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Da "Umanità Nova" n.12 del 1 aprile 2001
Domande sullo zapatismo
Diritto di critica
C'è qualcosa che non mi torna: quante bandiere,
quanta unanimità, quanti auto-riconoscimenti verso il movimento
zapatista. Tutti, a sinistra, e qualcuno pure a destra che lo sentono proprio:
dagli anarchici federati e non per passare dai centri sociali sia di fede
tutabianchista che autonoma, dai partiti rifondati, verdi, comunisti italiani,
socialisti e socialdemocratici francesi, italiani, tedeschi, dal sindacalismo
di base a quello di stato fino all'arcipelago associazionistico cattolico e
laico (l'ARCI si pubblicizzava a fianco del comandante Marcos nella lunga
marcia verso Città del Messico), tutti sono (siamo) zapatisti.
C'è qualcosa che continua a non tornarmi. Se infatti ci riconosciamo
tutti nel progetto/i del movimento zapatista che senso avrebbe dividersi qui da
noi? O forse perché sia gli uni che gli altri omettiamo, come si fece in
passato per altri movimenti (ANC, Sandinisti...), ciò che non ci garba,
in attesa di dividerci ancora una volta, poi, quando magari il FZLN (Fronte
Zapatista di Liberazione Nazionale) diventerà un partito dell'arco
costituzionale? Oppure già da ora possiamo avere il coraggio di tirare
fuori qualche (o molti) dubbio, qualche critica, qualche accorgimento? Questo
non per sminuire ciò che di buono o di ottimo c'è nel movimento
zapatista, ma per ribadire senza infingimenti che ciò che ci divide da
prassi e teorie neoriformiste qua vale anche per là e viceversa. Credo,
infatti, che il Fronte e l'Esercito Zapatista siano giunti ad un bivio, o
meglio al dunque. Dopo la lunga marcia le ipotesi che si affacciano sono almeno
tre:
Non si è concluso nulla e perciò gli zapatisti tornano in Chiapas
decisamente più arrabbiati di prima e pertanto si pongono le basi per
una ripresa della lotta armata. Un fallimento del dialogo potrebbe essere
lacerante sia sul piano nazionale che interno al movimento: tradotto ciò
significa che se il dialogo non porta da nessuna parte (il movimento zapatista
ha costruito la sua forza sulla "parola"), il fallimento sarebbe di tipo
strutturale e non puramente formale.
Si è concluso poco e pertanto gli zapatisti tornano ad aspettare in
maniera estenuante altre opportunità di dialogo. Questa situazione
sarebbe molto vicina alla prima e potrebbe produrre delle lacerazioni interne:
potrebbero affacciarsi contemporaneamente posizioni di ritorno alla guerriglia
su basi tradizionali (ci sono svariati gruppi in Messico che la praticano) e
posizioni "integrazioniste" o legalitarie.
Si ritiene che il dialogo abbia portato buoni frutti e che pertanto sia
opportuno trasformare l'EZLN e FZLN in un partito o movimento politico legale
in grado di recuperare i consensi che a sinistra si sono persi con il PRD.
Da quanto ho appreso su "Le Monde Diplomatique" di marzo, Marcos ha dichiarato
"quel che è certo è che vogliamo sbarazzarci al più presto
del passamontagna e delle armi. Perché vogliamo fare politica a volto
scoperto."
Mi sono chiesto da sempre che cosa volesse dire per gli zapatisti il fare
politica a volto scoperto ed allora mi sono ripreso il loro programma politico
di base, con la premessa necessaria che per loro la costruzione di un
"programma" non è un dato definitivo, ma un percorso in itinere. I punti
programmatici di base sono sei, ovvero la democrazia, la giustizia, la
libertà, l'indipendenza, la nuova costituzione e la costruzione di una
forza politica di tipo nuovo. Debbo dire che la lettura dei punti sommata alle
dichiarazioni ed agli scritti di Marcos mette in luce delle pregevoli e meno
pregevoli richieste di tipo neosocialdemocratico: federalismo all'interno dello
stato, uno stato di diritto, richiesta di referendum, smilitarizzazione,
democratizzazione dei mass media (DEMOCRAZIA); lavoro, terra, tetto,
alimentazione, salute, educazione, giustizia, cultura, sicurezza...
