unlogopiccolo

Da "Umanità Nova" n.32 del 23 settembre 2001

L'alba tragica del nuovo millennio. La violenza del potere
Attacco suicida: la nuova forma di guerra globale

Non capita a ogni generazione di essere testimoni (virtuali) di eventi potenzialmente in grado di cambiare le sorti di un ampio lasso di tempo, di decenni o di un secolo addirittura, quasi epocali, anche se ciò sarà verificabile solo successivamente. Ciò che è accaduto negli Usa è uno di questi, e forse è ancora prematuro per azzardare una plausibile riflessione in mancanza di dati ufficiali. Soprattutto è certamente difficile, una volta riavutisi dalla sorpresa, azzerare o quasi i propri codici di ordine mentale su una serie di fattori prima chiari, e che ora sono stati sconvolti dall'evento imprevisto. Proverò quindi a stendere nero su bianco alcune idee programmaticamente disordinate.

Chi non ha mai pensato che per ridimensionare la strapotenza americana sul mondo, l'egemonia planetaria tecnologica e militare, l'arroganza politico e diplomatica, la superbia di chi si autonomina depositario delle sorti del secolo, detto appunto americano (il XXI, mica il XX appena trascorso!), occorresse fare "assaggiare" agli yankees un po' di quelle sofferenze atroci che le guerre da loro sparse ai quattro venti ha fatto subire ai svariati popoli nei decenni scorsi?

L'attacco al cuore dell'Impero era il sogno di tutti gli antiamerikani con la k tipica del terzomondismo degli anni sessanta e settanta, e prolungatosi per inerzia sino ai giorni nostri, anche se l'impero globale probabilmente non ha un cuore così come non ce l'ha lo stato (e noi in Italia lo dovremmo sapere meglio di altri).

Eppure ventimila vittime in un sol colpo, in diretta televisiva, non ripagano né possono ripagare o riscattare le atrocità sparse dai governi Usa nel mondo, se non altro perché i popoli non portano responsabilità dei misfatti dei dominanti, anche di quei popoli che con il loro consenso elettorale (per la verità tiepido in America, ma conta di più l'american way of life che la percentuale dei votanti) sostengono le politiche di terrore nei territori distanti dal proprio.

Dal punto di vista umano, le vittime e il loro numero hanno lo stesso valore dappertutto, e solo la distorsione mediatica può far sembrare altrimenti, che i ventimila morti di New York e Washington siano più importanti dei duecentomila timoresi sterminati nel corso diluito di venticinque anni dall'esercito indonesiano coperto, allora, dal team americano al potere, il presidente Ford e il segretario di stato Kissinger. E questo sarebbe un solo esempio tra i tantissimi purtroppo da annoverare.

Tuttavia non ci si può certamente rallegrare di essere sull'orlo della quarta guerra mondiale, o della prima neoguerra globale, o di chissà che altro in cui le armi di sterminio di massa hanno la priorità sul fare politica, istituzionale e/o civile.

I bersagli individuati sono tipici dell'era del brand: le Twin Towers, il Pentagono, il cupolone della Casa Bianca: New York e Washington superblindate e superprotette da Cia, scudetti impermeabili e Echelon, si sono rivelate colabrodo a fronte dell'imprevedibilità di un attacco suicida con vettori non militari che sono l'emblema delle nuove forme di guerre globali, in cui i civili sono bersaglio e strumenti micidiali, da sacrificare sull'altare del realismo politico a qualunque fronte si appartenga. Il sistema di sicurezza difensivo americano si è rivelato incredibilmente fragile, così come il mito dell'invulnerabilità che è stato il perno della forza Usa nel mondo, sin dai tempi della prima guerra mondiale, anzi della guerra civile di Lincoln.

Ma non è solo la vulnerabilità bucata dal terrore imprevisto degli eventi a stupire, ma anche l'assenza di programmazione politica di intelligence: quattro dirottamenti aerei contemporanei - magari qualche altro commando in azione non è riuscito a portare a termine per qualche imprevisto dell'ultima ora - non sono alla portata di organizzazione rabberciate: non si possono pianificare in playback, impossibile non lasciare tracce (che vengono scoperte immediatamente dopo, fra l'altro...), difficile non disporre di coperture interne al territorio, improbabile che a qualcuno di competenza non sia arrivato alle orecchie qualche cosa e che avrà taciuto per chissà quale crudo calcolo di interessi sulla pelle altrui, come di costume in tanti altri casi...

