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Da "Umanità Nova" n.03 del 28 gennaio 2001

Partito Unico

È di pochi giorni orsono la sconsolata considerazione di Berlusconi, che accusava il centrosinistra di aver rubato i contenuti del suo programma di governo. E a seguire, di lì a poco, la puntuale e sdegnata smentita degli esponenti dell'Ulivo, pronti a ribattere che no!, loro non rubavano un bel niente, ma semplicemente portavano avanti i punti qualificanti del loro futuro programma. Le solite isterie del cavaliere o la usata supponenza degli ex comunisti? Niente affatto: entrambi dicevano il vero. Anzi, mai come questa volta, forse, nessuno di loro mentiva!

Infatti, in questa rincorsa al centro che più al centro non si può, le "differenze" che ancora pochi anni orsono esistevano e sembravano importanti, si sono definitivamente annullate così che tutti, ma proprio tutti, possono sguazzare in quel melting pot politico e programmatico nel quale, finalmente, nessuno deve più sentirsi come un pesce fuor d'acqua.

Dopo la scomparsa della Democrazia Cristiana come entità autonoma e materiale, è rimasto solo un enorme, gigantesco ente metafisico che si è dilatato in tutto lo schieramento politico, una sorta di repellente blob che ha trasformato l'intero parlamento in un'unica, mostruosa, Democrazia Cristiana. Tralasciando ovviamente di prendere in considerazione quei cinque o sei partitini che continuano a richiamarsi esplicitamente ad essa, notiamo infatti, ed è storia vecchia, come in tutte le altre forze politiche si trovino schiere di vecchi marpioni della DC, che, nonostante la doverosa opera di riciclaggio, sono ancora profondamente segnati dall'inconfondibile marchio di garanzia scudocrociato. Lo stile pretesco, del resto, che una volta era di pertinenza solo di coloro che vedevano nel prete un esemplare modello di comportamento, è diventato ormai patrimonio di un'intera classe dirigente, che, se a destra coniuga l'odierno gesuitismo con il doppiopetto d'ordinanza, a sinistra rinnova le profonde assonanze fra gesuitismo in tonaca e gesuitismo rosso. E se qualcuno volesse obiettare che alcuni partiti, quali la Lega o Rifondazione, sembrano ancora chiamarsi fuori da questo processo ostentando un certo anticonformismo comportamentale, a ben guardare appare evidente come neppure loro intendono davvero sottrarsi a questo inarrestabile processo di omologazione: e la scelta di campo di Bossi o le eterne altalene di Bertinotti non lasciano spazio a dubbi.

Del resto, basta osservare come si esplicitano le linee essenziali dei futuri programmi governativi per coglierne la sostanziale convergenza di intenti e di "valori". E il concetto di "pensiero unico", che non vorremmo dovesse precludere a quello ben più inquietante di partito unico, non è certo l'invenzione di qualche acuto scienziato della politica, ma piuttosto l'espressione di una radicale trasformazione genetica del pensiero politico di un paese, quale il nostro, nel quale più che in altri la fine delle ideologie sembra aver mietuto messe di vittime.

Venuti meno i motivi ideali e sociali che rendevano ragione in passato della frattura verticale fra gli schieramenti ideologici, oggi la disabitudine a un sistema bipolare e l'incapacità di una elaborazione politica originale e autonoma hanno prodotto e continueranno a produrre guasti esiziali, dei quali - temo - al momento non stiamo vedendo che i primissimi accenni. Se il male fosse solo l'appiattimento dello scontro politico e se le differenze di contenuti si annullassero nella comprensione della necessità di un rivolgimento sostanziale, se, insomma, questo pensiero unico diventasse un volano di progresso e una spinta al miglioramento, allora non avremmo da preoccuparci se il Polo copia l'Ulivo o viceversa. Ma purtroppo, naturalmente, non è così. Purtroppo il livellamento della qualità è verso il basso e dobbiamo ancora cominciare a vederne il fondo.

Se non ci sono più le differenze, se anche nelle espressioni della propaganda elettorale diventa impossibile cogliere la diversità fra un programma di "destra" e uno di "sinistra", se gli stessi faccioni incombono ad ogni angolo di strada con grafica e contenuti simbolicamente identici, non c'è più tempo da perdere e bisogna controllare se abbiamo ancora il passaporto in regola. Questo perché il potere non è mai tanto pericoloso come quando chi l'ha conquistato ha dovuto rincorrere l'avversario sul suo stesso terreno. È in questo caso, infatti, che si fa l'impossibile per dimostrarsi più realisti del re e acchiappare i voti che per natura e vocazione dovrebbero appartenere allo schieramento opposto. Se la diversità viene messa in sordina, se ciò che si propone è il peggio di se stessi nell'intento di assomigliare all'avversario, se è l'imitazione dell'altro la caratteristica principale di ogni contendente, non c'è da stupirsi che la progettualità proposta sia sempre più scadente e minacciosa.

