![]() Da "Umanità Nova" n.24 del 1 luglio 2001 Terrorismo di Stato
"...non li si vede mai / che quando fan paura..." Spesso i poeti, nella sintesi di un solo verso riescono ad esprimere una notevole complessità di pensiero. Spesso gli organi di repressione e quelli di informazione (liberi di informare come un uccellino in gabbia di volare) devono, loro malgrado, dar ragione ai poeti. È quanto appare dalle recenti cronache, che registrano un'attenzione a dir poco sospetta e sicuramente preoccupante nei confronti del nostro movimento. In questi giorni che precedono la riunione genovese del G8, e le previste manifestazioni di massa del cosiddetto "popolo di Seattle", il circo mediatico si sta muovendo freneticamente per creare un clima di trepidante attesa. Da una parte governi e polizie, confortati da torme di servizi segreti, prendono a pretesto l'imprevedibilità della reazione popolare per rendere ancora più impenetrabili e repressive le maglie a protezione degli 8 (grandi) Criminali che si daranno appuntamento a Palazzo Ducale, dall'altra giornali e televisioni sono impegnati a creare sconcerto, disinformazione, paura e suspense su questo appuntamento. Il solito schema: seminare paura per convincere gli incerti ad essere ancora più incerti se andare a gettare o meno la loro manciata di fango sui capi di stato. È un gioco che abbiamo visto altre volte (e che spesso si ritorce contro i ciarlatani che lo imbandiscono sulle pubbliche piazze: chi ricorda la manifestazione del 1977 a Bologna?) ma che oggi fa registrare, per quanto ci riguarda, alcune poco piacevoli novità. Dopo che per anni ci hanno raccontato che il nemico numero uno delle regole democratiche era l'Autonomia, ora che i ragazzi dei centri sociali si sono lasciati trascinare in una schermaglia di finti antagonismi e veri consociativismi, grazie al velleitarismo dirigistico dei loro capi (e non mi riferisco qui alla loro originale tattica antiviolenta più volte messa in campo, ma alla disponibilità a stringere la mano tesa che gli offre il potere) i criminalizzabili di turno sembrano essere diventati solamente gli anarchici. E come succede in ogni opera di criminalizzazione, il fumo che si alza è alto e fortemente tossico. Il copione l'abbiamo già visto: distinguere i buoni dai cattivi e i cattivi dai cattivissimi, per colpire questi ultimi in attesa di bastonare anche gli altri. Sui giornali solitamente "meglio informati", vedi Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, è un rincorrersi di ipotesi, illazioni, accostamenti, considerazioni, conclusioni, che lasciano sinceramente esterrefatti. Fatte salve alcune differenze, come ad esempio il gioco al massacro impiantato dall'ulivista La Repubblica per scaricare la responsabilità di eventuali drammi sul neonato governo di centro destra e per compiacere la mai sopita vena repressiva dei vertici ex comunisti, tutto fa gioco nell'opera di disinformazione. Accostare ad esempio, o addirittura far coincidere, come si legge in questi giorni, le organizzazioni lottarmatiste che si rifanno all'esperienza delle Brigate Rosse con gli anarchici cosiddetti insurrezionalisti pronti a marciare su Genova, è un'operazione culturalmente demenziale (non credo che i poliziotti che si interessano alle nostre vicende da decenni non siano in grado di capire le inconciliabili differenze) ma portata avanti con ferma determinazione. Paventare, come si fa, l'arrivo di migliaia di anarchici insurrezionalisti "eurocontestatori" disposti a tutto, serve solo a rendere più strette le maglie repressive che dovranno andare a colpire chi cercherà di bloccare, anche solo simbolicamente, le trame malavitose dei signori della terra. Il fine è sempre lo stesso: creare il pericolo (partendo magari da presupposti verosimili) per ingigantirlo e farlo diventare emergenza, poi cavalcare l'emergenza e inasprire controlli e repressione, quindi reprimere e bastonare tutti indistintamente nascondendosi dietro alla necessità di neutralizzare i cattivissimi di cui si parlava prima. Poco importa che la protesta contro le infamie di un capitalismo rapinoso e feroce sia sempre più patrimonio collettivo, poco importa che manifestare le proprie convinzioni sia un diritto incontestabile che non ci è stato regalato dai potenti ma che è stato conquistato negli anni sulle