(GIUSTIZIA); libera affiliazione sindacale, difesa dei diritti umani,
libertà di espressione e manifestazione, libertà per i detenuti
politici (LIBERTÀ); lotta per la difesa della Sovranità Nazionale
(sic!), per l'autosufficienza alimentare, per l'autodeterminazione dei popoli
(termine pericolosissimo, a mio avviso), per lo sviluppo di una tecnologia
propria, per la solidarietà con i popoli che lottano per la liberazione
nazionale... (INDIPENDENZA); costituzione di un Nuovo Congresso Costituente per
la realizzazione di una nuova Costituzione politica nazionale (NUOVA
COSTITUZIONE); costruzione, giorno per giorno, di un nuovo soggetto politico
nazionale (COSTRUZIONE DI UNA FORZA POLITICA DI TIPO NUOVO).
Non voglio mettermi qui a raccontare ciò che non mi piace, credo che si
possa desumere facilmente (il punto sull'indipendenza lo trovo oltre che
ambiguo anche figlio di un nazionalismo che personalmente mi repelle), ma
vorrei soffermarmi solo su un dato: se è vero che il movimento zapatista
non è nato per conquistare il potere, dovrebbe almeno esserlo stato per
abbatterlo, altrimenti qualche dubbio di rilievo si pone: sarebbe a dire che ci
si rende compatibili all'interno del sistema del capitalistico e che tale
modello non solo non sia abbattibile (che potrebbe anche essere), ma che non
sia nemmeno auspicabile proporlo. Non è un caso che nel programma non si
faccia alcun riferimento a possibili altri modelli societari non di mercato, ma
che si parli genericamente di giustizia, di libertà e di democrazia.
Capisco anche che i modelli novecenteschi abbiano miseramente fallito, ma
ciò non toglie che se si ha delle difficoltà a dirsi e proporsi
alternativi al modello di produzione capitalistico (anarchici e comunisti per
quanto mi riguarda) si entra per forza in un ruolo adattabile al sistema
(seppur molto critico). E questo sistema risolve le proprie contraddizioni solo
all'interno delle proprie compatibilità di mercato. D'altronde la storia
degli ultimi decenni ci ha mostrato ampiamente cosa ha portato
l'istituzionalizzazione di movimenti guerriglieri (ANC, ANP, guerriglia
salvadoregna, sandinisti....), attualmente facenti parte dell'Internazionale
socialista. Un altro aspetto disorientante è il montante culto della
personalità che si sta creando intorno al comandante Marcos (scusatemi,
ma al sub- ci credo poco). Ogni movimento di rilievo della storia ha avuto
personalità carismatiche, con ruoli altrettanto importanti (non addebito
le colpe sempre agli altri e pertanto citerò solo Durruti), ma
ciò non toglie che quando ciò si verifica mi sento sempre a
disagio, profondamente a disagio.
Come sempre, poi, da buoni rivoluzionari occidentali abbiamo un recondito
bisogno di trovare appigli terzomondisti che gratifichino e giustifichino le
nostre esistenze e che diano un senso internazionale al nostro fare politica.
C'è una sorta di effetto specchio, una ricerca insostenibile di nuovi
prototipi rivoluzionari adattabili a qualsiasi ambiente ed occasione: la
ricerca perenne del soggetto rivoluzionario, dopo l'immancabile ed inevitabile
scomparsa (ideologica anch'essa) della classe operaia come soggetto della
trasformazione. Poi, nel nostro mondo, questo ha voluto dire la costruzione di
categorie fantasmagoriche come l'operaio sociale, la microimprenditoria
rivoluzionaria, il terzo settore e da ultimo il Volontario (Revelli). Mi
ricordo, infine, come molti movimenti guerriglieri di tipo nuovo degli anni
ottanta (in testa i sandinisti), presentati all'opinione pubblica come nuovi
modelli di socialismo realizzabile si siano sciolti come neve al sole e non
solo a causa di forze nemiche esterne, anche se rilevanti. Ciò non ci
impedì e non ci impedisce di sostenere chiunque tenti di sollevarsi
dalla propria condizione di sfruttamento e pertanto siano benvenuti gli
zapatisti e tutti coloro che si battono per campare in condizioni dignitose, ma
ad una cosa non dobbiamo rinunciare: al diritto di critica, qua come
laggiù, ovviamente.
Pietro Stara
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