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Da "Umanità Nova" n.23 del 24 giugno 2001

Il "grande gioco"
Sullo scacchiere dei Balcani

Le più recenti notizie che ci arrivano dalla Macedonia confermano la lettura che ho riportato nel corso degli articoli pubblicati su UN: la guerriglia albanese è ormai solidamente impiantata alla periferia delle tre grandi città macedoni abitate da una popolazione in parte schipetara (Skopije la capitale, Tetovo, Kumanovo), e attende solo il via libera da parte delle cancellerie occidentali; queste ultime, da un lato assicurano la loro solidarietà alla Macedonia, dall'altro trattano sotto banco con il governo macedone e l'UCK, spingendo per un mutamento costituzionale della piccola repubblica balcanica nel senso di trasformarla in una confederazione di due stati, e puntano al dispiegamento di una forza "di pace" sul nuovo confine interno che si verrebbe a creare. L'esercito macedone, d'altro canto, ha dimostrato tutta la sua inconsistenza, facendosi ricacciare verso le città da una nuova offensiva UCK. Si confermano così i dubbi sulla facile riuscita della controffensiva macedone di inizio Maggio, probabilmente permessa da un UCK, spinto dalle cancellerie occidentali a ritirarsi per permettere al governo macedone di approntare i mutamenti costituzionali necessari, senza dare l'impressione di esservi stato costretto. La nuova offensiva albanese, è stata probabilmente motivata dalla volontà UCK di forzare i tempi, e dalla necessità di ottenere un fatto compiuto che legittimasse un intervento occidentale, mirante a dividere in due il paese.

Di un certo interesse, non solo per la Macedonia, ma per gli interi Balcani, è la notizia, pubblicata da Korrieri, settimanale albanese di politica internazionale, che riporta la riunione avvenuta il 28 marzo a Washington tra i responsabili della CIA, della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato americano, dell'ex negoziatore USA nell'area, David Owen, e di Henry Kissinger, tuttora eminenza grigia della politica internazionale USA. In questa riunione si sarebbe deciso il nuovo assetto delle frontiere balcaniche, pianificando la divisine del Kosovo tra l'are di Kososka Mitrocvica che ritornerebbe alla Serbia, e il resto che si riunificherebbe con l'Albania; una sorte simile toccherebbe alla Macedonia, tra una parte che rimarrebbe uno stato indipendente, e un altro che verrebbe unito all'Albania; una simile sorte toccherebbe alla Bosnia, suddivisa tra la Republika Srpska, alla quale verrebbe concessa l'unificazione con la Serbia, l'Erzegovina si unificherebbe con la Croazia, e l'area "musulmana" diverrebbe uno stato indipendente. Ulteriori correzioni sono previste ai danni della Bulgaria che dovrebbe cedere una parte del proprio territorio alla Turchia, e a quelli della Romania che verrebbe privata di parte della Transilvania a favore dell'Ungheria.

Come si vede il "grande gioco" dei Balcani è in pieno svolgimento. Le novità in Macedonia, e le notizie sulle future spartizioni ci consentono di comprendere appieno il modello di costituzione statale e di relazioni interstatali che gli attori occidentali, in primo luogo gli USA e il Regno Unito, hanno intenzione di imporre alla martoriata area balcanica.

Le autorità macedoni, nel loro operato, e soprattutto nei rapporti con ipartiti della comunità albanofona, hanno mostrato di muoversi nella cornice di uno stato unitario, a base macedone, ma aperto alle popolazioni di varia origine residenti sul suo territorio. La guerriglia albanese, invece, pensa alla Macedonia come a uno stato binazionale, unificato sulla base di un patto confederativo tra entità distinte, ognuna completamente sovrana nella propria area. Un contenitore, quindi, di due stati etnicamente definiti, ognuno dei quali unificato dall'origine etnica e dalla lingua comune dei suoi cittadini.

Come si può capire, questo obiettivo altro non è che lo strumento per ottenere la futura separazione della Macedonia albanofona dallo stato balcanico, e la conseguente unificazione con il "paese delle Aquile". In questo senso, depongono anche le parole del portavoce dell'UCK Sadri Ahmeti, il quale richiede, oltre alla trasformazione della Macedonia in stato confederale, il ritiro delle truppe macedoni daal'area albanofona del paese.

L'atteggiamento delle cancellerie occidentali nel corso della crisi, risente della sostanziale adesione a questa visione delle cose, e, più in generale, di un modello di stabilità basto sull'etnicizzazione degli stati balcanici. La Macedonia, oggi, ha un'importanza minore per l'Occidente, dopo la caduta del "grande Satana" di Belgrado. Non è più necessario, infatti, per le potenze occidentali garantire l'integrità della Macedonia; piuttosto, diventa preferibile la formazione di una pluralità di piccoli stati clienti, unificati su base etnica, e fondamentalmente dipendenti dall'esterno per la propria esistenza.