Indubbiamente, la rabbia americana del mito infranto sarà difficile da digerire non solo per il numero di vittime in un sol colpo, quanto per la necessità di rioreientare drammaticamente e urgentemente decenni di abitudini e linee politiche fondate sull'interventismo a 360 gradi da una fortezza ritenuta inespugnabile, tipica delle concezioni politiche medievali con le quali gli Usa trattavano e trattano il resto del mondo dividendolo in vassalli (gli alleati, in rigido ordine decrescente dal Regno Unito in giù tra i fedeli componenti della Nato), valvassori (gli amici più o meno interessati, tra fedeltà e tradimento, tra parassitismo e servilismo) e nemici veri e propri (i rogue states, gli stati canaglia e fuori dalla legge americana, non certo da quella del diritto internazionale da cui sono fuori innanzitutto proprio gli Usa, come dimostra Chomsky con abbondanza di fatti).

Mentre scrivo queste annotazioni non è chiara, ovviamente, la pista del terrore: quella interna di qualche setta fanatica religiosa o neonazista (dai casi di Waco e di Hoklahoma City); quella di Osama Bin Laden con qualche stato alla spalle da tutti accreditata come la più probabile perché più rispondente al cliché in cui rifugiarsi nel mentre ci si riprende dalla sorpresa; quella del fondamentalismo islamico mediorientale proveniente dalla penisola araba, che avrebbe scelto l'11 settembre per vendicare 19 anni dopo Sabra e Chatila, e quindi sbilanciare il conflitto palestino-israeliano a favore di Hamas e Jihad contro Sharon e Arafat; quella di un terribile complotto interno prefigurabile dalla incredibile fifa di George Bush Jr. e del suo staff che ha vagato per l'intera giornata in aereo per non rendersi immediatamente colpibile da parte di un fantomatico nemico più forte, in quel momento, di ogni sistema di sicurezza, Pentagono incluso (una Spectre in grado di decapitare il vertice americano approfittando dello sgomento generale).

Noi non sappiamo. Il cliché di Bin Laden è il più plausibile perché forse il più noto, in quanto creatura americana, finanziata anche dalla Cia ai tempi della lotta contro un altro Male globale, il comunismo sovietico che ha preceduto ieri il Male assoluto di oggi, il fondamentalismo islamico, reiterando gravi errori di percezione politica che dimostrano la superficialità e la rozzezza della cultura politica del gigante infantile quale è l'America rispetto alla civiltà politica millenaria dell'Europa o della Cina.

Probabilmente è altresì prematuro azzardare scenari di effetti a breve e medio termine. Scatenare un conflitto mondiale (nucleare?) è un calcolo difficile perché non siamo in presenza di scontri tra entità sovrane, alla cui tipologia si rifà anche l'art. 5 del Trattato istitutivo della Nato: la clausola di difesa collettiva automatica, e quindi in teoria altamente deterrente, a fronte di un attacco militare contro uno dei membri. Concepita per costringere gli Usa a soccorrere in difesa degli altri componenti, per strappare l'America dalla finta seduzione isolazionista (si tratta di una comoda condizione mentale, sino al 10 settembre 2001, e non certo di una linea politica alternativa che si è mai realizzata), paradossalmente oggi viene usata per la prima volta per soccorrere politicamente in aiuto del gigante ferito. Ma contro chi scagliare la superforza della Nato e degli Usa, in assenza di un nemico precisamente identificabile? Come acciuffare il Bin Laden di turno se esso è servito e serve tuttora anche se sfuggito dal portafoglio della Cia?

Ogni manuale militare ricorda sempre la difficoltà di affrontare con possenti mezzi militari la sottile e perfida tattica senza strategia della guerriglia o del terrorismo infiltrato, come ben sanno gli americani che l'hanno praticata ad arte dietro ogni golpe di stato verificatosi "spontaneamente" in decine di paesi africani o latinoamericani o asiatici, tra cui buon ultimo il Pakistan, detentore della Bomba H, storico avversario dell'India, fedele alleato degli Usa, padrino politico degli utili taleban per sconfiggere il comunismo e fare affari con loro (sulla pelle delle donne locali, vista la brutale e pedissequa applicazione della shariah senza che ciò turbi più di tanto le coscienze dei dominanti della civiltà angloamericana), facendo passare dai loro territori le pipeline energetiche della compagnia americana Unocal (bypassando Russia, Iran e bacino Mediterraneo, fra l'altro, e quindi esonerandosi dalla dipendenza araba lasciando indifferentemente quella regione alla sua sorte).

