unlogopiccolo

Da "Umanità Nova" n.28 del 5 agosto 2001

Le tre giornate di Genova
Testimonianze
Il Black Bloc

Il Black Bloc ha fatto irruzione sulla scena genovese come un ciclone, suscitando alternativamente ira, entusiasmo, eccitazione, riprovazione, condanna, curiosità in quanti erano lì per le contestazioni del G8.

Qualcuno ha scritto, credo a ragione, che se il Black Bloc non ci fosse stato con ogni probabilità Berlusconi avrebbe provveduto ad inventarlo. E in parte l'ha anche fatto: troppe testimonianze e fotografie pubblicate in questi giorni dimostrano che poliziotti in borghese, travestiti da manifestanti, hanno agito sulle strade di Genova. La sera del 20 il Tg tre regionale della Liguria ha trasmesso le immagini di un blindato della polizia che investiva intenzionalmente numerose auto in sosta demolendole: è la prova, tra le altre, che il governo voleva le distruzioni per poter più facilmente criminalizzare il movimento. Un movimento che, qui in Italia, ha mostrato di avere un consenso di massa, superiore a quello raccolto in tutti i grandi appuntamenti succedutisi da Seattle in poi. Ma che ha altresì rivelato una sostanziale incapacità di creare un legame solido tra le varie anime che lo compongono, troppo spesso impegnate in giochi egemonici e cullate nell'illusione di poter passare dallo scontro spettacolare (come a Seattle e a Praga) alla spettacolarizzazione dello scontro, magari in parte concordata con la polizia. Il Black Bloc e la ferocia repressiva del governo di centro-destra hanno fatto saltare lo schema costruito con cura dai vari Agnoletto, Casarini, Bernocchi, Bertinotti, Cremaschi. Nei prossimi mesi vedremo se le centinaia di migliaia di persone sfilate a Genova e le numerosissime altre che hanno manifestato nelle piazze italiane nei giorni successivi sapranno costruire un percorso critico ed organizzativo che sappia sganciarsi da queste logiche, puntando sulla necessità del radicamento e, contestualmente, sulla radicalità dei contenuti.

È la scelta che come "Anarchici contro il G8" abbiamo compiuto già parecchi mesi orsono, scegliendo di puntare sullo sciopero generale contro il G8, sulla presenza capillare nel territorio, sulla comunicazione diretta. È questa oggi una necessità imprescindibile per chi, da anarchico, voglia impegnarsi a spezzare l'ampio consenso che purtroppo raccolgono le politiche liberticide praticate prima dal centro sinistra ed ora da questa destra arrogante, volgare, violenta, autoritaria. Una destra che non ha esitato a calpestare persino le già anguste libertà garantite dall'ordinamento democratico.

Per questo motivo la nostra forte critica alle pratiche riformiste ed avventuriste del Genoa Social Forum è altrettanto forte nei confronti dell'International Black Bloc i cui atti di rivolta, pur radicali nei contenuti, danno luogo ad una strategia comunicativa che risulta incompresa ed incomprensibile ai più.

La netta diversità delle nostre scelte non ci consente tuttavia di dar spazio alla pratica staliniana di criminalizzazione e calunnia contro gli anarchici del Black Bloc operata non solo dalla destra ma anche da numerose componenti del movimento sceso in piazza a Genova.

Vi proponiamo di seguito alcune testimonianze di compagni che, per scelta o per caso, il 20 luglio erano presenti in piazza Paolo di Novi dove si sono radunati il "Network per i diritti globali" (Cobas e centri sociali dell'Autonomia di classe) ed il Black Bloc. Il loro contenuto non rispecchia necessariamente le nostre opinioni ma ci sembrano tuttavia importanti per una corretta ricostruzione dei fatti. L'ultimo pezzo è invece uno stralcio di un resoconto fatto girare in Rete da un esponente del Network: ve lo proponiamo perché ci pare fornisca elementi preziosi sull'inizio degli scontri, che gli altri due testimoni, giunti più tardi, non hanno visto e che contrasta in modo netto da quelle pubblicate sui giornali.

