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Da "Umanità Nova" n.11 del 25 marzo 2001
La pax americana nei Balcani
La guerra non è mai finita
La recente offensiva in grande stile della guerriglia
albanese in Macedonia ha l'indiscutibile merito di avere fatto scoprire ai
media occidentali una semplice verità che le popolazioni di quel
triangolo di Balcani posto tra la Serbia, L'Albania e la Grecia conoscono bene:
ossia che la guerra, teoricamente terminata due anni fa con la ritirata
dell'esercito jugoslavo dal Kosovo, non è mai finita.
Grazie alla copertura delle cancellerie occidentali, infatti, la guerriglia
albanese ha continuato la "sua" guerra nell'area, cacciando serbi e rom dal
Kosovo e iniziando una lunga teoria di attacchi nella parte occidentale della
Macedonia dove vivono circa quattrocentomila persone di lingua albanese.
La Macedonia è un paese alquanto particolare, abitato da circa due
milioni di persone, il 20% delle quali albanese, il 70% macedoni (un'etnia
slava strettamente imparentata con i bulgari), mentre il restante 10% si divide
equamente tra turchi, serbi e rom. Questa ex repubblica della Jugoslavia
è indipendente dal 1991, quando Yiro Gligorov, presidente e leader della
locale Lega dei Comunisti, distaccò la Repubblica dal vecchio corpo
jugoslavo in preda alle convulsioni della guerra serbo-croata.
La Macedonia fu l'unica repubblica della fu Federazione che approdò
all'indipendenza senza colpo ferire, dal momento che il potente vicino serbo
era troppo impegnato nelle guerre di Croazia e di Bosnia. Questo non vuol dire
che la nascita del nuovo stato avvenne senza problemi, dal momento che, fin
dall'indipendenza iniziò l'agitazione anche armata della popolazione di
origine albanese che mirava al distacco dal paese e all'unificazione con
l'Albania.
All'epoca la situazione venne risolta dalla politica di mediazione di Gligorov
che riuscì ad arrivare a un compromesso con i leader della
comunità albanese, garantendo loro, di fatto, un forte grado di
sovranità sull'area nord occidentale del paese e ottenendo dall'ONU la
presenza di un contingente di soldati americani (circa 400). Da allora la
situazione è rimasta in stallo fino al 1998, quando un'eterogenea
coalizione di Destra ha sostituito alla guida del paese il Partito Socialista,
erede della Lega dei Comunisti. All'interno di questa coalizione, il cui perno
è costituito dall'Organizzazione Rivoluzionaria della Macedonia Interna
(nome storico dell'organizzazione guerrigliera che combatté i Turchi sul
finire dell'Ottocento), è anche presente il Partito Democratico degli
Albanesi, rappresentanza maggioritaria della popolazione albanese di
Macedonia.
Questo partito, non diversamente dai partiti albanesi sia dell'Albania che del
Kosovo, è innanzitutto un clan interessato alla gestione dei traffici
che scorrono sull'asse Est-Ovest e che hanno nell'area uno degli snodi
più importanti.
Formalmente, infatti, l'accordo di governo tra l'attuale primo ministro
Georgievski e il leader albanese Arber Xhaferi riguarda il diritto alla lingua,
alle scuole e all'Università albanesi, in realtà il punto
principale concerne una forma di autogoverno locale della Macedonia occidentale
che, tradotto in italiano vuol dire l'esclusiva per il clan di Xhaferi del
traffico di armi, eroina e clandestini provenienti dalla Turchia e dal porto di
Salonicco verso il Kosovo. Il percorso, come è ormai noto anche in
Occidente prosegue poi verso le coste italiane o in alternativa verso Trieste e
la Germania, transitando per le mani dei clan albanesi, kosovari o
montenegrini, oppure per quelle delle mafie croate o bosniache. Ognuno di
questi passaggi permette a chi li controlla di ricavare un valore aggiunto pari
anche al 400% del valore della merce, costituendo così la maggiore fonte
di ricchezza e reddito per le popolazioni dell'intera area.
