unlogopiccolo

Da "Umanità Nova" n.13 dell'8 aprile 2001

Gli accordi vengono presi per essere violati
Piazze d'Italia

Il fatto più importante è che ogni poliziotto
sa che, sei governi cambiano, la polizia resta
L. Trotskij

Sino a qualche tempo fa chi intendeva organizzare una manifestazione si recava in questura soltanto per comunicare nome del responsabile, modalità e percorso del corteo, quindi una volta in piazza erano la volontà politica collettiva e i fatidici "rapporti di forza" a determinare l'effettivo svolgimento della manifestazione che poteva scegliere di andare anche oltre la cosiddetta legalità, facendo ovviamente i conti con i tutori dell'ordine pubblico che, nel caso, potevano decidere di non intervenire per non rendersi ancor più problematico il lavoro.

Le possibili varianti di questo copione non erano molte, tra queste la grande forza messa in campo dai movimenti d'opposizione tale da attuare manifestazioni "non autorizzate" oppure qualche imprevista provocazione esterna o interna al corteo che poteva far precipitare la situazione, indipendentemente dalla volontà degli organizzatori.

Negli ultimi anni invece qualcosa si è andato modificando nella strategia repressiva e nel controllo sociale tanto che gli organi di polizia risultano disponibili non solo ad autorizzare un corteo ma anche a concordare con gli organizzatori o i loro rappresentanti possibili "forzature" spettacolari, stabilendo in anticipo rispettivi comportamenti, livelli di contrapposizione violenta e servizi d'ordine interni alle manifestazioni.

Tale nuovo modo d'agire sembra conciliare diversi interessi: per gli organizzatori delle manifestazioni significa rendersi "visibili" ai mass media attraverso scontri più o meno simulati o veritieri, per i funzionari di polizia vuol dire sapere in anticipo le mosse le intenzioni dei dimostranti, per i manifestanti e gli agenti si abbassa il livello di rischio per la loro incolumità, per i giornalisti sono assicurati gli "annunciati" incidenti; senza parlare delle conseguenze per quanti non accettano le regole del gioco destinati in partenza ad essere criminalizzati come i "cattivi" del momento.

Talvolta le trattative e le linee concordate tra le parti in causa sono palesi e conosciute da chi partecipa alle manifestazioni, altre volte sono invece gestite in modo riservato tra dirigenti politici e i responsabili dell'ordine pubblico e vedono i manifestanti all'oscuro delle reali intenzioni dell'iniziativa di piazza tanto che possono, in buona fede, ritenere e vivere come un imprevisto quello che in realtà è stato pianificato in precedenza, così come a suo tempo venne denunciato da un giornalista de "Il Manifesto".

Su questi metodi ovviamente molto ci sarebbe da discutere e riflettere, sia sul piano politico che etico, dato che ancora una volta viene disinvoltamente messa in discussione quella coerenza tra mezzi e fini che dovrebbe contraddistinguere ogni percorso di liberazione e autorganizzazione sociale, ma lasciando ad altri tale discussione e non volendo affermare astratte intransigenze rivoluzionarie, ci sembra necessario - anche alla luce delle inusitate violenze esercitate dalle forze di polizia a Brescia e a Napoli - considerare la pericolosità insita in questa contagiosa metodologia che in realtà finisce per disarmare ed esporre maggiormente agli attacchi polizieschi chi manifesta.

Appare infatti sconcertante che settori del movimento antagonista accusino la polizia di non "aver rispettato gli accordi presi" ma forse lo è ancor di più il ritenere credibili ed affidabili i vertici delle forze dell'ordine il cui mestiere, fino a prova contraria, è comunque la repressione e il cui operato avviene sempre su mandato governativo e non è certo vincolato da parole date od intese verbali con i "diplomatici" di turno; le stesse autorità di polizia possono infatti decidere di sfruttare il palcoscenico offerto da certe scadenze per imporre il loro "spettacolo" e recitare il ruolo di primi attori sulle scene sociali.

Infine non bisognerebbe sottovalutare il fatto che, aldilà delle direttive governative, all'interno delle forze dell'ordine si sta da tempo assistendo ad una sempre più evidente fascistizzazione dei reparti impiegati in funzione antisommossa; l'episodio denunciato da un manifestante fermato a Napoli e costretto con la violenza da alcuni agenti a baciare una fotografia di Mussolini ha infatti innumerevoli precedenti, si ricordino le svastiche e le scritte inneggianti al duce tracciate dai celerini all'interno delle case occupate o dei centri sociali sgomberati, i saluti romani provocatoriamente esibiti da poliziotti in uniforme o le prese di posizione apertamente razziste dei "sindacalisti" del SAP, veri ultrà dello stato di polizia.

Alcuni compagni



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