Un gruppo di compagni ha scelto di partecipare alla giornata del 20 in piazza Paolo da Novi. Quella che segue è la testimonianza di uno di loro: "Venerdì 20 Luglio, il giorno dell'assedio al vertice, con il nostro piccolo gruppo avevamo deciso di recarci autonomamente la mattina a mezzogiorno in piazza Paolo da Novi, luogo del concentramento del blocco blu e di quello nero; obiettivo: impedire lo svolgimento del vertice dei G8 e riportare le ossa intere a casa. (...)

Noi arriviamo al concentramento poco prima di mezzogiorno, o meglio non ci arriviamo, infatti in piazza Paolo da Novi si sono già concentrati qualche migliaio di carabinieri in tenuta antisommossa, con blindati, idranti, etc... Evidentemente aspettano che arrivino tutti per caricarci (un destino analogo toccherà poco più tardi al corteo delle tute bianche). Di fronte allo schieramento dei caramba corso Buenos Aires e piazza Savonarola brulicano di gente, riconosciamo i Cobas e la presenza di molti centri sociali italiani che non si riconoscono nelle tute bianche, saranno presenti circa 10.000 persone.

A mezzogiorno e 5 minuti, puntualissimo, arriva un gruppo compatto del blocco nero. Sono arrivati in corteo, mi sembra dalla parte di corso Buenos Aires, circa 2000 persone, accompagnate dai tamburi di un gruppo di sbandieratori acrobatici dal look cyberpunk. Sono tutti a volto coperto, in gran parte hanno una maschera per il gas.

All'angolo della strada c'è un'agenzia del Credito Italiano e subito la vetrina viene giù, la scena, trasmessa poi dalla televisione, dura forse un minuto, che a noi sembra lunghissimo. (...) ... cominciano a piovere lacrimogeni, il blocco dei carabinieri incomincia ad avanzare, lentissimo.

Tutti fuggono in fondo al viale, in una piazza dove c'è una grande scalinata, credo sia piazza Tommaseo: i genovesi ci sconsigliano di fuggire da quella parte, meglio le vie laterali. Attivisti del blocco nero mettono su nel viale una barricata leggera, tanto per evitare che i blindati possano irrompere a tutta velocità nella piazza (come succederà più tardi nel corteo delle tute bianche), scagliano un paio di bottiglie incendiarie, il blocco dei carabinieri si ferma del tutto a grande distanza in fondo al viale. Ricominciano a lanciare lacrimogeni, tantissimi, anche da cecchini posti sui tetti di alcuni palazzi. Quando la piazza è talmente satura di fumo che non è più possibile né respirare né vedere alcunché parte, invisibile per noi, la carica dei carabinieri che divide il concentramento in diversi tronconi, uno di questi si ritira in basso verso il mare, noi finiamo nell'altro che risale verso la ferrovia.

Nella nostra ritirata stiamo dietro a quelli del blocco nero, e tutte le vetrate delle banche che si trovano lungo il percorso vengono sfondate. I neri attraversano un sottopasso ferroviario, credo quello tra via Torino e via Sardegna, ed erigono una grossa barricata con macchine e il legname che proteggeva le vetrine, poi, quando tutti hanno attraversato il sottopasso, la barricata prende fuoco per chiudere il passaggio.

A dire la verità mi sembra che nessuno ci stesse correndo dietro, probabilmente i carabinieri avevano ordine di rimanere a presidiare la cittadella proibita, e forse non hanno ancora capito quello che sta succedendo. Dalla nostra parte le auto incendiate esplodono sulle barricate e si sollevano altissime colonne di fumo, arrivano i pompieri, consigliamo gentilmente ad alcuni automobilisti genovesi di tornare indietro, per non finire in mezzo alle barricate. Il corteo attraversa un ponte sul torrente e subito dopo viene forzata la saracinesca di un supermercato.

