Da "Umanità Nova" n.16 del 6 maggio 2001
Quindici anni dopo l'esplosione del reattore n. 4
Chernobyl: la lobby nucleare ha vinto
Il reattore n. 4 della centrale nucleare di Chernobyl
è esploso il 26 aprile 1986. Bastarono poche ore di incendio per rendere
inabitabile per decenni un'area di circa 40mila km2, per contaminare gravemente
decine di milioni di persone, per spargere in tutta l'Europa occidentale
materiale radioattivo che ancora oggi provoca problemi. Nei primi giorni la
nube radioattiva fu spinta dai venti verso la Russia e la Scandinavia
(Finlandia, Norvegia e Svezia) spostandosi qualche giorno più tardi
verso il centro Europa (Cecoslovacchia, Austria, Svizzera, Italia e Grecia) ma
raggiungendo anche alcune regioni della Gran Bretagna. L'esplosione di
Chernobyl - senza alcun dubbio il più grande disastro provocato
dall'uomo, superiore anche al micidiale incendio di Bhopal - ha mostrato il
carattere globale dell'inquinamento provocato dagli incidenti nucleari tanto
che a 15 anni di distanza alcuni prodotti alimentari sono ancora a rischio: i
funghi (nel 1998 funghi radioattivi furono ritrovati anche in Friuli), la carne
di renna finlandese, la carne di montone inglese, i pesci provenienti da alcuni
laghi svedesi e norvegesi [1]. A rischio rimangono anche grandi quantitativi di
materiali ferrosi altamente radioattivi che esportatori (e importatori) senza
scrupoli cercano da anni di far arrivare alle fabbriche dell'Europa
occidentale.
Le autorità ucraine forniscono una stima delle vittime (dai 15 ai 30mila
morti provocati dalla nube) e delle persone colpite dalle radiazioni (circa 3,5
milioni) [2]. Ma il disastro ha provocato danni ancora superiori. Il costo
sopportato fra il 1986 e il 1999 dai tre maggiori Stati colpiti (Russia,
Bielorussia e Ucraina) viene valutato in circa 26 miliardi di dollari. Le
conseguenze del disastro assorbono circa il 20% del bilancio bielorusso e fino
al 10% di quello ucraino. Circa 9 milioni sono le persone che abitano il
territorio riconosciuto come contagiato dai tre stati (almeno 155mila km2). La
Bielorussia ha subito circa il 70% delle ricadute radioattive, mentre in
Ucraina è stata dichiarata "zona interdetta", totalmente evacuata,
quella situata entro un raggio di 30 km dall'impianto di Chernobyl. Almeno
400mila persone sono state definitivamente trasferite. [3]
Un problema generalmente sconosciuto è quello di coloro che furono
incaricati di "liquidare" i danni all'impianto nucleare. Nei giorni e nei mesi
successivi al disastro circa 1 milione di "liquidatori" furono inviati a
Chernobyl; alcuni erano soldati, altri riservisti, altri furono semplicemente
prelevati da uffici e fabbriche ed inviati in treno sul luogo dell'incidente.
Si stima che 8-10mila di essi siano morti nella solo Ucraina. In Estonia si
calcola che almeno il 5% di questi giovani - di solito fra i 18 e i 30 anni -
siano ora morti. Poche di queste persone hanno capito che il compito
affidatogli dai criminali governanti sovietici (vi ricordate Gorbachov?) era
quello di riattivare i restanti tre reattori di Chernobyl. Oggi tutti i
"liquidatori" sono stati riconosciuti dai tre stati maggiormente colpiti come
persone danneggiate dalle esposizioni alle radiazioni. Ai sopravvissuti
è stato rilasciato un certificato che da loro il diritto ad un ricovero
in ospedale o in sanatorio di almeno 4-6 settimane ogni anno. [4]
L'Accademia Medica Militare Russa ritiene che le persone esposte siano state
almeno 15.6 milioni. In Ucraina il 90% dei bambini nati dopo il disastro
presenta grossi nodi linfatici. Sia in Bielorussia che in Ucraina è
stato registrato un abnorme aumento dei cancri alla tiroide soprattutto fra
bambini e adolescenti (circa 1800 casi sono stati imputati all'incidente) ma le
autorità sanitarie internazionali, l'OMS e il Comitato scientifico
dell'ONU, strettamente legati all'AIEA, l'Associazione Internazionale per
l'Energia Atomica (controllata dagli americani e tradizionalmente favorevole
allo sfruttamento dell'energia nucleare per fini civili), negano che questo
legame sia scientificamente dimostrato.[5] È noto che durante il meeting
organizzato dall'AIEA a Vienna nell'agosto 1986, gli esperti occidentali
riuscirono a convincere la delegazione russa a ridurre di 10 volte la
valutazione del rischio causato dall'incidente.
In effetti la lobby nucleare, che anche in Italia cerca di risollevare la testa
specie dopo la crisi petrolifera, si è impegnata al massimo per
minimizzare gli effetti del disastro nucleare. Uno dei suoi principali bersagli
è l'Ufficio di coordinamento per gli affari umanitari dell'ONU (OCHA)
che da tempo ha chiesto fondi per progetti di assistenza e di studio per le
popolazioni più duramente colpite. Si tratta di modernizzare l'ospedale
bielorusso di Gomel (una delle regioni più colpite dove, ad esempio, fra
il 1985 e il 1990 si è registrato un aumento di 5 volte nel numero di
tumori al cervello rispetto ai cinque anni precedenti), di seguire i
"liquidatori" ucraini, di diagnosticare la tiroide a 500mila bambini russi, di
studiare le malattie che hanno colpito i bambini delle persone esposte. Ma
queste richieste sono cadute nel vuoto perché l'ONU non riesce a
raccogliere i fondi necessari per questi progetti. La "comunità
internazionale" rimane sorda agli appelli dell'OCHA. La lobby nucleare ha
vinto.
Maurizio Zicanu
Note
[1] Si veda il dossier realizzato da Philippe Reakaewicz su "Le monde
diplomatique", luglio 2000. Per i funghi radioattivi si veda l'allarme
dell'oncologo Franco Nobile, apparso sulla stampa quotidiana il 9 gennaio
2001.
[2] "Il Sole-24 ore", 26 aprile 2000.
[3] Notizie tratte dall'articolo di Yves Marignac in "Le monde diplomatique"
citato.
[4] Testimonianza di Rosalie Bertell, Università degli Studi di Toronto,
in "Medicina democratica", n. 116/118, gennaio-giugno 1998.
[5] È questa la poco rassicurante conclusione della conferenza
organizzata da OMS e AIEA nell'aprile 1996 in occasione dei dieci anni
dall'incidente.
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