Se a questo si aggiungono gli stretti legami esistenti tra il Partito
Democratico Albanese della Macedonia e l'Uck di Hashim Thaci, si inizia a
cogliere meglio la dinamica in continua esplosione dell'area.
Arber Xhaferi è, infatti, un ex professore dell'Università di
Pristina, allontanatosi dal Kosovo all'inizio degli anni Ottanta, dopo la
repressione dei moti insurrezionali nella provincia. Egli viene tuttora
considerato uno degli ideologi del movimento di liberazione kosovaro, al quale
ha garantito nel corso della guerra serbo-kosovara del 1998-99 le necessarie
retrovie per colpire l'esercito jugoslavo. Questa possibilità,
ovviamente gli è stata data grazie all'accordo che ha fatto del suo
partito un sostenitore del governo macedone e un fattore di stabilità
del paese. Grazie alla sua azione, infatti, la Macedonia, pur invasa da
profughi kosovari, appartenenti sostanzialmente agli stessi clan dei loro
fratelli di lingua abitanti in Macedonia, è stata risparmiata dalla
guerra in atto ai suoi confini. Lo stesso Xhaferi ha dimostrato in questi
giorni di non essere per nulla soddisfatto dell'offensiva militare albanese nel
suo feudo, permettendo al governo del quale fa parte un primo invio di truppe
per contrastare i guerriglieri, anche se fino a oggi (19 Marzo) si è
opposto alla dichiarazione dello stato di emergenza.
Ma, se lo stesso leader dei clan albanesi di Macedonia sembra essere estraneo
alla recente offensiva dei guerriglieri albanesi, quali possono essere le
ragioni di quest'ultima?
A mio avviso le ragioni fondamentali sono almeno tre: una di ordine
internazionale, una seconda che riguarda la guerra ormai aperta tra i vari clan
kosovari, e una terza che riguarda proprio il signor Xhaferi.
Quest'ultimo è, infatti, affetto da una malattia progressiva di sicuro
esito mortale che starebbe minando anche le sue capacità di gestire il
proprio clan. Dietro di lui si è aperta una feroce guerra di successione
che vede favorito Merdan Thaci, cugino di quell'Hashim Thaci, leader dell'Uck e
uomo di Washington a Pristina, che sembra aver puntato le sue carte sulla
destabilizzazione della Macedonia e su un nuovo intervento occidentale
nell'area.
Per quanto riguarda lo scontro interalbanese in corso nel Kosovo, si deve
ricordare che quest'ultimo è diviso tra il clan Rugova, uscito vincitore
dalle prime elezioni non jugoslave nella provincia e legato al Partito
Democratico dell'ex Presidente albanese Sali Berisha, il clan Thaci che ha
guidato la guerra d'indipendenza sotto la ali della NATO, legato ai clan
albanesi di Macedonia e favorito dagli angloamericani nella corsa alla poltrona
di Presidente del futuro Kosovo indipendente, e il clan Hajradinaj, leader
dell'Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak), stettamente legata al Partito
Socialista Albanese di Fatos Nano.
La vittoria di Rugova alle elezioni amministrative del Marzo 2000 nel Kosovo ha
scatenato la guerra aperta tra questi clan, guerra che ha provocato fino a ora
alcune decine di morti in agguati di stampo mafioso, e non pochi cadaveri
eccellenti. La posta in gioco è quella riportata sopra: il controllo di
uno dei più promettenti stati-mafia d'Europa, crocevia di tutti i
traffici di merce illegale verso l'Europa occidentale.
Da questo punto di vista, la destabilizzazione della Macedonia offre agli
sconfitti sul terreno elettorale la possibilità di riportare lo scontro
sul terreno militare dove essi, forti anche dell'armamento generosamente
fornito dall'Occidente, godono di un sicuro vantaggio. Inoltre, la possibile
secessione dell'area occidentale della Macedonia, ribalterebbe i rapporti
numerici di forza tra clan, riportando in vantaggio il clan Thaci e la sua
espressione politico-militare, ossia l'Uck.
