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Da "Umanità Nova" n.02 del 21 gennaio 2001

Dossier Turchia
Assassini di Stato

È in atto ormai da mesi in Turchia una lotta contro le disumane condizioni di vita nelle galere. Abbiamo raccolto la testimonianza di una compagna libertaria che ha avuto l'occasione di toccare con mano la situazione.

"Raccontaci perché sei andata in Turchia e in quale veste"

Sono partita con una delegazione formata da sei persone: l'ex presidente del dipartimento amministrazione penitenziaria, un giornalista, un esponente degli avvocati democratici, due sindacalisti della CGIL e me come aderente al Gruppo di solidarietà con i prigionieri "UMUT i figli del sole" di Trieste (un gruppo spontaneo formato da curdi e italiani creatosi per supportare lo protesta in Turchia).Ci siamo recati sul posto su richiesta dell'IHD (un'associazione turca per i diritti umani) per monitorare la situazione venutasi a creare in seguito all'operazione dell'esercito denominata "Ritorno alla vita" (!) del 19 dicembre.

"Di cosa si tratta?"

Il 20 ottobre è iniziato nelle galere turche uno sciopero della fame contro l'istituzione delle carceri speciali di tipo "F", volte a isolare completamente i prigionieri politici. La protesta, che coinvolge indistintamente turchi e curdi, si è progressivamente allargata arrivando a coinvolgere circa 1000 prigionieri, trovando appoggio all'esterno nelle associazioni dei familiari e per i diritti umani.Proprio il giorno in cui il governo avrebbe dovuto firmare un accordo, l'esercito ha fatto irruzione nei penitenziari con mezzi blindati. Secondo le testimonianze dei detenuti con cui ho potuto parlare, i militari hanno fatto massiccio uso anche di armi chimiche urticanti e stordenti.E' stata inoltre usata una sostanza che a contatto con i lacrimogeni si incendiava, la qual cosa ha provocato la morte di numerosi prigionieri e gravissime ustioni a molti altri. Il governo nega il massacro e ha vietato qualsiasi indagine.Tutti i prigionieri che partecipavano alla protesta (tranne le donne) sono stati trasferiti nelle nuove carceri speciali. Ad oggi la situazione non si è ancora normalizzata: tanto gli ospedali quanto gli istituti di pena sono sotto controllo esclusivo dell'esercito. Le trattamento riservato ai detenuti in lotta è ulteriormente peggiorato: non vengono loro concesse le cure mediche, moltissimi sono senza vestiti, l'acqua (già molto scarsa) viene spesso negata, pestaggi e torture sono pane quotidiano.Lo sciopero della fame continua , ma le condizioni di salute di molti degli scioperanti sono ormai critiche e presumibilmente 400 persone moriranno nel giro dei prossimi dieci giorni.

"Con chi avete avuto occasione di parlare?"

Siamo entrati in contatto con alcuni prigionieri politici, con associazioni dei famigliari, di avvocati, sindacali e per i diritti umani.La loro attività è frenetica; come ho potuto verificare io stessa, c'è un flusso continuo di persone che arrivano nelle sedi dei gruppi per portare nuovi casi o per aggiornare le liste degli arrestati e dei morti.

"Qual è il clima che hai riscontrato?"

Le cose più belle che ho potuto vedere sono il coraggio e la determinazione con cui queste persone portano avanti la loro lotta, nonostante il pesantissimo clima di repressione generalizzata.

La censura è totale, bisogna addirittura stare attenti a ciò che si dice per strada: lì rischi veramente di essere incarcerato per un nonnulla; gli arresti sono veramente una cosa quotidiana: in quattro giorni di permanenza ho saputo che ne sono avvenuti almeno 40! E per ben tre volte la polizia è venuta a bloccare le riunioni interne delle associazioni (molto probabilmente solo la presenza di noi Italiani ha impedito che tutti venissero portati immediatamente alla stazione di polizia).Quello che a noi può sembrare strano è che la gente è ormai abituata a questo clima, viene visto come una cosa assolutamente "normale".

"Quali saranno secondo te i prossimi sviluppi?"

Si prepara una nuova carneficina nelle carceri, questa è l'opinione di tutti. Anche perché altrimenti non si spiegherebbe il perché della permanenza dell'esercito all'interno delle galere.

"Quali saranno adesso i prossimi passi?"

Io ho raccolto numerose testimonianze dei reclusi e delle loro famiglie, che vorrei sottoporre ad Amnesty International. Si è formato inoltre un comitato internazionale (non istituzionale) di sostegno ai prigionieri rivoluzionari.

L'Europa, con il suo silenzio, si sta rendendo complice.Proprio per questo la cosa più importante da fare ora è attivarsi per denunciare pubblicamente il massacro in atto.

Per chi volesse maggiori informazioni: Gruppo UMUT e-mail: umut_ifiglidelsole@virgilio.it

A cura di S. & F.



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