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Da "Umanità Nova" n.14 del 15 aprile 2001
Lotte all'università
Primavera romana
La riforma dell'università, centrata sull'autonomia dei singoli atenei e
sulla radicale trasformazione del paradigma culturale su cui
l'università si fondava (nel bene e nel male), consente ai rettori di
organizzare arbitrariamente e localmente l'impianto didattico, amministrativo
ed economico del proprio ateneo. A Roma il risultato di queste concessioni al
potere locale ha consentito al "magnifico rettore" D'Ascenzo di intervenire con
grossolana imperizia sul riordino delle fasce di reddito e, se possibile, con
ancora maggiore improntitudine per quel che riguarda la riorganizzazione dei
corsi di laurea. Questo è possibile alla luce (molto fioca) della
riforma Zecchino, che, com'è noto, prevede uno sdoppiamento con la
creazione di un corso di "base" e i successivi corsi di "approfondimento" e
"specializzazione" (ossia 3+2, in offerta speciale...).
Il D'Ascenzo, docente di "esercitazioni di analisi di chimica applicata" (sic!)
presso la facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali, è il
risultato elettorale di accordi che hanno fatto confluire i voti degli sponsor
di Orlandi (ingegneria) contro il potentissimo Luigi Frati, il preside
"piovrato" di medicina.
Lo studente si è visto così, da un lato aumentare le tasse del
69% (nelle fasce di reddito più basse), dall'altro smembrare le
facoltà in funzione di un non meglio definito "decongestionamento".
Le fasce di reddito, da 0 a 33ml e da 34 a 66, sono state accorpate (ma anche
"accoppate") con la seguente motivazione: "non è possibile che chi ha un
reddito sotto i 30 ml mandi un figlio all'università... è
illogico" (D'Ascenzo). Attendiamo ulteriori chiarimenti.
Il fermento del dissenso studentesco, inizialmente concentrato presso le case
dello studente (dove risiedono i "fuorisede", i primi a subire i guasti di ogni
"riforma" dal 1969 a oggi), si estende il 14 marzo alle facoltà di
Psicologia e Lettere, cui si aggiungeranno Sociologia e Ingegneria. Nel volgere
di 48 ore interverranno le forze dell'ordine (PS e CC, stranamente
coordinati...) per "invitare" gli occupanti delle rispettive presidenze a
togliere il disturbo, non senza la consueta "identificazione" in ossequio alle
leggi speciali, che in Italia sono notoriamente la norma, da 25 anni. Sebbene
il numero degli occupanti fosse, onestamente, esiguo, questa astuta mossa del
"magnifico" (sta infatti a lui decidere se gli apparati repressivi possono
intervenire o meno), ha scatenato le ire di molti studenti intorpiditi dal
sopraggiungere della primavera e con insolita tempestività (dopo un
"silenzio degli innocenti" durato 10 anni), per replicare agli sgomberi e
ribadire il NO agli aumenti e alla riforma, la mattina del 21 marzo un
dignitoso corteo di alcune migliaia di "futuri disoccupati intellettuali"
sfilava per le vie che circondano la città universitaria.
Da questo momento in poi si è iniziato a parlare di mobilitazione di
massa, di "lotta di classe", di Movimento.