La terza ragione, quella di ordine internazionale, riguarda la nuova situazione
venutasi a creare nell'area dopo le vittorie parallele di Rugova a Pristina e
Kostunica a Belgrado; la normalizzazione jugoslava e il vero e proprio trionfo
del moderato Rugova in Kosovo, potrebbero essere le precondizioni di un
possibile accordo serbo-albanese sul futuro dell'area. Questo accordo, per il
quale premono le cancellerie europee prima fra tutte quella tedesca, è
visto come il fumo negli occhi da Washington e Londra, che hanno puntato tutte
le loro carte sulla vittoria dell'Uck, sul mantenimento di una situazione
d'instabilità nell'area e, quindi sul mantenimento di una presenza
militare occidentale a guida anglo-americana nall'area.
L'eventualità di una pacificazione dei Balcani porterebbe, infatti, con
sé lo sviluppo dell'area e il suo inserimento nella rete commerciale
Europa-Medio Oriente che le diplomazie europee, e in primo luogo quella
tedesca, stanno cercando di costruire da un decennio. La costruzione di una
simile rete è la ragione prima dei movimenti della diplomazia tedesca
nell'area, la quale, però, ha dovuto fare i conti con il protagonismo
dell'alleato americano, ben deciso a far valere la sua supremazia sugli alleati
europei e perennemente alla ricerca di buoni motivi per mantenere una presenza
militare in Europa, che ne giustificasse le pretese di "alleato più
uguale degli altri" nei confronti degli altri stati della NATO.
L'attuale scoppio della guerra in Macedonia deve essere inquadrato anche in
quest'ottica, non perché voluto da Washington, che sembra parzialmente
presa di sorpresa dalla radicalizzazione dello scontro, quanto perché la
situazione di instabilità provocata da esso, permette agli Usa e alla
Gran Bretagna di non trovare alcuna soluzione duratura per l'area del sud dei
Balcani, prolungando a tempo indefinito il protettorato militare nell'area.
L'attuale politica anglo-americana sembra proprio andare in questo senso: da un
lato sconfessa l'offensiva dell'Uck, dall'altro non fa nulla per fermarla
realmente; da un lato offre alla "nuova Jugoslavia" di Kostunica un'apertura di
credito, consentendo all'esercito serbo di occupare l'area smilitarizzata del
sud della Serbia nella quale la guerriglia albanese si è mossa
indisturbata per un anno, dall'altro boicotta ogni ipotesi di accordo
serbo-albanese che ponga fine alla pulizia etnica di matrice albanese nel
Kosovo; da un lato richiede agli alleati subordinati europei un impegno fattivo
nella gestione dell'area Balcanica, dall'altra manovra scandali a tempo come
quello sulle tangenti Telecom pagate a Milosevic per l'acquisto della
telefonica serba, destinati a colpire i vertici alleati che mostrino
velleità di azione autonoma nell'area.
Come si vede una strategia complessa che non ci è possibile esaminare
completamente nel corso di quest'articolo, ma sulla quale torneremo sopra nei
prossimi numeri di UN, il cui scopo altro non è che quello di ribadire
la condizione americana di unica potenza mondiale, evitando il possibile
sorgere di competitori tra gli alleati.
Sullo sfondo di questi grandi e piccoli giochi di potenza, naturalmente,
rimangono le popolazioni locali che, di volta in volta, si trovano a rivestire
il ruolo del carnefice o quello della vittima, rivestendosi di sentimenti di
esaltazione nazionale e di odio etnico rinfocolati per anni dai leaders delle
diverse comunità che, in questo tipo di contrapposizione, hanno sempre
trovato il terreno migliore per lo sviluppo di economie a base criminale che,
in quest'area storicamente costituiscono l'unico terreno di accumulazione
capitalistica effettivamente sviluppata.
Giacomo Catrame
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