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Da "Umanità Nova" n.40 del 10 dicembre 2000

Crimini di Stato
A Palermo il 12 dicembre

Il 12 dicembre siamo tutti a Palermo

Perché scendiamo oggi in piazza a Palermo? Per tante buone ragioni!

Perché vengono i potenti della terra, i politici questa volta, a dirci come sono bravi, loro che hanno le mani insozzate del sangue dei popoli oppressi: timoresi, curdi, congolesi, birmani, cinesi, chiapanechi, colombiani, ivoriani, sinti, rom, palestinesi, indigeni di tutte le latitudini...

Perché l'ONU si integra in un sistema piramidale di poteri sul pianeta che vede gli Usa in testa, poi il G8, il Consiglio di Sicurezza a ratificare le decisioni, e poi l'Ocse, l'Unione Europea, con accanto gli istituti finanziari internazionali: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Banca dei Regolamenti Internazionali...

Perché la Convenzione contro la criminalità transnazionale non si applica in primo luogo contro coloro che la sottoscrivono, ma che anzi si sottraggono proditoriamente a qualunque giudizio di responsabilità e di imputazione per i crimini compiuti in nome del potere di stato.

Perché il 12 dicembre segna una data storica per l'Italia, quella della prima strage di stato, della madre di tutte le stragi volte a legare il nostro paese al cordone ombelicale con gli Stati uniti, terrorizzando possibili immaginari collettivi di autonomia politica, economica, sociale....

Perché il 12 dicembre invoca ancora l'identità dell'omicidio di stato del ferroviere anarchico Pinelli, mentre oggi tutta l'attenzione pubblica si spreca per assolvere il commissario Calabresi piangendone le sorti sue e della famiglia, discriminando platealmente il destino riservato alle due figlie ed alla vedova di Pinelli, di cui nessuno sembra ricordare l'esistenza...

Perché la Sicilia è stata terra di stragi di stato fino all'altro ieri, di misteri politici insoluti e insabbiati, dal caso Mattei - De Mauro ad Ustica, passando per i crimini mafiosi che hanno ipotecato il diritto di intere generazioni a vivere libere dal ricatto della violenza.

Perché i nostri fratelli di colore, costretti a lasciare le loro case per cercare fortuna (ipersfruttata) dalle nostre parti, vengono osteggiati pubblicamente dalle norme di civiltà di un paese che è stato per lungo tempo esportatore di migranti (cinquanta milioni di italiani all'estero), correndo il rischio di vedersi rispediti come pacchi postali - quando non in bare come i sei maghrebini morti il 28 dicembre 1999 nel rogo colpevole del Centro di permanenza temporanea Serraino Vulpitta di Trapani - in terre inospitali per miseria e guerra, giusto quando vengono a Palermo quei capi di stato responsabili in primo luogo della pressione migratoria, ognuno per la propria parte.

Perché l'operazione di maquillage della giunta palermitana guidata dal sindaco Orlando, a cui la sinistra dà il suo appoggio decisivo - compresi i quadri dirigenti di Rifondazione comunista, vero erede del "partito di lotta e di governo" che oggi sfila per le vie di Palermo contro... se stessi - dissipa quasi 90 miliardi senza risolvere uno solo dei cento problemi di una città assediata da 7500 tutori dell'ordine, mentre disoccupati cronici e giovanili, precari e affittati, aspettano impazienti le mance di turno promesse dai soliti politici clientelari.

Perché i veri criminali sono i rom che si ostinano a volersi abbarbicare tenacemente alle loro tradizioni, così antimoderne da scegliere di vivere in una condizione disagiata tra topi smisurati e casi di meningite, senza acqua né luce dato che il Comune deve illuminare lussuosamente una piazza centrale della città, ed ha già deciso di deportare il campo nomadi altrove, fuori dagli occhi degli illustri ospiti....

Perché non vogliamo che il nostro futuro sia già stato lottizzato da un sistema politico globale impazzito, che ci destina una morte prematura per fame, guerra, inquinamento, mentre una ristretta élite accumula ricchezze smisurate con cui proteggersi e garantirsi quello che sta divenendo sempre più un lusso: la nuda vita.

Perché vogliamo decidere in prima persona, insieme, gli uni accanto agli altri, orizzontalmente, come, dove, quale senso dare alle nostre comunità di diversi, senza delegare a un ceto selezionato le leve del potere su di noi, sopra di noi.

Perché non sono solo queste le ragioni per cui scendiamo oggi a riappropriarci del territorio di una città di cui speriamo non divenga modello per nessuna popolazione al mondo, in quanto ciascuna ha il diritto di costruirsi il proprio modello intrecciando esperienze, inventando progettualità, creando società.

Perché chiunque oggi manifesti il proprio dissenso, e domani e dopodomani rifletta insieme quali alternative cominciare a porre in seguito a una lucida analisi del presente, possa darsi le proprie ragioni affinché il gioco della società di differenze non sia mai chiuso da una istituzionalizzazione della voglia di vivere, in libertà da qualunque potenza politica ed economica che voglia imporci un villaggio globale in cui non ci riconosciamo e che intendiamo smantellare per edificare quel mondo nuovo che portiamo nei nostri cuori.

S. V.



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