A questo punto la scena è surreale: tutto intorno a noi si vedono barricate e incendi, qualcuno sta sfasciando un distributore di benzina, sembrano improvvisati dell'ultimora, ci spostiamo nel timore che lo facciano esplodere. C'è gente che gioca con i palloni, che beve, che mangia il cibo del supermercato, molti che filmano e fotografano, gli attivisti del blocco nero nel frattempo hanno proseguito, velocissimi, verso Marassi, noi neanche ce ne siamo accorti e siamo rimasti isolati assieme alla coda degli sbandati che erano con loro. Avanziamo lungo il torrente nel tentativo di recuperarli ma arriva la notizia che i blindati, in fondo al viale, hanno sfondato la barricata che chiudeva il sottopasso ferroviario, si salvi chi può, tra poco incomincia la caccia all'uomo.

Riattraversiamo il torrente e recuperiamo dei ragazzi dispersi, appena arrivati in città, scesi da un autobus in mezzo alle barricate con zaino e sacco a pelo in spalla, senza una cartina, senza sapere che cosa sta succedendo. Saliamo tutti verso l'alto lungo una ripida scalinata, appena in tempo per veder sfrecciare lungo il viale deserto una colonna di mezzi della polizia diretti a Marassi.

Arriviamo in una zona assolutamente tranquilla e riprendiamo fiato, dei ragazzi di Genova ci danno le ultime notizie, il carcere di Marassi è stato assaltato, la polizia, lanciata all'inseguimento del blocco nero, ha pensato bene di fare una deviazione per andare a picchiare i pacifisti (blocco rosa) in piazza Manin, la zona rossa pare sia stata sfondata e invasa in più punti, le strade sono insicure, tanta gente rimasta isolata è stata presa, picchiata, portata via. Decidiamo di levarci i caschetti di protezione, nasconderli in zona e provare a tornare sul lungomare attraverso viottoli secondari, vogliamo raggiungere il recinto del Genoa Social Forum (GSF) perché, pensiamo (erroneamente) che la zona sia rimasta tranquilla. Finiamo invece nella ritirata del corteo delle tute bianche in via Tolemaide e corso Castaldi.

La situazione è critica, il corteo si è gonfiato a dismisura anche perché vi sono confluiti tutti gli sbandati e i dispersi delle altre situazioni, un serpentone umano di 30.000 persone stretto nel viale tra il canalone della ferrovia e le vie strette e insicure che si trovano sul lato opposto, incalzato di fronte dai lacrimogeni, dalle cariche dei carabinieri, dai blindati lanciati a tutta velocità sulla gente. Nessuna via di fuga e a noi sembra di non poter far nulla.

La situazione è ormai fuori controllo, il servizio d'ordine delle tute bianche, all'interno del corteo è impegnatissimo nel compito di far rispettare la consegna secondo la quale non si fanno barricate e non si sfasciano le vetrine. Noi in quel momento non lo sappiamo ma nelle strade laterali, alla nostra sinistra, una moltitudine di persone, spontaneamente e senza un'organizzazione cerca di resistere ai carabinieri che si lanciano a tutta velocità con le camionette e si organizzano per spezzare il corteo con incursioni e cariche laterali. Veniamo a sapere tutto questo quando arriva improvvisamente la notizia che un ragazzo impegnato nella difesa è stato ucciso, sparato alla testa in una via laterale, poco lontano da dove ci troviamo, stava cercando di difendere la nostra ritirata.

Subito dopo le cariche si fanno violentissime, il camion delle tute bianche ordina la ritirata verso il campo sportivo Carlini, scene di panico e fuggi fuggi generale. Noi andiamo a finire in coda, tra gli ultimi, vediamo i blindati dei carabinieri, giganteschi, uscire dal fumo, vicinissimi, 50 metri al massimo. Chi fugge rovescia i cassonetti dell'immondezza in mezzo alla strada per rallentarli e coprirsi la fuga; qualcuno delle tute bianche in fuga trova il tempo e la voglia di fermarsi per esprimere la sua disapprovazione e spiegare che ciò non fa parte della strategia del movimento, poi riprende a scappare. Noi riusciamo a sganciarci lateralmente, mentre il grosso del corteo prosegue verso il Carlini, e ci infiliamo nel solito groviglio di stradine, che, grazie all'aiuto ed ai consigli dei genovesi, ci riportano in salvo, sul lungomare, vicino all'area del GSF .

