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Da "Umanità Nova" n.22 del 17 giugno 2001

Dittatura dei mercati?
Stato e mercato nell'era della globalizzazione

Un luogo comune si sta imponendo con facilità, forse troppa, nell'ambito delle riflessioni sui processi di globalizzazione: ormai sono i mercati a dettare il ritmo alla politica, soppiantando in blocco il potere statuale delle élite politiche da sempre aduse a identificarsi come il prisma di formazione e funzionamento di ogni società in quanto tale. Ciò avverrebbe gradualmente attraverso la progressiva dismissione del ruolo statale nella gestione e programmazione dell'attività economica e finanziaria (che alcuni studiosi fanno derivare dalla crisi fiscale legata alla trasformazione dei processi produttivi di ricchezza, appunto, statalmente tassabile) che avrebbe traslato i poteri di indirizzo della società alla élite economico-finanziaria, capace di acquistare in un sol colpo le prestazioni, sino ad oggi insostituite (ma insostituibili?), della sfera politica, riducendo ogni cosa a merce e quindi sottoponendola al trattamento di compravendita mediata non più dalla simbolica politica, ma dal potere di accesso del denaro. La liberalizzazione e le privatizzazioni che si stanno imponendo dappertutto nel mondo, sotto la pressione dei mega-processi di accentramento del capitale globale, sono il segno visibile della dittatura del mercato che pervasivamente riconduce alle proprie dinamiche, triturandole, tutto ciò che un tempo ne era esente poiché mediato da una logica politica rispondente a criteri di conduzione diversi.

La fenomenologia di tale fase storica è indubbiamente reale, come è dimostrabile dalla surroga di codici economici (econometrici addirittura) nei riguardi di valori di solidarietà scelti come opzione politica, e non come mera risultante del calcolo dei profitti e delle perdite. Sanità, pensioni, acqua, istruzione, per fare alcuni esempi, sono rese cogentemente merci sotto il segno della rarità forzata del mercato globale che condiziona l'accesso non più a diritti politicamente riconosciuti, e quindi socialmente diffusi in maniera anche fittiziamente egualitaria - giacché le storture delle iniquità dei diritti di cittadinanza pre-esistevano ben prima dell'emergere della dittatura del mercato - bensì a capacità economiche di acquisto legate alla condizione di ciascuno e di gruppi all'interno dello scacchiere della posizione economica.

Se tale lettura si concentrasse sul sempre intricato rapporto tra sfera economica e sfera politica, rilevando che l'esautoramento dell'apparato statale dal mondo delle cose economiche e finanziarie indebolisce la capacità di conduzione dello stato nazionale modificando certamente i confini e trasformando la vocazione di weberiana memoria dell'élite politica a qualcosa come un ceto parassitario le cui funzioni sembrano eterodirette, la questione dell'autonomia del politico si rovescerebbe simmetricamente in quella dell'autonomia dell'economia (finanziarizzata ma non solo). Tuttavia da qui a evocare la dissoluzione della formazione statuale, da rivendicare come specie in via di estinzione e quindi da tutelare e recuperare alla forza contro la volontà di potenza del mercato, credo che il passo sarebbe non solo lungo, intempestivo e fuori luogo - se il luogo non è solo il nord del pianeta ma l'intero globo geopolitico terrestre - ma soprattutto a mio avviso analiticamente scorretto.

Non è peraltro possibile ridurre la statualità solo a quel segmento particolare dell'apparato regolatore dei flussi economici produttivi di ricchezza redistribuibile secondo una logica, politicamente costruita nel corso del conflitto sociale, di bene collettivo differenziata da quella tipica dei sistemi allocativi di mercato; infatti la condizione prioritaria dell'affermazione del mercato, anche nei suoi aspetti dittatoriali sur place, per così dire, è legata in maniera irriducibile alla potenza simbolica della forma-stato che invera un principio di ordine pubblico attraverso una macchina assiomatizzante capace di assicurare norme, certezze simboliche, tutela pubblica, riconoscimento e rispetto in sede giudiziaria, disciplina e normazione sociale in senso lato.

Senza la forma-stato non è pensabile il mercato, poiché i suoi confini sono presidiati dalle forze della statualità, che intrattiene un rapporto con il mercato che non è solo di ingaggio (ossia chi mette i soldi) ma anche di duplice prelievo: di prima istanza, come posizionamento geopolitico di una entità al cui interno solo condizioni di stabilità politica possono dar luogo all'emergere di mercati; di ultima istanza, come fornitore di garanzie finali riguardo al rispetto pubblico delle norme che il mercato è in grado di darsi solo in secondo grado, contrattandosele in un gioco perpetuo di ricatti talvolta simmetrici, talvolta asimmetrici, ma sempre reversibili. Del resto, anche nell'ondata attuale di processi di liberalizzazione e privatizzazioni crescenti, le modalità dell'accumulazione dei capitali di rischio, per fare un esempio banale, hanno spesso provenienza statale sotto forma di sovvenzioni, fiscalizzazioni, zone economiche speciali, regalie legalmente normate, o pubblica in senso lato - il sistema bancario che poggia la fiducia dei suoi clienti nelle garanzie legali dello stato che, in casi di fallimento, interviene come scelta politica a tutela del mercato dei capitali e dei risparmiatori, pubblicizzando in un certo senso la malagestione di mercato mentre consente tranquillamente la privatizzazione dei profitti.

Non è solo per caso, quindi, che all'emergere della dittatura dei mercati si leghi sempre più spesso un rafforzamento dello stato, dimagrito in alcune sue funzioni, in una dimensione autoritaria che concilia neoliberismo e esibizione di forza all'interno e all'esterno dei propri confini nazionali (in ragione ovviamente delle proprie capacità di sostenere geopoliticamente tale duplice strategia), anche per facilitare un recupero del terreno alla élite politica rispetto ai ricchi padroni delle transnational corporation del pianeta, i cui fatturati come è noto sono superiori alle ricchezze disponibili alla politica tramite la ricchezza prodotta e misurata nei pil con quel curioso modo di sommare a utile anche le dissipazioni queste si parassitarie e drammatiche delle devastazioni militari, delle spese cosiddette improduttive, dei disastri ecologici, delle morti bianche sul lavoro. Ma proprio su questi piani, la forma-stato diviene indispensabile per qualunque operazione il mercato voglia compiere e imporre come destino dei popoli.

Salvo Vaccaro



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