La mossa del terrore nel cuore dell'Impero può rispondere a una qualsiasi di tali motivazioni, il che beninteso non giustifica proprio nulla, se non in termini di realpolitik che si alimenta di vittime in continuazione, con buona pace che stavolta appartengano al fronte dei vincenti di sempre. Certamente, l'escalation militare che ne seguirà sarà un duro colpo innanzitutto per quello scambio tra libertà e sicurezza che è riconducibile all'origine mitica della politica statuale (Hobbes), e che viene giocato restringendo le libertà dei più per allargare l'arbitrio della forza dei pochi.

Già qualche avvisaglia di ricatto nei confronti dei movimenti contrari alla globalizzazione - tra i cui effetti vi è pure il terrorismo globale come forma di esautorazione della voce dei cittadini globali, inermi di fronti a qualsiasi arma di terrore di massa, che a usarla siano gli stati come al 99% dei casi o qualche organizzazione semistatuale o prestatuale nel restante 1% dei casi - prefigura che la china su cui ci incammineremo sarà quella logicamente opposta a ciò che ragione vorrebbe: non più politica e meno forza, ma esattamente il contrario.

Infatti, l'attacco mortale coincide nel momento di massimo isolamento Usa nel mondo, non già per una inesistente politica isolazionista dell'Amministrazione Bush, quanto dell'offensiva dei movimenti sociali: contestazione mondiale dei vertici di autorità illegittime, sommosse contro i vari G8 dovunque si tengano, tentennio degli alleati nel multilateralismo ossequioso imposto dagli americani (o fate tutti quanti come dico io o non se ne fa niente), espulsione degli Usa dalla commissione diritti umani dell'Onu a Ginevra, autoesilio a Durban dalla conferenza contro il razzismo (e nonostante l'errore capitale dell'equazione sionismo = razzismo: per condannare la politica dei governi israeliani non occorreva utilizzare l'escamotage del razzismo, anche se l'occasione della piazza globale era ghiotta per le diplomazie), rifiuto del ripristino del Millennium Round in sede Wto a Doha il prossimo novembre, deprecazione mondiale per la politica ambientale Usa dopo il diniego dei Protocolli minimalisti di Kyoto, esonero americano dalle regole internazionali quali il dovuto debito finanziario all'Unesco e all'Onu nonché il sostengo alla Corte Penale Internazionale.

Ebbene, oggi nessuno oserebbe più obiettare una qualche blanda critica alla leadership planetaria di Bush & Co., con effetti a cascata sul Wto, sulle politiche Fmi e World Bank, sulle ipotesi di rafforzare le Nazioni Unite (avete sentito l'Onu, ossia il Segretario Generale Kofi Annan, in questi ultimi giorni?), sul possibile dissidio dollaro/euro all'indomani del 1 gennaio 2002 per spartirsi gli investimenti ed il risparmio mondiali, sulle commissioni federali alle imprese della old economy a scapito di quelle già in crisi della new economy, sul conflitto di interessi (e di identità) tra l'ex Ceo di una impresa dedita alla militarizzazione dello spazio e l'attuale vicepresidente Cheney che la sponsorizza fortemente e che otterrà i soldi per lo scudo spaziale anche se è una bufala miliardaria e non serve a niente contro attacchi di questo tipo. Per non parlare delle politiche regionali, in medioriente, nell'arcipelago indonesiano, nel continente latino-americano (Plan Colombia) o nel centro-america (Plan Puebla-Panamà), in Africa centrale.

Il cui prodest non sempre è la chiave di lettura più adeguata per capire la realtà; essa serve caso mai per anticipare le mosse razionali di chi cercherà di capitalizzare un vantaggio insperato ottenuto attraverso il sacrificio di innumerevoli vittime innocenti e ignare che la politica divora se stessa per vomitare fuoco e fiamme reinstallandosi nel buco originario di terrore e violenza da cui nasce ogni sistema di dominio.

Salvo Vaccaro



Contenuti UNa storia in edicola archivio comunicati a-links


Redazione: fat@inrete.it Web: uenne@ecn.org