Possiamo osservare così le tracce lasciate lungo la ritirata da quella parte del concentramento della mattina che si è ritirata verso il mare (Cobas e centri sociali dell'autonomia, NdR). Vi sono resti di barricate fatte con cassonetti e qualche macchina e date alle fiamme, le banche ed un autosalone Rover in piazzale Kennedy sono state devastate, le vetrate del comando provinciale dei carabinieri sono infrante.

Alle sette di sera pare che tutto sia finito, nel piazzale del GSF una moltitudine di persone, infuriate per l'uccisione di Carlo Giuliani chiedono a gran voce, rivolte all'assemblea, di uscire in corteo per protesta, all'assemblea si susseguono gli interventi, parlano anche Casarini e Agnoletto, alla fine non se ne fa niente."

Altro compagno, altro racconto. Ecco alcuni passaggi della lunga testimonianza di A. di Milano: "... riusciamo ad approdare in prossimit^ di piazza Manin e di l" scendiamo per un grande e lunghissimo corso in fondo al quale un nutrito gruppo di militanti pacifisti (in grandissima maggioranza contrassegnati dalle magliette di Lilliput) stava manifestando. Nel mentre tentavamo di capire quale percorso fare per avvicinarci a zone gestite da compagni più omologhi ai nostri metodi di lotta (non foss'altro che per il piacere estetico di dimostrare sotto una simbologia a noi cara), una serie di cariche non violentissime - e senza spari di lacrimogeni - ma ravvicinate e costanti, costringeva tutti a ripiegare appunto verso la piazza da cui provenivamo, manovra che preludeva, col senno di poi, all'imminente mattanza. Tengo a rimarcare che nessuna violenza, neanche sulle cose, era stata l" compiuta dai manifestanti, né si vedeva fra loro la benché minima presenza di tute nere (a rimarcare che i celerini non aspettavano questi per attaccare, anzi spingevano a far assembrare tutti in pochi punti per poi caricare nella calca con più successo e danni per tutti. (...)

P.zza Manin era gestita da militanti pacifisti cattolici, capeggiati da Don ... (non ricordo come si chiama); immediatamente, evidentemente respinti da cariche delle polizia, e senza nessun atteggiamento provocatorio nei confronti della piazza sono arrivati da un'altra strada un gruppo di manifestanti bardati con le giacche e i cappucci neri, i volti coperti, i carrelli dei supermercati riempiti di pietre e le spranghe e le catene in mano, insomma tutta la panoplia con cui ho imparato da quel momento a riconoscere il cosiddetto blocco nero.

Con fare estremamente aggressivo e provocatorio (anche se ovviamente si riduceva a un accerchiamento molto stretto con le mani tinte di bianco e alzate) i pacifisti capeggiati dal prete di cui sopra li hanno sostanzialmente circondati e invitati pressantemente ad andarsene, i Black-block sembravano piuttosto increduli e la situazione non è diventata veramente tesa anche perché noi cercavamo quasi scherzosamente di dissuaderli ("Compagno, quando un prete si avvicina per darti la mano è segno di sfiga imminente!"). In quel preciso istante una salva fittissima di candelotti fumogeni si è abbattuta fra noi che abbiamo seguito i Black bloc per altre vie laterali mentre i pacifisti a mani alzate sono andati a incalzare i poliziotti, mi sembra, con scarsissimo successo.