I calcoli occidentali in questi dieci anni, si sono fatti più sottili; la caduta di Milosevic, se da un lato ha tolto all'UCK la veste di esercito di salvezza regionale, dall'altro ha limitato di molto l'importanza di stati come la Macedonia o la Bosnia, multietnici, ma tenuti in piedi dal sostegno occidentale. Meglio, molto meglio per l'Occidente permettere la formazione di stati monoetnici, piccoli e controllabili, nonché stabili al proprio interno. Se, poi, questa stabilità viene garantita dal terrore che gli ex "eserciti di liberazione" (a base per metà nazionalista e per metà mafiosa), il dato non sembra preoccupare troppo gli stomaci a prova di ulcera delle cancellerie euro-americane.

Naturalmente, alla lettura dei fatti legata agli interessi occidentali, si deve aggiungerne un'altra legata alla necessità per i radicali kosovaro-albanesi, vincitori in guerra e sconfitti elettoralmente, di rilanciare sul tavolo balcanico, e riportare il gioco sul terreno aloro più adatto, quello della guerra. Da questo punto di vista l'operazione concepita all'inizio del 2000 dal Dipartimento di Stato americano, quella di creare un unico cartello delle forze radicali albanesi-kosovare (l'AAK) allo scopo di poterle controllare meglio, ha avuto come risultato quello di favorirne il coordinamento a scopo bellico.

La ripresa dei rapporti tra queste forze e quelle radicali presenti nella Macedonia albanofona ha prodotto l'attuale situazione.

Le forze radicali degli albanesi di Macedonia (regione che, ricordiamolo aveva già espresso una leadership nazionalista nel 1991-92, al tempo dell'indipendenza macedone, leadership poi cooptata all'interno del governo macedone), hanno rotto il particolare equilibrio instauratosi nel paese, mandando in crisi il patto di potere che lega i due partiti albanesi rispettivamente ai socialisti e ai nazionalisti macedoni.

Secondo questo patto, lo stato macedone è stato occupato, in questi anni, secondo linee di affiliazione etnopolitica, diviso, quindi, in sfere di influenza governate dai classici meccanismi di clientela territoriale.

La strada sulla quale si è cementata prima l'alleanza tra Partito Socialista e Partito albanese della Prosperità Democratica, e poi quella tra VMRO (nazionalista macedone) e Partito Democratico degli Albanesi, è quella sulla quale sono scivolati i Balcani dal 1990 a oggi: quella dei feudi etnonazionalisti, dei patti clientelari e dei micro-stati conflittualmente opposti ai propri vicini.

Oggi la situazione dei Balcani può essere letta come quella di un'area composta da due stati di dimensioni relativamente grandi (Serbia e Croazia), avviate in un modo o nell'altro verso un processo di democratizzazione all'occidentale, e destinate a una forma di integrazione subordinata nell'Europa dei ricchi, ma dotate della dimensione minima per trattare con le cancellerie euro-americane; oltre a questi due stati, nei quali resistono anche dei simulacri di multietnicità, esistono solo una moltitudine di protettorati economici e politici, definiti sulla base di una comune appartenenza etnica, plasmati dalla dipendenza dall'Occidente per la propria sopravvivenza, e dal fatto di essere governati da élite mafiose, arricchitesi tramite traffici di vario genere, e clientes ora di questo, ora di quel paese dell'Occidente.

In questo senso, non è inutile ricordare quanto già sostenuto nel precedente articolo, ossia che questa nuova guerra è scoppiata quando il ceto politico-mafioso albanese che da alcuni anni controlla l'area di confine tra Albania, Kosovo e Macedonia, si è sentito minacciato dalla decisione di Skopije di controllare le proprie frontiere. Come tutti i fenomeni mafiosi, anche quest'ultimo non è da sottovalutare: se, infatti, taglieggia e tassa allo scopo di mantenere un esercito efficiente, dall'altra, garantisce ordine e assistenza a popolazioni abbandonate dalla fine del poco welfare che avevano conosciuto in epoca socialista, risultando, quindi, essenziale alla riproduzione della società di quell'area.

Al centro di questo crocevia, fatto di nazionalismi identitari, traffici illeciti e welfare mafioso, ci sono gli interessi di un Occidente che in questo decennio ha dato il via alla colonizzazione dell'Est Europa, seguendo il principio di portare in rapporto capitali e amministrazioni statali, laddove queste ultime fossero più deboli e impossibilitate a rifiutarsi di farsi dettare ricette economiche e politiche di cittadinanza. Senza, evidentemente, alcun rimpianto per la Jugoslavia titina, è ovvio che quest'ultima è stata stritolata perché rappresentava una realtà con la quale i capitali occidentali avrebbero dovuto trattare, mentre gli attuali micro-stati, non rappresentano minimamente un problema da questo punto di vista.

La follia etnica ha quindi rappresentato un utile grimaldello per inserirsi in questo gioco, anche se non va dimenticato come le élite politiche balcaniche abbiano ampiamente favorito questo processo in cambio della loro sopravvivenza.

All'interno di questo più generale processo, viene comunque in evidenza come la guerriglia albanese abbia rappresentato un proprio particolare protagonismo, che nasce da un insieme di fattori mescolati tra loro. Per questo motivo, il prossimo articolo di UN sulla situazione macedone, tratterà di queste realtà politico-militari, della loro genesi e delle loro prospettive.

Giacomo Catrame



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