Non è raro trovare negli interventi di molti compagni la parola
integrazione, caricata di una valenza positiva; è chiaro come venga
usata in buona fede, ma certamente essa è inadeguata a rappresentare
l'obiettivo reale che tutti noi ci prefiggiamo, e cioè un mondo di
convivenza fraterna fra individui di diversa cultura che si contaminano
positivamente a vicenda, in conflitto con la società capitalistica ed il
sistema di dominio dell'uomo sull'uomo. Integrazione è il termine
più usato da un razzismo raffinato che pensa che la sola condizione di
accettare gli immigrati sia quella di assimilarli. E così pianifica un
genocidio culturale di massa improntato non "alla distruzione fisica degli
individui - come scriveva Clastres - ma alla distruzione sistematica dei modi
di vita e di pensiero di un popolo da parte di un altro popolo". Noi non
possiamo renderci complici di questo genocidio. Noi dobbiamo trovare linguaggi
nuovi e chiari per esprimere il nostro pensiero autentico e dare un senso
realmente incorruttibile ai concetti e agli obiettivi che perseguiamo.
Regolarizzare tutti gli immigrati clandestini, ad esempio, non significa
semplicemente fornirli di un lasciapassare, ma equipararli ad ogni altro
cittadino, coi medesimi diritti umani e civili, in primis quello alla libera
circolazione, con la medesima possibilità di lottare per un'esistenza e
per un mondo migliore, nel rispetto delle reciproche identità e
differenze. Propugnare l'ospitalità, cioè il diritto ad una casa
dignitosa, ad un lavoro non abbrutente e ad una vita sociale intensa, significa
battersi contro le norme di convivenza sociale imposte dallo Stato, che sono
profondamente ingiuste e discriminanti. Si vorrebbero costruire nuovi ghetti,
nuovi agglomerati metropolitani senza servizi e infrastrutture, passando
completamente al di sopra della volontà dei destinatari? Si vorrebbero
legalizzare flessibilità e lavoro nero? Si vorrebbero annientare o
"assorbire" le culture di origine? Solo l'autorganizzazione e la lotta - ampia
e coinvolgente più strati e categorie sociali - possono evitare questi
pericoli e garantire l'ospitalità così come noi la intendiamo.
Molti segnali indicano che la strada che abbiamo iniziato a percorrere è
quella giusta. Occorre ora far crescere il movimento, sia in termini numerici e
di iniziativa politica (e approfondimento teorico), che in termini di
coinvolgimento delle stesse comunità locali di immigrati. Per
raggiungere quest'ultimo obiettivo, occorre impiantare da subito una campagna
per i diritti civili di tutti gli immigrati (sia che vengano dall'estero che da
altri luoghi d'Italia), che allontani la tentazione assistenziale e utilizzi
metodi autogestionari che soli possono risvegliare negli stessi immigrati
quella ricerca del proprio diritto, quella coscienza della propria forza, che
furono il volano delle grandi lotte innescate dalle immigrazioni del passato e
la principale garanzia di conservazione delle relative conquiste sociali.
San Biagio Platani, 19/8/2000
I compagni partecipanti al campeggio anarchico
Info: FAS c/o Biblioteca di Studi Sociali "Pietro Gori" - C.P. 103 - 98100
Messina
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