Da "Umanità Nova" n.04 del 4 febbraio 2001
Ticino: cronaca di un respingimento annunciato
Addio Lugano bella
Addio Lugano bella... o quantomeno arrivederci. Fino al 31 gennaio mi è
interdetto l'ingresso in territorio elvetico, in quanto considerata
"indesiderata" dall'Ufficio federale degli stranieri. Prevenzione, dicono. Ma
sarò mica una carie?
Avevo tentato di passare la frontiera in auto con quattro amici, scegliendo un
valico assolutamente secondario. Tutto inutile.
Già alla dogana italiana restiamo fermi mezz'ora al freddo: controllo
documenti e perquisizione sommaria dell'auto. Ci dicono che hanno una lista di
indesiderati da respingere (300, stando a quello che avevo saputo da altre
fonti), ma che noi non siamo compresi. Passiamo. Altri cento metri e veniamo
bloccati dai finanzieri svizzeri. Dopo nemmeno due minuti arriva la polizia
cantonale. È apparso chiaro fin dalle prime battute che avevano deciso a
priori di respingerci.
Scendiamo dall'auto, che viene perquisita centimetro per centimetro (smontano
anche il filtro dell'aria!), così come i bagagli. Non trovano nulla ma
guardano minacciosi un pericolosissimo strumento... musicale africano.
Mi fanno entrare nella guardiola, dove una poliziotta in borghese mi obbliga ad
uno strip-tease integrale, con minuziosa ispezione corporale e degli indumenti.
Anche agli altri tocca la stessa sorte. Mi chiedo perché, visto che la
nostra sorte è già decisa. Esco, ma subito mi richiamano:
è arrivato un fax da Berna. Con provvedimento datato 19 gennaio il
governo federale ha deciso il mio respingimento. Quando chiedo spiegazioni, mi
sento rispondere che le informazioni sul mio conto le ha passate la "mia"
questura, che so cosa ho fatto in Italia e che dovrei pure vergognarmi
(testuali parole!).
Sono perplessa: che mai avrò fatto per diventare così pericolosa
a 18 anni, incensurata e con neanche due anni di militanza alle spalle?!?
Comunque sia, dopo più di due ore al gelo veniamo respinti tutti e
cinque, io con il foglio di via in tasca, gli altri quattro solo diffidati. Ci
avvisano che i nostri nominativi sono già stati trasmessi agli altri
valichi e che è quindi inutile provare a passare altrove (io, in ogni
caso, rischierei una multa cospicua e sei mesi di galera).
Vista la situazione, ci dirigiamo verso Como, luogo di convergenza di tutti i
respinti alla frontiera, con gli autonomi del Collettivo KEP come punto di
riferimento. Ma giunti a Ponte Chiasso (è ormai notte) troviamo solo
quaranta tute bianche milanesi in presidio nella "terra di nessuno", circondate
da qualche centinaio di sbirri italiani e svizzeri.
Gli altri (un pullman del Forte Prenestino di Roma, qualcuno dei Cobas, del
C.s.o.a. Askatasuna di Torino, i comaschi del KEP e altri ancora) sono in
assemblea a Como. Li raggiungiamo.
Scopro così, fra le altre cose, che siamo in molti con il decreto di
espulsione: uno per macchina, è prassi.
Passiamo la notte accampati alla meno peggio e la mattina dopo ci dirigiamo
verso Chiasso. Siamo circa un centinaio e l'idea è quella di bloccare
l'incrocio immediatamente prima del valico (a cento metri dalle tute bianche,
che hanno pernottato in frontiera). La situazione è tranquilla, anche se
con qualche momento di tensione.
Ad un certo punto un gruppetto si stacca dal presidio e si dirige verso la
dogana; saranno circa venti, infilati in scatoloni di cartone atti a definire
la loro natura di "merce umana". Fanno qualche metro verso la frontiera assieme
al Leoncavallo (si chiama azione simbolica, mi dicono), vengono innaffiati
dagli sbirri svizzeri e tornano indietro. Le tutine partiranno in pullman di
lì a poco. Noi ci facciamo Chiasso-Como in corteo, non molto visibili se
non in un paio di incroci, dove ci si ferma a lungo. Con un pretesto, ci viene
impedito di sfilare per il centro cittadino. Ci sciogliamo quindi dopo poco.
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