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Da "Umanità Nova" n.11 del 25 marzo 2001
Borse: un crollo sistematico
È il capitalismo baby...
Dopo tanti piccoli scricchiolii, è finalmente arrivata la resa dei
conti. Le borse mondiali hanno cominciato vacillare verso la fine di novembre,
quando la disputa infinita sulle elezioni americane ha diradato le illusioni di
una veloce ripresa basato sul ritrovato feeling con un'amministrazione di nuovo
in sella nel pieno dei suoi poteri. Il calo è diventato più
sensibile alla fine di dicembre, quando è arrivata la conferma che
l'economia americana aveva imboccato un sentiero di forte rallentamento anche
nell'ultimo trimestre del 2000. Tuttavia sembrava di poter dire che non si
trattasse di un evento così drammatico, dato che ad essere interessato
da un forte storno pareva esserci solo il Nasdaq, il listino dei 5.000 titoli
"tecnologici", mentre il Dow Jones, rappresentante tradizionale della "old
economy", viaggiava poco distane dai massimi degli anni precedenti. Inoltre
Alan Greenspan, potente vestale del capitalismo mondiale, sembrava in grado di
controllare in qualche modo la situazione con il consueto strumento del taglio
dei tassi. Di tagli ne sono stati operati subito due, il primo a mercati aperti
il 3 gennaio, il secondo a mercati chiusi il 30 gennaio, per un totale dell'1%.
Ma evidentemente non è bastato. Questa volta il problema sembra essere
più serio. Dai primi di febbraio le borse sono scese di continuo,
mettendo a dura prova i nervi degli operatori del settore. Nell'ultima
settimana il calo ha assunto caratteri più spaventosi, con episodi da
"panic selling" e crolli generalizzati. Non siamo ancora al suicidio di massa
dei finanzieri falliti, ma certo aumenta per gli psichiatri la percentuale di
clientela costituita da promotori e consulenti con disturbi nervosi. Dato che
le borse avevano raggiunto i propri massimi giusto un anno fa, è
possibile provare a tracciare un primo bilancio di quanto è successo.
Innanzi tutto, occorre individuare le ragioni del boom di borsa del primo
trimestre 2000. E' opinione comune che siano almeno tre:
1) un eccesso di liquidità immesso nel sistema dalla Federal Reserve e
dalle altre banche centrali in funzione del "millennium bug", per prevenire
eventuali situazioni di crisi ricollegabili al blocco dei sistemi di
rifornimento automatico;
2) uno straordinario volume di investimenti destinato al settore informatico
nel suo complesso, sorretto dalla necessità (e dall'occasione) di
aggiornare programmi e sistemi operativi per gestire il passaggio del
millennio, spesso sostenuto da finanziamenti statali a bassissimo costo;
3) la diffusione del mantra della "new economy", cioè l'illusione di
poter abbandonare i tradizionali parametri di valutazione delle quotazioni
borsistiche, in cambio della fede integralista nella capacità di
crescita esponenziale dei profitti, proiettati su periodi temporali
estremamente dilatati.
L'eccezionale tasso di crescita dell'economia Usa nel primo trimestre del 2000
(il 5,5%) ha fatto dimenticare alla maggior parte degli analisti che esistono
dei limiti realistici alla crescita del rapporto tra prezzi di borsa e utili
aziendali: il mitico price/earnings, il mattone su cui è costruita
l'analisi fondamentale. Ai primi di marzo 2000, quando il Nasdaq superò
i 5.000 punti, il p/e medio era arrivato a 400: una enormità, se
pensiamo che un'azienda dell'economia tradizionale, come Eni, ha un p/e sotto i
20, ed un'azienda del settore "innovativo", come Tim, ha un p/e sotto i 40. E'
evidente dunque che le quotazioni si erano staccate dalla realtà e
questo è particolarmente vero per quelle aziende che sono molto legate
alla diffusione di internet, il cui livello di profittabilità è
ancora tutto da dimostrare: un esempio per tutti può essere quello di
Amazon, la libreria virtuale più grande del mondo, che in 6/7 anni di
e-commerce non è ancora riuscita a chiudere un bilancio in pareggio.
L'euforia del Nasdaq si era però propagata a tutti i listini del mondo,
facendo crescere in particolar modo tutte quelle aree geografiche dove la
componente tecnologica quotata era più "pesante": il Giappone ad
esempio, ma anche l'area scandinava, il listino francese, e tutti i telefonici
del mondo, che sembravano in grado di poter sfruttare al meglio le immense
distese di internet.
