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Da "Umanità Nova" n.41 del 17 dicembre 2000
I dilemmi della storia
A proposito di libri di testo e altre questioni
In queste settimane è letteralmente esploso il dibattito sui manuali di
storia e in senso più lato sul 'fare storia', intendendo per 'fare' sia
il percorso metodologico della ricerca storica sia le modalità di
trasmissione della storia (insegnamento e didattica), sia gli strumenti della
comunicazione storica. Sulle modalità con cui si è dato il
là alla discussione non si dovrebbe aggiungere nulla alla
strumentalità politica, più volte ricordata, delle esternazioni
pubbliche del bieco Storace e della sua combriccola. Questo dato potrebbe, di
primo acchito, consolarci - tanto si tratta solo del vociare di un fascista -,
oppure compattarci in un rinnovato antifascismo di maniera, oppure farci
rimuovere colpe sinistre di un recente passato. A me, di sicuro, non basta.
Vorrei usare queste pagine per evidenziare alcune questioni in maniera
problematica (lo faccio per punti) e mi piacerebbe che altri tornassero su
questi temi.
La prima domanda attiene ad una questione di fondo: perché si discute
della Storia e non della Geografia e non delle Scienze Naturali e non della
Chimica e non della Medicina e non di tutte le altre discipline? Si vorrebbe
far credere, forse, che la Storia, al contrario delle altre materie sia uno
strumento di conoscenza soggettiva del passato, mancante cioè di quei
dati di oggettività che sono propri delle scienze fisiche e matematiche?
La Storia, a parere di questi scettici, si incanalerebbe nel solco della
tradizione relativistica (quella dei punti di osservazione) sulla lettura ed
interpretazione degli accadimenti passati. Siamo un attimo prima del cosiddetto
'revisionismo storico'. La pretesa oggettività delle altre scienze
conduce poi, paradossalmente, a definire lo studio, la ricerca, la didattica e
le loro applicazioni concrete come naturali, come storicamente date e quindi
non contestabili: coloro i quali, fra i biotecnologi, per fare un esempio, che
in questi anni si sono opposti alle contestazioni di natura politica,
metodologica e sociale alle loro scoperte, lo hanno fatto nel nome della
verità scientifica, dimenticandosi un piccolo particolare: la ricerca
scientifica viene indirizzata secondo dei canoni che rispondono anche e, in
alcuni casi solamente, ad esigenze di profitto e, secondariamente, come tutte
le ricerche, deve essere sottoposta a prova validante e che la prova stessa
risponde a dei criteri a loro volta opinabili (qualcuno ricorda ancora il caso
del dottor Di Bella?)
Sembrerebbe, dalla mia prima proposizione, che il relativismo storico sia
estensibile a tutte le discipline scientifiche. Quello che mi premeva sostenere
era esattamente il contrario, ovvero che la realtà storica sia
attingibile, anche se corredata da sguardi ideologici, motivazioni politiche e
quant'altro. La domanda era ed è semmai un'altra: perché la
Storia è argomento di dibattito e la Ragioneria no? Ma facciamo un passo
alla volta. Il dibattito in corso risponde, a mio parere, ad un'altra
questione: a che cosa serve la Storia?, ovvero quale è l'uso politico
che si fa della Storia? La Storia, da sempre, è frutto del dibattere
politico vuoi perché il passato ci identifica e ci consegna delle
categorie di individuazione del presente vuoi perché sul passato si
legittima il proprio futuro: il fatto di aver parificato fascismo e comunismo
garantisce, ad esempio, a tutto il ceto politico ex e post di ratificarsi in
funzione liberale e democratica.
A cascata, il Potere, ha bisogno di convalidarsi attraverso una prospettiva di
tipo prevalentemente relativistico: se una lettura del passato non è
possibile, perché tali e tanti sono i punti di vista, non rimane che
sconfessare ogni pretesa di riduzione interpretativa, perché
oggettivamente totalizzante, così come totalizzanti furono il fascismo
ed il comunismo. Questo significa affermare, dal punto di vista storico, che la
realtà non solo non è attingibile, ma non esiste neppure. Dal
punto di vista socio-economico il relativismo storico fa da sponda alle teorie
sulla complessità sociale e sulla conseguente impossibilità di
arrivare ad un progetto unificante delle parzialità in grado di
trasformare l'esistente: la disgregazione contrattuale del mercato del lavoro,
per fare un altro esempio, ha portato alcuni teorici a parlare di fine delle
classi sociali, mentre per me si tratta di ridefinizione delle stesse (sia in
senso materiale che nella loro percezione) sulla base unificante dello
sfruttamento capitalistico. A conti fatti il totalitarismo
liberal-capitalistico può dormire sonni tranquilli.
Relativismo e revisionismo (negazionismo). Con revisionismo storico, per usare
una orrenda terminologia (ognuno che apporti nuove proposte e documenti
revisiona quelle precedenti e non necessariamente distorcendo la realtà
dei fatti), si intende quel corpo dottrinario attribuito agli storici di destra
di rivisitazione storica che risponde alle seguenti esigenze: relativizzare i
punti di osservazione storica e porli sullo stesso piano valutativo; ridare
valore politico a quelle parti che negli ultimi '50 anni sono state 'espulse'
dalla storia (fascismi, nazismi, antisemitismi, razzismi); equiparare in
negativo tutte le teorie di cambiamento radicale; equiparare i contendenti di
battaglie politiche sulla base delle buona fede e quindi del diritto di scelta;
pacificare lo scontro politico sulla base dell'identità nazionale;
legare al nesso di casualità comunismo (rivoluzione bolscevica) e
fascismo/nazismo come se gli ultimi fossero conseguenza politica de extrema
ratio dei primi.