pubbliche piazze, poco importa che i governi democratici siano prontissimi a calpestare le proprie regole, quello che veramente preme a questi signori è continuare a fare in pace i loro inconfessabili traffici senza essere disturbati. Creare l'attesa del dramma è un sottile stratagemma psicologico che rende accettabile qualsiasi cosa: una volta preannunciato, l'epilogo drammatico perde la sua carica emozionale e diventa una soluzione "neutra" come le altre. Se non ci scappa il morto, tanto meglio, ma se ci scappa non lamentiamoci: eravamo stati avvertiti e la morte di qualche manifestante non sarà una variabile imprevista ma il logico finale del copione. E proprio noi dovremmo essere lo strumento che giustifichi questo subdolo giochetto, che gli dia credibilità e sostanza. Siamo cattivi e irriducibili, siamo violenti e incontrollabili, siamo l'anima nera di un movimento che altrimenti sarebbe accettabile, e allora andiamo bastonati. O perlomeno criminalizzati e temuti. Il fatto è che a noi non può interessare questo gioco. Perché se lo facessimo nostro, se decidessimo di identificare la lotta contro potere e capitale solo con la violenza di piazza e non con altri strumenti meno clamorosi ma più efficaci, non perseguiremmo i nostri fini ma quelli dei nostri nemici. Quelli di chi vuole che queste manifestazioni, invece che determinate e di massa, si trasformino in violenti scontri riservati a pochi "professionisti". Goteborg insegna: una provocazione a freddo orchestrata fra i nuovi nazisti con le teste rasate e i nazisti di sempre in divisa da poliziotti, un compagno in fin di vita e i media scatenati sulle "violenze" degli anarchici. Il nostro fine, al contrario, è che il movimento cresca, e che la sua carica sovversiva riesca sempre più ad emergere appropriandosi dei nostri contenuti di totale irriducibilità ed estraneità ad ogni forma di potere. E proprio perché da anarchici più di altri contribuiamo al suo sviluppo e a renderlo più radicale, ecco che diventiamo il primo obiettivo dell'opera di repressione delle polizie e di quella di disinformazione dei giornali. Anche se, e non dobbiamo più nascondercelo, la scelta di prenderci come capri espiatori non nasce dal nulla ma dal fatto che altri anarchici sembrano far coincidere le pratiche dell'anarchismo solo con l'uso acritico della violenza. Sono convinto che la prima rivoluzione è quella che deve avvenire nelle coscienze e che gli strumenti siano quelli della riflessione e del ragionamento: per produrre un sistema di idee che sia irriducibile rispetto ai postulati del potere e che non sia mai più ricuperabile: altro e non speculare, su un altro piano e in un'altra dimensione. La crescita collettiva delle coscienze è l'unica condizione perché un movimento rivoluzionario riesca a mettere in ginocchio gli strumenti del potere. E dei poteri. E quando fenomeni di massa ripartono in una direzione anticapitalistica e antistatale noi, noi militanti anarchici, dobbiamo agevolare, radicalizzare e socializzare tale processo. Senza fughe in avanti e senza esasperazioni. Mi richiamo a un esempio: la recente manifestazione degli anarchici a Genova. Ero presente e da tempo non partecipavo a un momento di lotta così significativo. La città ha reagito, a mio parere, magnificamente, nessuna tensione e nessuna prevaricazione. Le nostre ragioni sono diventate le ragioni di tanti e la credibilità di un progetto anarchico di lotta al potere e al capitale, per un mondo di liberi ed uguali, ne è uscita rafforzata. Niente di straordinario, per carità! ma sicuramente una giornata positiva e costruttiva. E questo grazie anche al lavoro di quel coordinamento regionale e di quei compagni locali che tanto si sono impegnati perché i presupposti dell'iniziativa coincidessero con i risultati. E non è un caso, evidentemente, che dopo questo successo, la canea degli organi di disinformazione abbia individuato proprio negli organizzatori della manifestazione genovese i possibili futuri attori di una efferata stagione di violenze. Evidentemente, proprio perché riprendiamo il nostro cammino a fianco di chi subisce i torti e le ingiustizie di una società criminale, ricominciamo a fare paura. E, come diceva il poeta, ad essere nuovamente visibili. Massimo Ortalli
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