La disillusione è partita dal centro dell'impero: il 3 aprile del 2000
Microsoft è stata messa in stato d'accusa dall'antitrust americano, per
pratiche monopolistiche e "predatorie" nei confronti della concorrenza. Il
Nasdaq rispondeva con un crollo del 13% in un solo giorno. Era l'inizio della
fine, ma quasi tutti non vollero crederci. Come è tipico di ogni
stagione ad alta volatilità, cominciò in quel momento un
progressivo sgretolamento delle quotazioni, che ha portato (non senza crolli
successivi ed effimeri rialzi) il Nasdaq a quotare 1.890 punti, con una perdita
di oltre il 60% del proprio valore. E alcuni sostengono che non è finita
qui.
Il crollo al rallentatore dei tecnologici è in qualche modo paragonabile
al crollo del Nikkei giapponese dei primi anni '90. Quelle quotazioni non sono
più state toccate ed ancora oggi, ad oltre 10 anni di distanza, il
listino giapponese arriva a mala pena a prezzare la terza parte di quel picco.
Il dato grave di questa congiuntura è che anche i settori tradizionali
del listino, i titoli più difensivi, hanno cominciato nell'ultima fase
ad entrare in debito d'ossigeno. Dopo i tecnologici sono crollati telefonici e
media, ma si erano difesi i farmaceutici, i bancari, gli assicurativi, i titoli
dell'energia. Adesso anche questi settori, per ragioni diverse, hanno ceduto.
Siamo ad una crisi strutturale del sistema finanziario? Siamo alla fine del
ciclo di borsa degli anni '90? Siamo in presenza di una svolta economica dopo
la lunga sbornia clintoniana? È difficile e sicuramente prematuro
rispondere con sicurezza a queste domande. Personalmente mi accontenterei di
avanzare alcune ipotesi.
1) È presto per dire se le borse sono in una crisi duratura. Correzioni
violente del 30 - 40% si sono avute anche nel 1997 e nel 1998, in connessione
con le crisi del Sud-est asiatico, della Russia, del Brasile, ecc., ma la
ripresa ha fatto recuperare con gli interessi quelle cadute, con rialzi del 50%
nello spazio di pochi mesi. Lo spettro della recessione mondiale, che ogni
volta è stato agitato, non ha mai attecchito. Non si vede perché
questa volta dovrebbe essere diverso.
2) Gli Usa, la prima economia mondiale, sono precipitati in un anno dal 5% alla
crescita zero, ma è evidente che un ciclo di 8 anni prima o poi deve
conoscere qualche pausa. L'amministrazione ha molte frecce nel suo arco:
può ridurre i tassi anche di 2 o 3 punti, perché la
flessibilità americana sul fronte dei prezzi e dei licenziamenti
è senza limiti (cosa che non si può dire per Europa e Giappone),
e può ridurre le tasse in modo anche drastico, visto che ha il bilancio
statale con una avanzo corrente. Può usare dunque a piacimento la leva
monetaria e la leva fiscale, mentre le aziende si ristrutturano ad una
velocità impressionante: centinaia di migliaia di licenziamenti sono
stati già messi in cantiere, per adeguare il livello degli organici al
livello delle scorte che crescono in magazzino. L'aggiustamento keynesiano
lavora nel tempo, ma il "restlyling" sulla forza lavoro funziona in tempo
reale, quasi come il magazzino "just in time".
Per Europa e Giappone è sicuramente diverso: in Europa langue il ciclo
degli investimenti pubblici, sacrificati per anni sull'altare di Maastricht; in
Giappone langue il livello dei consumi privati, sacrificati al modello dello
sviluppo export-oriented. Inoltre il "riaggiustamento" dell'economia reale
(licenziamenti e flessibilità salariale) è storicamente
più vischioso.
3) La disaffezione congiunturale per gli investimenti di borsa non credo
durerà. Demografia e previdenza privata spingono per un investimento
massiccio e strutturale, prolungato e dosato nel tempo. La ricchezza prodotta
dalla speculazione finanziaria è ormai una componente importante della
domanda aggregata e nessuna autorità monetaria lo può ignorare.
Se si vuole spingere l'economia, bisogna far ripartire i consumi: dunque
bisogna che gli americani tornino a spendere più di quanto guadagnano,
convinti che in futuro la borsa li aiuterà a pagare i debiti. Un
sostegno diretto delle quotazioni da parte di chi ha in mano le leve economiche
non può tardare. Del resto alternative non esistono. I tassi sulle
obbligazioni restano più bassi della media storica, per raggiungere
rendimenti interessanti occorre andare sulle emissioni dei paesi emergenti, e
alla fine il premio richiesto per il rischio può far esplodere intere
economie. Alla fine investire a questi prezzi sulle borse dei paesi "centrali"
ad alta qualità non fa più così paura. Dopo il panico,
subentra la ragionevolezza. E i prezzi ritornano a salire.
È il capitalismo, baby...
Renato Strumia
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