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Da "Umanità Nova" n.11 del 25 marzo 2001
Omaggio al franchismo
Beati i sanguinari
Che Giovanni Paolo II avesse il gusto per lo spettacolo,
lo si sapeva da tempo: i suoi trascorsi teatrali e le sue capacità
istrionesche gli sono venuti in soccorso più di una volta per suscitare
nelle masse osannanti sentimenti compassionevoli: ora di pena, ora di adesione
emotiva, ora di entusiasmo da stadio. E anche questa volta, con la
beatificazione di 233 nuovi martiri della chiesa, la dimensione da
varietà televisivo della cerimonia in piazza san Pietro non ha affatto
deluso le aspettative.
Tutto normale, dunque, se non fosse per la particolarità
dell'identità collettiva di questi nuovi beati, vale a dire 233 vittime
la cui morte, a sentire il papa, non fu che la naturale conseguenza di decenni
di esasperata predicazione anticlericale condotta con feroce determinazione dai
"rossi" di Spagna; predicazione che allo scoppio della rivoluzione non
poté non concretizzarsi se non attraverso crudeli omicidi e
indiscriminati massacri praticati dai carnefici anarchici, socialisti,
comunisti e repubblicani. Considerato che, con la cerimonia di domenica 11
marzo, il pontefice ha battuto tutti i record di beatificazione collettiva,
tanto da entrare ancora una volta trionfalmente nel Guinness dei primati
pontificali, noi che siamo gli eredi naturali di quegli anarchici spagnoli che
permisero questo risultato, dovremmo ricevere un grazie per aver dato una mano
nello stabilire un primato mondiale nella storia della chiesa.
Penso invece che sia necessario riflettere per contestualizzare storicamente
gli avvenimenti spagnoli evocati così vigliaccamente due domeniche
orsono nella città del Vaticano. Il diligente Wojtila infatti, che per
forza di cose non può far altro che tirare acqua al suo inquinante
mulino, si guarda bene dal dire in quale situazione avvennero questi presunti
martìri e soprattutto quali furono le condizioni sociali che portarono
ad una così violenta reazione nei confronti dei rappresentanti della
chiesa spagnola. Non è la prima volta, e sicuramente non sarà
neppure l'ultima, che il prete ridisegna la storia a suo uso e consumo. Senza
dover rievocare i clamorosi mea culpa recitati dal papa poco tempo fa, che ad
altro non son serviti se non a creare le condizioni per future nefandezze (chi
beatificherà le vittime della Controriforma e le streghe di Salem?),
è affermata consuetudine del clero illustrare il proprio passato e gli
avvenimenti che lo vedono coinvolto in maniera tale che risaltino sempre due
aspetti: il primo che la chiesa non sbaglia mai, il secondo che, se la chiesa
ha per caso sbagliato, la colpa non è sua ma delle forze diaboliche
incarnate nei suoi nemici. E del resto come potrebbe essere altrimenti?
discendendo la sua autorità e la sua legittimità direttamente da
quel Dio che per definizione è perfetto, come può essa non essere
ingenuamente innocente rispetto agli accadimenti mondani?
E infatti, buttandola là come ha fatto Wojtila, con questi 233 martiri
eletti beati per essersi opposti alla bestialità rossa, tutto
sembrerebbe tornare. Ma così non è! Perché questi
"martiri" spagnoli non furono le vittime innocenti di un furore belluino e
immotivato dettato da una gratuita barbarie, ma furono i caduti di un esercito,
millenario e oppressivo, che da sempre combatteva in Spagna la sua guerra,
quella sì bestiale, contro ogni forma di libertà e progresso. Una
guerra secolare combattuta contro un intero popolo con gli strumenti
dell'Inquisizione e della garrota, della continua delazione e degli infiniti
tradimenti, della feroce repressione nella quale alla tortura fisica faceva da
crudele pendant la tortura morale dell'oscurantismo e della
superstizione. Una guerra fatta di sfruttamento fisico ed economico, nella
quale la futura chiesa dei poveri accumulava spaventose ricchezze sulla pelle e
sulle sofferenze di milioni di contadini. Una guerra nella quale l'alleanza fra
un clero ferocemente corrotto e un'aristocrazia che riconosceva al popolo il
solo diritto di morire, si concretizzava nella inflessibile espropriazione di
ogni dignità umana: la croce per soggiogare lo spirito, la spada per
sopprimere il corpo. Una guerra quindi nella quale le vittoriose milizie
clericali erano abituate a sbarazzarsi di ogni resistenza con la stessa
facilità con la quale erano solite spidocchiarsi. Ma contro questo
esercito, contro questa invencible armada tanto santa quanto
criminale, si erse finalmente un popolo che nella sollevazione contro il
fascismo dei militari colse l'occasione per tentare di sbarazzarsi, una volta
per tutte, di tutti i legami che ne limitavano la libertà. Combattendo
finalmente ad armi pari una guerra che fino ad allora lo aveva visto sempre
soccombere. Con le conseguenze e le atrocità che ben conosciamo. Con
quella sequela di violenze che non vorremmo dovessero ripetersi ma che neppure
possiamo disconoscere.
Descrivere oggi gli avvenimenti spagnoli del 1936-1939 come se questi fossero
avulsi dal loro specifico contesto storico e sociale, è quindi una
mascalzonata che si commenta da sola. Una mascalzonata ricorrente, comunque,
che la chiesa sa di poter commettere, perché lungo la strada che ha
intrapreso per revisionare e riscrivere la sua torbida storia incontra sempre
più spesso inattesi alleati. Ansiosi, evidentemente, di accorrere in
soccorso del vincitore.
Massimo Ortalli
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