Due citazioni per capirci.
Odg del 29 novembre 2000, proposto dal gruppo di Alleanza Nazionale alla
provincia di Roma sulla revisione dei testi di storia: "l'incapacità di
molti autori di scrivere libri con quella obbiettività che si richiede
ad uno storico comporta l'insegnamento di veri e propri falsi storici,
alimentando uno scontro generazionale che dura ormai da troppi anni e impedendo
la ricostruzione di un'identità nazionale comune che può nascere
solo da una lettura serena ed obiettiva del nostro passato"
Ernest Nolte, "Il passato che non vuole passare", in Germania: un passato che
non passa, a cura di G. E, Rusconi, Torino, 1987, p. 8: "E' una singolare
lacuna della letteratura sul nazionalsocialismo quella di non sapere o di non
voler prendere atto della misura in cui tutto ciò che i
nazionalsocialisti fecero in seguito, con la sola eccezione delle camere a gas,
era già descritto in una vasta letteratura degli anni venti... Tuttavia
deve essere lecito, anzi è inevitabile, porre il seguente interrogativo:
non compì Hitler, non compirono i nazionalsocialisti un'azione
'asiatica' forse soltanto perché consideravano se stessi e i propri
simili vittime potenziali o effettive di un'azione 'asiatica'? L'arcipelago
Gulag non precedette Auschwitz? Non fu lo 'sterminio di classe' dei bolscevichi
il prius logico e fattuale dello 'sterminio di razza' dei
nazionalsocialisti?"
Possiamo affermare, con buona certezza, che il suddetto revisionismo trae linfa
dallo scetticismo storico e dal giustificazionismo politico. Nulla si toglie
agli orrori di Stalin e soci e prim'ancora dei bolscevichi, ma il fare storia
è distantissimo dal prius logico di Nolte. Sul negazionismo (chi nega
l'esistenza dei campi lager) non voglio dire nulla, perché non merita
nulla, se non che si tratta di estremizzazione del relativismo storico, quello
per cui, come ho già detto, la realtà non esiste, o meglio esiste
ma a proprio completo piacimento.
Ideologia e prova. Un buon testo storico lo si riconosce, a mio parere, sulla
base della solidità delle prove che mette a disposizione dei suoi
lettori. Per prove intendo i riscontri documentati di ciò lo storico
afferma. Lo storico ha il dovere di farci sapere come è giunto a
ricostruire il periodo o l'evento in questione sulla base delle fonti
documentarie utilizzate: le fonti possono essere di tipo cartaceo (libri,
documenti, leggi, atti notarili, manifesti, volantini, giornali ecc.), possono
essere di tipo audiovisivo (filmati, documentari, film, cortometraggi,
trasmissioni radio, dischi, racconti orali...), possono essere di tipo
iconografico (pitture murali, quadri, graffiti, fotografie), possono essere dei
reperti materiali, dei monumenti, dei luoghi di culto, delle sedi politiche,
insomma tutto ciò che il genere umano ha lasciato con la sua opera. Le
fonti, poi, pongono il problema della loro costruzione, cioè le
finalità e le modalità con le quali vennero realizzate, comprese
le fonti false o falsificate (a quale necessità rispondevano e
rispondono?) Secondariamente il lavoro dello storico è quello di
scegliere tra la quantità delle fonti a sua disposizione ed anche in
questo il testo ne dà riscontro. E' chiaro che lo storico nel suo lavoro
di ricerca e di cernita delle fonti così come nella loro composizione
risponde a dei criteri che sono frutto dell'impianto ideologico di formazione:
se egli è un materialista storico, tanto per banalizzare,
privilegerà alcune fonti piuttosto che altre e darà una
costruzione del testo maggiormente afferente alla visione del mondo che ha. Ma,
nonostante questo, la forza del lavoro sarà ponderata sulla base con cui
lo scritto fornirà delle prove sostanziali alle tesi offerte; mentre, al
contrario e qualunque sia l'ideologia di riferimento, produrrà
solamente della propaganda che nulla ha da spartire con la ricerca storica.
Svelare il proprio punto di osservazione è quindi necessario allo
storico, purché questo non lo induca a voler dimostrare tesi
aprioristiche: bisogna affermare, come si diceva un tempo, che la verità
è rivoluzionaria, anche quando non ci torna di comodo. Lo storico ha
oltremodo il dovere di affermare, quando non può sufficientemente
dimostrarlo, che 'forse le cose andarono così e cosà', oppure che
non "si hanno elementi sufficienti per poter stabilire che.."
E i manuali di storia? Il problema è che alcuni autori di questi testi
non sentono l'onere di dover dimostrare ciò che sentenziano o affermano.
Se notate i manuali di storia per la scuola sono quasi sempre privi di note a
piè di pagina. Altro problema collegato a questo è il rischio che
hanno tutte le grandi storie di sintesi, molto concentrate e per ciò
stesso superficiali su quasi tutto se non decisamente erronee sul resto.
Due consigli bibliografici:
M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1988
A Momigliano, Storia antica e antiquaria..., Torino, Einaudi, 1984
C. Ginzburg, Rapporti di forza, Storia, retorica, prova, Milano, Feltrinelli,
2000
Pietro Stara
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