Intanto ci addentriamo cos", fra l'asfissia, le lacrime e l'insopportabile bruciore al volto, nei quartieri devastati, mentre i Black bloc ogni cento metri costituivano piccole barricate con qualcuno di loro lasciato l" a coprire la ritirata, nei nostri confronti (noi eravamo vestiti in abiti molto civili, io appesantito da un enorme zaino in spalla e reso goffo da un'ingombrante sacco a pelo in mano) si sono comportati in maniera estremamente attenta e protettiva lasciandoci sempre passare per primi, avvisandoci delle strade senza uscita, addirittura offrendoci da bere nei momenti più tranquilli (e intendo con queste notazioni dare risalto - dal momento che è una sensazione in gran parte irraccontabile - alla stralunata pazzesca e gioiosa solidariet^ che soccorre i momenti più incerti della manifestazione), smontando e rimontando barricate in 20 secondi al passaggio di autoambulanze e macchine di passanti ignari: insomma, non dico di condividere le posizioni e i metodi di questi compagni, ma a me hanno fatto l'esatto contrario dell'impressione di essere in combutta o infiltrati e diretti dalla polizia, e nemmeno di creare disturbo ed esporre inutilmente alla furia dei carabinieri i manifestanti pacifici, ma è ovvio che per affermare ci~ con sicurezza bisognerebbe avere una visione d'insieme, io ho solo da proporre la mia personalissima, e in più confusa dalla scarsa cognizione logistica.

I quartieri in cui si respirava evidentissima l'aria della guerriglia urbana venivano devastati s", ma con un'asburgica precisione selettiva: tutte le banche, le agenzie di assicurazione, i supermarket: del tutto integri i negozietti artigianali; di una fila di venti macchine, alcune anche lussuose, erano state lasciate illese le prime diciassette, la diciottesima distrutta, la diciannovesima sana, la ventesima sfondata e incendiata: assoluta casualit^? Incuriositi abbiamo notato che le macchine distrutte erano contrassegnate da simboli aziendali, non erano macchine di privati; alcune utilitarie si trovavano distrutte anch'esse e incendiate, ma al centro della strada: erano evidentemente servite come barricate per frenare la furia delle camionette della polizia, che intanto a velocit^ assassina, sfrecciavano all'improvviso."

E, per finire, un passaggio del resoconto di Ivan, del "Network per i diritti globali": "Arriviamo in piazza Di Novi, piazza tematica sul lavoro, presenti in piazza lavoratori Cobas, Centri Sociali e Collettivi, alcune decine di compagni dei giovani comunisti e di Rifondazione che "disobbedendo" alle direttive sulla disobbedienza civile, preferiscono le tute blu alle tute bianche. Dopo un giro di interventi sarebbe dovuto partire il corteo. Siamo circa 8.000/10.000 ma gli altri compagni non riescono ad arrivare chiusi dalla polizia allo scopo di dividere preventivamente il nostro spezzone. La notizia è abbastanza allarmante, si sente puzza di bruciato. Vediamo anche arrivare circa 400 persone tutte vestite di nero. Quasi tutte tedesche, inglesi ed americane. Quasi tutte giovanissime tra i 18 e i 28 anni. Sono i famigerati Black Bloc. Si mettono il passamontagna, i caschi, raccolgono sampietrini, brandiscono spranghe e bastoni. Come d'altronde la maggioranza dei compagni del Network che autonomamente si attrezzava per l'autodifesa del corteo dalle guardie.

Il corteo non riesce nemmeno a partire, il servizio d'ordine neanche a formarsi... arrivano le forze dell'ordine e senza motivo caricano brutalmente la piazza. La maggior parte delle persone era seduta in terra, mangiava, beveva, discuteva. Questo attacco ingiustificato e inatteso obbliga tutti ad una fuga precipitosa. Una prima linea composta da Tute Nere e compagni del Network, tentano di respingere l'attacco per tutelare e riparare il resto del corteo preso dal panico. Le tute nere devastano un paio di banche e fanno le barricate con alcuni cassonetti ed un paio di macchine messe in mezzo alla strada." (...) Nel pomeriggio "Veniamo a sapere che uno dei Black Block ha menato un colpo di bastone alla testa di un leader dei Cobas. Più tardi viene accertato che si trattava solo di un cane sciolto milanese."

A cura di M. M.



Contenuti UNa storia in edicola archivio comunicati a-links


Redazione: fat@inrete.it Web: uenne@ecn.org