A questo punto, convinti di poter contare sulla presenza costante degli
"ottomila" scesi in piazza il 21 marzo, gli ex occupanti hanno indetto
assemblee nelle rispettive facoltà allo scopo di decidere se rioccupare
o meno. La partecipazione è stata molto al di sotto delle aspettative,
anche se questo non ha fatto ricredere sulle potenzialità del
"movimento", tanto che al termine di una lunga ed estenuante assemblea si
è deciso di occupare nuovamente le presidenze e qualche aula, quando nel
pomeriggio del 21 marzo si sarebbe dovuto tenere un sit-in di fronte a Palazzo
Chigi, dove era in coso una conferenza stato-regioni. Una decisione quantomeno
avventata se si considerano gli esigui numeri dei partecipanti alle rispettive
iniziative. L'affluenza, sorprendentemente consistente rispetto alle
aspettative (si dovevano comunque "tenere le posizioni" nelle occupazioni), non
ha ottenuto risultati significativi: una delegazione di studenti inizialmente
accolta è stata mandata via dopo pochi minuti. La sera stessa accade un
episodio significativo: un gruppo di laureandi della facoltà di lettere,
che non aveva trovato affissi i calendari con le date delle discussioni delle
tesi, si era diretto verso il rettorato, insieme ad un manipolo di occupanti,
per ottenere un incontro con il rettore, allo scopo di avere informazioni circa
l'esito delle lauree imminenti. Il "magnifico" era atteso dal suo autista, il
quale, vistosi accerchiato dagli studenti, preso dal panico è partito
"investendone" uno. In seguito alle proteste degli studenti il rettore decide
di intervenire per rispondere alle richieste dei laureandi. L'incontro avviene
prima nel rettorato, poi si sposta nella facoltà di lettere. Qui, invece
di sfruttare la presenza del rettore (peraltro visibilmente turbato per via
dell'"incidente") per obbligarlo a fissare una data per un incontro con gli
studenti sul tema della riforma, si preferisce attaccare frontalmente D'Ascenzo
(per non meglio chiariti motivi, legati probabilmente all'imminenza delle
elezioni universitarie) e cacciarlo via.
Emerge a questo punto l'evidente difficoltà del "movimento", incapace ad
identificare un referente a cui rivolgere le proprie richieste. Sia
perché le stesse richieste non sono del tutto chiare (si passa da
rivendicazioni materiali a questioni di principio venate di puro
velleitarismo), sia perché il "potere" dal quale si vorrebbe ottenere
soddisfazione esprime la sua sovranità con la frammentazione
dell'amministrazione burocratizzata, da cui consegue l'inevitabile
polverizzazione delle responsabilità. In questa logica va inscritta la
riforma stessa: puntando sulla proliferazione di micropoteri sempre più
autonomi, si attua il relativo processo di deresponsabilizzazione proprio dello
stato postfordista e dei suoi apparati. Il "movimento" è così
soggetto ad uno "sballottamento" destabilizzante del tutto simile a quello di
una pallina in un flipper.
Dopo il nulla di fatto nell'incontro "fortuito" con D'Ascenzo, il successivo
obiettivo della protesta diviene il CDA in programma per il 27 marzo nell'aula
magna del rettorato.
Nonostante una tesissima assemblea interfacoltà (a Lettere) svoltasi il
26 e protrattasi fino a notte fonda, non si perviene ad una strategia unitaria
da seguire durante lo svolgimento del nuovo sit-in contro il CDA. La mattina si
improvvisa così un corteo, inizialmente nutrito da poche decine di
persone, si ingrosserà durante il percorso fino a raggiungere il
migliaio di studenti.
All'interno dell'università c'è anche uno sparuto gruppetto di
giovani neofascisti (AN e FI), protetti da alcuni agenti e prontamente tratti
in salvo nel rettorato al giungere del corteo; con un blitz i manifestanti
riescono a conquistare l'aula magna, occupandola. Il rettore giungerà ma
anche in questo caso non si possono segnalare sostanziali passi avanti, salvo
un fumoso impegno futuro a rivedere il provvedimento contestato. Dirà:
"farò presente al Governo che così la Sapienza è in una
situazione di difficoltà economica", scaricando, ovviamente, le proprie
responsabilità.
Dopo questi sviluppi, in un'assemblea caotica ed estenuante, si palesa la
difficoltà e per certi versi la volontà di non organizzare,
almeno pragmaticamente, il "movimento". Tornato così allo stato larvale
il fronte di lotta ripiega su se stesso: ognuno occupa le aule presso le
rispettive facoltà. Qualcuno resiste nell'occupazione dell'aula magna;
il 2 aprile questi ultimi si "autosgombereranno".
Allo stato attuale, dopo estenuanti assemblee in cui si discute di tutto e del
contrario di tutto, in cui si manifestano gli schieramenti politici più
diversi e frammentati, impegnati come sempre a cercare più o meno
esplicitamente di "cavalcare la tigre" (ma forse si tratta di un gattino), la
situazione è quella di uno stallo.
L'orizzonte della protesta è, probabilmente, quello della vacanze
pasquali. Speriamo bene...
Alessandro e Valerio di Filosofia di Roma
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