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Da "Umanità Nova" n.07 del 25 febbraio 2001

inform@zione

Pordenone: chiediamo spazi ci danno polizia
Il 17 febbraio il collettivo Gatanegra ha compiuto un'azione dimostrativa nella sede dell'ATER (ex IACP) per denunciare nuovamente il fatto che Pordenone é l'unica città in Italia in cui gli immigrati non hanno accesso alle graduatorie per l'assegnazione delle case popolari.
Agli immigrati viene richiesta la presentazione di documenti che il più delle volte sono impossibili da reperire: certificati catastali di zone che il più delle volte sono distrutte dalla guerra o dalla carestia, o in cui non esistono nemmeno uffici assimilabili al catasto. Questa pratica in auge nella nostra cittadina infrange direttamente tutte le regolamentazioni contro la discriminazione razziale che la nostra legislazione "comprende" e dovrebbe applicare.
Ci siamo introdotti in un ufficio al secondo piano (aperto, senza il cartello "vietato l'accesso ai non addetti") chiarendo immediatamente che si trattava di un'azione dimostrativa che si sarebbe protratta esclusivamente per il tempo necessario a comunicare le nostre rivendicazioni e ad esporre uno striscione che recitava: "la casa è di chi l'abita - siamo tutti clandestini!". Saremmo rimasti lì non più di mezz'ora, se non fosse che la dirigenza dell'ATER, nelle persone del presidente Scotti e del direttore Pielli hanno voluto giungere immediatamente allo scontro sporgendo denunce che si possono chiaramente definire delle diffamazioni: "vi denuncio per violenza pubblica e privata"; le accuse poi siamo venuti a sapere che si sono spinte fino ad "interruzione di pubblico ufficio", "sequestro" ed altre amenità. La verità dei fatti è invece questa: quando abbiamo incontrato il presidente abbiamo espresso la volontà di avere un confronto con lui, al che ci è stato risposto "non voglio parlare con voi!", "fate pure, io chiamo la polizia!!!!".
La vicenda si è conclusa con un'azione di polizia che ha impiegato cinque volanti della P.S., una volante dei carabinieri e due carabinieri in borghese, cinque agenti della Digos (tutto questo per otto persone ed uno striscione... mancavano solo i marine). Siamo stati tutti portati in questura dove ci hanno sottoposti ad identificazioni, schedature, inchiostrature, fotografie ecc.ecc.ecc.
Questo a quanto pare non è che l'ennesimo atto di intolleranza e repressione da parte delle istituzioni cittadine. Se questo atteggiamento intende eliminarci, otterrà esattamente l'effetto opposto: in ogni zona di questa città ed in qualunque momento siamo in grado di rivendicare con forza le nostre idee a cui si nega qualsiasi spazio di agibilità.
Collettivo per l'Autogestione Gatanegra

Firenze corteo per il CPA
Sabato 17 febbraio Firenze è stata completamente paralizzata dal corteo che sfilava in solidarietà con il Centro Popolare Autogestito. La campagna di terrorismo psicologico montata dai media di regime nei giorni precedenti non è riuscita a trasformare una festa del dissenso, dell'autogestione, della partecipazione diretta delle classi subalterne in spettacolarizzazione dello scontro politico e sociale. 10.000 manifestanti hanno attraversato Firenze dal suo cuore, piazza S. Croce, fino ai quartieri sud della città dove è insediato il CPA, con le musiche dei sound sistem montate sui furgoni, con la banda e i trampolieri, con le bandiere del sindacalismo di base, degli anarchici del MAF e de "La villa", gli striscioni di altri centri sociali, del CPO La Gramigna di Padova, le danze dei collettivi studenteschi, gli slogan astensionisti, gli appelli all'azione diretta contro la speculazione edilizia e alla difesa dei luoghi autogestiti. Se il successo di una manifestazione si può cogliere dal grado di risposta di una città, possiamo dire che ad un centro storico blindato dalla polizia e deserto per la scelta dei commercianti di serrare le saracinesche dei negozi ha fatto riscontro la presenza di numerosi abitanti affacciati alle finestre e ai balconi, che solidarizzavano e spronavano alla resistenza. D'altra parte il quartiere di Gavinana che accoglie il Centro ha dimostrato ancora una volta da che parte sta, con i suoi negozi aperti, con nuclei di abitanti che partecipavano al corteo sia in strada che con striscioni appesi alle finestre. Una bellissima risposta popolare alle logiche mafiose del centrosinistra.
Luca Papini

