Da "Umanità Nova" n.13 dell'8 aprile 2001
Israele/Palestina
Il seme dell'odio
C'è qualcuno che ne trarrà vantaggio? A una soltanto delle
infinite vittime di questa guerra senza senso le nuove morti che continuano ad
aggiungersi potranno mai ridare un soffio di vita? Quale futuro assetto dei
territori di Israele e Palestina riuscirà a riportare su quelle terre
uno soltanto degli uccisi in loro nome?
Ancora una volta, con la stessa crudeltà che ne segna malignamente
l'espressione, gli strateghi che guidano le mosse dei governi israeliano e
palestinese stanno ridisegnando equilibri e strategie sulla pelle dei loro
popoli. Sulla pelle di povere creature alle quali il destino, dopo una vita di
angosce e paure, non riesce a offrire altro che una morte senza
perché.
Ancora una volta gli eterni nemici rinnovano la consueta e feroce consonanza
d'intenti affrontandosi con la determinazione dell'odio e del disprezzo. Ancora
una volta atti di viltà pensati per imprimere lutto e dolore, invece di
incontrare la necessaria esecrazione, producono solo un ripugnante senso di
emulazione che, nella esaltazione della vendetta, rende specularmente identici
i soggetti dell'odio. Quando mai questa gente imparerà a odiare la
propria follia invece che l'esistenza dell'altro, ossia del popolo nato dagli
stessi lombi?
In una terra senza pace, in una situazione di terrore che nasce dalla
dissennatezza e che alla dissennatezza conduce, i cosiddetti uomini di governo,
"responsabili" del benessere dei loro popoli, si danno nascostamente la mano
per mantenere e alimentare un clima di criminale contrapposizione, dal quale
trarre nuova linfa di sopravvivenza e legittimità.
Con quale coraggio si possono convincere dei giovani a programmare la propria
morte per farla coincidere con quella dell'odiato nemico? Con quale coraggio un
governo che ama ritenersi "democratico e occidentale" può spedire i
propri soldati a isolare col filo spinato e con l'uso dei carri armati interi
territori, destinandoli così alla fame e alla sete? Come può un
popolo che ha subito l'orrore dei campi nazisti, pensare che il proprio futuro
possa essere garantito da altri recinti, da altri campi e da altri steccati?
Come può un cecchino inquadrare nel proprio mirino un bimbo di pochi
mesi e, dopo averlo ucciso, non appendersi una pietra al collo per affogare
nell'acqua il proprio orrore?
Come si può, davanti a questa miseria morale, pensare ancora che
esistano un torto e una ragione, pensare che qualcuno sia nel giusto? Ma cosa
vuol dire, in quella terra lacerata, essere nel giusto?
Come si può pensare, da parte nostra, di essere a fianco dell'uno o
dell'altro, quando l'unica logica che sembra imporsi definitivamente è
quella di una guerra senza quartiere e senza prigionieri? Quando l'esaltazione
omicida arriva a contemplare come offerta al proprio maledetto dio vite appena
sbocciate? Quando una nuova strage degli innocenti appare essere l'unica
risposta al bisogno di riversare nell'ebreo o nel palestinese le drammatiche
frustrazioni del palestinese e dell'ebreo?
Invece di cominciare seriamente a cercare una soluzione che faccia finire, una
volta per tutte, la follia omicida di due popoli allo sbando, i maledetti
apprendisti stregoni, che ne governano le istituzioni e le aspirazioni,
continuano a giocare una guerra che non potrà mai avere popoli vinti
né popoli vincitori.
Il potere di Sharon è il potere di Arafat, il potere di Arafat è
il potere di Sharon. Entrambi fondati su un senso di rivalsa e di vendetta,
entrambi consolidatisi nella quotidiana pratica di asservimento ideologico e
morale dei loro sostenitori, entrambi mantenuti in vita dalla paura che
attanaglia allo stesso modo arabi ed ebrei .
Il fondamentalismo della sinagoga si riflette in quello della moschea, e da
entrambi questi edifici, che dovrebbero essere di pace e di raccoglimento
spirituale, partono gli incitamenti per nuove e sempre più efferate
stragi di creature inermi.
Questa miscela sempre più pericolosa, che sta ormai per raggiungere il
punto finale di ebollizione, può e deve essere disinnescata al
più presto. Con il contributo di quanti ancora ritengono che la vera
soluzione finale della questione ebraico-palestinese risieda solamente in
un'unica volontà di pacifica convivenza.
Altrimenti dovremo rassegnarci a vedere i drammi di oggi diventare l'idilliaco
passato di un ben più orrendo futuro.
Massimo Ortalli
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