Facciamo un esempio: la sinistra, storicamente, ha sempre avuto fra i suoi presupposti basilari la difesa del debole, del diverso, dell'emarginato. Questo certamente fra mille contraddizioni, errori e incertezze, ma pur tuttavia con uno schieramento sociale inequivocabile. Con altrettanta evidenza la sinistra, o perlomeno la sinistra più seria e riflessiva, ha sempre tentato di studiare e comprendere le cause dei fenomeni sociali proponendosi di trovare una spiegazione logica tale da permettere di intervenire su questi stessi fenomeni con cognizione e non facendo leva sulla demagogia o la facile emotività. Così pure ha sempre evitato di far leva sui peggiori sentimenti popolari, ben conoscendone la pericolosità e il forte grado reazionario, allorché questi vengano lasciati a se stessi senza alcuna opera di mediazione culturale.

Ebbene, come siamo messi oggi? Male, direi, molto male!

Osserviamo con alcuni esempi come il pensiero unico, preludio al multiforme partito unico, si manifesta in questa campagna elettorale.

La criminalità, anche se non è aumentata rispetto al passato, viene comunque usata dalla destra come cavallo di battaglia contro ogni permissivismo. E fin qui tutto normale. Meno normale, invece, che questo diventi un argomento forte, fortissimo anche per lo schieramento di centro sinistra e che, non a caso, il primo dei faccioni rutelliani, degno contraltare di quelli berlusconiani, ci parli proprio di "sicurezza" del cittadino.

E così il fenomeno dell'emigrazione, che ormai tutti chiamano "problema" anche se problema non è, diventa un argomento imprescindibile per conquistare voti a destra e a manca. Non prendiamocela troppo con le proposte di sparare sui gommoni o di prendere le impronte digitali dei piedi degli immigrati, perché se queste sembravano le folcloristiche esternazioni dei soliti deficienti fascisti e leghisti, la realtà, fatta di centri di accoglienza lager e di carte di identità elettroniche, ben presto supererà le peggiori fantasie. E il diritto di libera espressione della propria cultura, che fino a pochi anni fa sembrava talmente assodato da non dover neppure essere espresso, è oggi per i progressisti solo una benevola concessione (che, come ogni concessione, può essere annullata in qualsiasi momento) e per i reazionari un subdolo cavallo di Troia che permetterà all'infido mussulmano di imporci le sue leggi e di scacciarci dalle nostre case. Fatte le debite proporzioni di stile, dov'è la differenza?

Sentiamo fare da autorevoli esponenti del centro sinistra discorsi che pochi anni fa neppure tanti fascisti, timorosi di passare per fascisti, avrebbero fatto. Vediamo comportamenti, soprattutto a livello locale almeno per ora, che non ci saremmo mai immaginati. Ci manca solo che elementi della sinistra organizzino ronde notturne o innalzino gazebo per raccogliere firme contro l'edificazione di qualche moschea. Ma forse è vicino anche questo momento.

Pensavamo ingenuamente che la grossolanità e la volgarità dei leghisti lombardi e veneti, la violenza e l'incultura dei fascisti vecchi e nuovi fossero patrimonio di una parte minoritaria e marginale del paese, e ci accorgiamo invece che leghisti e fascisti, anche se con nomi diversi, sono dappertutto, sono di nuovo maggioranza non più silenziosa ma reclamante a gran voce minori spazi di libertà e maggiore controllo poliziesco e sociale. È un coro funebre, di intolleranza e di repressione, quello che si leva dagli scranni parlamentari e dalle segreterie di partito.

Qui non è più questione, ormai, di salvaguardare una cultura politica che, fra mille contraddizioni, aveva comunque saputo esprimere e rappresentare alcuni fra gli aspetti migliori dell'identità popolare, qui si tratta di rimboccarsi le maniche per tornare a difendere, ora e subito, le nostre libertà minacciate non solo dai consueti fanatici dell'ordine, ma anche dai raffinati uomini politici eredi, pessimi, della cultura di sinistra.

Noi come anarchici non abbiamo mai mancato al nostro ruolo e, con le nostre forze, continuiamo a portare nelle piazze il sogno di un mondo di liberi ed uguali. Restando fuori come sempre da ogni competizione elettorale, che ci vedrebbe solo come gli utili idioti di un sistema di potere più forte che mai, dobbiamo comunque fare la nostra parte per ricreare, nella società e nei posti di lavoro, una forte rete di relazioni e di scambi, non solo con chi ancora crede nei valori della libertà e della solidarietà sociale, ma anche con chi ha imboccato una deriva pericolosa credendo di fare gli interessi della sinistra. E che non si accorge di starsi accodando al carro della peggiore destra, politica, sociale ed economica.

Massimo Ortalli



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