Trieste "serata De Andrè"
Il video "Faber", curato dai registi Bruno Bigoni e Romano Giuffrida, rappresenta il riuscito tentativo di ricostruire l'attività musicale e la personalità di Fabrizio De Andrè sulla base di interviste a chi ha collaborato con lui o lo ha conosciuto come amico, in Sardegna, a Genova e a Milano. Le immagini dell'isola (dove era stato sequestrato per alcuni mesi), e quelle della città ligure (dei vicoli e dei mercati), hanno descritto con rara efficacia e armonia l'ambiente naturale e umano in cui si è mosso il cantautore.
La nostra proposta, come Centro Studi Libertari, partiva dall'ipotesi di un notevole interesse verso l'opera e la figura di questo artista che aveva espresso, con originalità e forza, temi e riflessioni molto vicini al discorso anarchico. Il risultato è stato superiore alle migliori previsioni, con un alto livello di partecipazione emotiva e di confronto grazie al clima stimolante creato dal video e dalla conversazione sincera e ricca con il regista Giuffrida.
Più di trecento persone si sono strette nella Aula Magna della Scuola Interpreti e hanno dato vita ad un confronto aperto e sentito sul ruolo che De Andrè ha avuto nella formazione personale di molti, nel suscitare una sensibilità diffusa verso gli emarginati, i diversi, i "dannati della terra". Una dozzina di intervenuti ha espresso gratitudine verso l'attività poetica del cantautore, senza dimenticare il suo impegno culturale e sociale, sia pure con toni sfumati e senza le sicurezze semplificate degli slogan, nella denuncia del militarismo, del clericalismo, dell'ipocrisia.
Alcuni discorsi hanno riconosciuto che l'atmosfera di libertà e di attenzione creatasi nel corso dell'assemblea successiva al video è stata un'occasione purtroppo infrequente a Trieste, dove domina piuttosto un ambiente di rassegnazione, di isolamento, di diffidenza verso gli altri. Un ambiente nel quale polizia e magistratura si permettono di insistere su una montatura antianarchica dagli evidenti caratteri di repressione preventiva dei dissidenti. Anche a queste manovre ha risposto in modo solidale la grande e commossa presenza alla nostra iniziativa.
Claudio Venza

A Palermo contro il G7
In occasione della riunione dei delegati del G7, avvenuta a Palermo il 17 febbraio, l'antagonismo sociale palermitano e siciliano si è mobilitato per contestare nelle piazze e nelle strade della città i potenti del mondo, autori e garanti dello sfruttamento, della precarizzazione delle condizioni di lavoro, dei gravissimi danni all'ambiente e alla salute della collettività.
Venerdì 16 alle ore 15 è stato organizzato un presidio di 100 compagni davanti alla sede della RAI per protestare contro l'indifferenza e il silenzio strumentale tenuto dai mezzi di comunicazione servi del sistema.
Dal presidio è nato un corteo per le vie della città conclusosi davanti alla residenza del Prefetto, dove era fissata la conferenza stampa di Visco. Al primo tentativo dei manifestanti di avvicinarsi ai cancelli della Villa la polizia ha caricato, allontanandoci, spingendoci contro un muro non molto distante e circondandoci. Nonostante varie provocazioni ed il tentativo di prelevare dei compagni il presidio è continuato per tutto il pomeriggio.
Sabato 17 dalle 8 del mattino sono iniziati blocchi stradali per tutta la città. Abbiamo ostruito le principale via d'accesso alla sede dell'Assemblea Regionale, dove si è tenuta la riunione dei delegati del G7. Più volte tra manifestanti (un centinaio) e forze dell'ordine si è sfiorato lo scontro.
I blocchi stradali sono continuati durante tutta la mattina ed hanno bloccato i nodi cruciali della città, paralizzandola.
Alle 15 è stato indetto un presidio davanti al Teatro Massimo, dove era prevista un'iniziativa musicale per i delegati. Volutamente è stato scelto come luogo del concentramento lo stesso in cui si era conclusa la manifestazione del 12 Dicembre scorso. Un corteo di circa 200 persone per le vie della città ha scandito slogan di protesta e letto documenti informativi. Un gruppo di artisti di strada ha organizzato rappresentazioni teatrali itineranti che sbeffeggiavano i potenti del mondo e le autorità locali. Il corteo è durato sino a tarda sera.
Un'altra necessaria tappa del percorso di lotta delle realtà siciliane contro la globalizzazione e le nuove forme di neoliberismo e contro le organizzazioni internazionali che le perseguono e le garantiscono.
C.S.O.A. Goliardo, piazza Marina, Palermo

Ravenna il 10 marzo contro la Monsanto
Sono circa 470 i campi "agricoli" conosciuti e almeno cinque università dove si sperimentano OGM e altre schiefezze. Una sperimentazione avvenuta in sordina, senza incontrare grossi ostacoli, e che deve aver dato buoni risultati se la Monsanto ha ottenuto via libera a produrre in Italia, a Ravenna, il diserbante glyphosate (più conosciuto come Roundup) per la coltivazione di OGM.
La giunta regionale dell'Emilia Romagna ha votato in modo unanime la licenza di quest'enorme fabbrica di morte (20.000 tonnellate annue, raddoppiabili in breve) capace di soddisfare il 15% del fabbisogno mondiale di pesticidi, un terzo del consumo europeo.
La scelta di Monsanto su Ravenna, è dovuta soprattutto al territorio già devastato e inquinato dove sono presenti ben 17 insediamenti ad alto rischio (8 persone su 10 si ammalano di cancro: la Romagna vanta il primato dei tumori in Europa) ed al controllo sociale esercitato dai DS e dai sindacati consociativi.
Per contrastare i progetto di produrre il Roundup a Ravenna varie realtà politiche, sociali e sindacali di Ravenna e della regione hanno promosso una manifestazione nazionale contro gli OGM e le produzioni di morte per sabato 10 marzo alle 16 da via Faentina.
(Da un documento fatto circolare in preparazione della manifestazione.)

I compagni di Bologna propongono uno spezzone anarchico al corteo del 10 marzo a Ravenna.



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