![]() Da "Umanità Nova" n.34 del 7 ottobre 2001 Guerra per il potereNon sappiamo come si svolgerà la guerra globale dopo i fatti dell'11 settembre. Tutti i commentatori, e gli stessi politici, insistono sul tasto che non sarà una guerra ordinaria, che non sarà facile, che non sarà mediatizzata perché vera e poco finta, che il nemico non-statuale caratterizzerà la tattica, che non sarà una crociata mondo cristiano vs. mondo islamico. Tuttavia gli atti e i fatti sinora rilevanti contrastano significativamente con tali petizioni di principio. Si preparano le truppe, gli aerei, i missili per bombardamenti a tappeto che causeranno la morte di migliaia di civili inermi, si divulgano le mappe dei campi di addestramento da bombardare come se fossero ancora attivi una volta "bruciati" dai media, si minaccia di distruggere le moschee e le madras, le scuole coraniche dove si formano i fanatici fondamentalisti talebani, si crea una santa alleanza per una guerra sporca ma sacra contro il Male, che questa volta non è l'Impero sovietico ma la rete islamica. Che questa rete islamica sia estranea all'Occidente, è una clamorosa bugia: come ogni rete clandestina, se la patina di superficie somiglia a una ideologia antioccidentale, la pratica di clandestinità accoglie in sé le sofisticate tecniche moderne: carte di credito, telefoni satellitari, internet, armi, soldi, circuiti finanziari e speculazioni borsistiche. Che questa rete islamica sia difensore degli ultimi della terra, persino della loro terra araba, è una clamorosa ipocrisia: i miliardi a disposizione, l'arma del terrore come mossa lucida e non disperata, il fanatismo nichilista che viene incentivato, sono pratiche che minimamente hanno a che vedere con la vita quotidiana di miliardi di esseri umani ai limiti della sopravvivenza. Che questa rete islamica voglia scatenare la jihad per ragioni religiose è una mezza verità: la sacralità della guerra è sempre al servizio di una strategia di dominio di una parte politica precisa che aspira a sedersi intorno al tavolo da cui si comandano le sorti del pianeta, e che vede gli "imprenditori politici" di un segmento notevole della popolazione mondiale di fede musulmana non contare politicamente, nemmeno in proporzione. Oggi l'indebolimento demografico dell'Occidente è a lungo termine un fattore di forza per l'islam, di cui a torto se ne dà una accezione unitaria, e per la Cina. Il fulcro di tale scontro demografico, che poi si traduce in ricchezza economico-finanziaria, in accesso alle tecnologie, in cultura politica di egemonia, è l'Indonesia, che rappresenta il vero banco di prova dello scontro tra civiltà, qualunque sia il volto che esso assumerà nei prossimi anni, anche quando le civiltà non c'entreranno affatto e le popolazioni pagheranno il prezzo più alto, come sempre del resto. Il terrorismo del fondamentalismo islamico mira evidentemente ad esso, attraverso escalation militari che toglieranno credibilità ai moderati di ogni fazione e che faranno imboccare vicoli ciechi in cui sarà impossibile costruire alleanze trasversali agli schieramenti. La scomparsa dei taleban dalla faccia della terra, oltre ad alimentare ulteriori odi e fare di essi dei martiri lungo la via della guerra santa, potrà essere assorbita all'interno della divisione nel campo arabo: i talebani sono giunti al potere scacciando altri fondamentalisti (Rabbani, Heckmatyar, lo stesso Massoud) che non erano stinchi di santo e che erano a loro volta divisi in clan corrotti e criminali. Ma soprattutto i taleban sono arrivati al potere massacrando gli sciiti filo-iraniani, nonché esponenti del clero e della diplomazia iraniana presenti in Afganistan nei giorni convulsi della presa di Kabul da parte degli studenti armati dai pakistani e dalla Cia. Parte del mondo arabo potrà accettare il loro sacrificio se ciò non squilibrerà i delicati rapporti interni alle loro società monarchiche e feudali, in cui il martirio è esaltato al pari di come veniva esaltato nelle prime comunità cristiane. Ma oltre questa soglia non potranno andare, alleandosi con numerosi distinguo con il mondo occidentale della tecnologia e del dollaro di cui hanno disperatamente bisogno per reggersi come élite di governo. Se però l'escalation trascinerà nell'avventura militare parte del mondo arabo, ed il Pakistan detentore dell'arma nucleare è in prima linea in questo fragile confine tra collaborazionismo e contenimento delle spinte islamiche a schieramenti ed appartenenze secolari, i distinguo potranno cadere: la catena geopolitica che lega Pakistan e India rappresenta un crinale delicato, soprattutto se pensiamo che la Cina incombe come un gigante nella propria sfera di esistenza. Bomba atomica, bomba demografica, fanatismo sono miscele rischiosissime il cui trattamento richiederebbe un abbassamento della tensione, ossia l'esatto contrario della via imboccata dalla crociata. L'Indonesia è il paese musulmano più numeroso al mondo: 300 milioni sono quasi un terzo di tutti i musulmani, e anche se non ospita luoghi sacri, qualunque coalizione tra arabi e non-arabi non potrà trascurare l'Indonesia, che già vive da anni sull'orlo di un collasso per le numerose spinte secessioniste seguite all'indomani della destabilizzazione operata dal Fmi e dagli Usa che hanno liquidato il dittatore Suharto, da loro messo in piedi nel lontano 1964 con un massacro di oltre mezzo milione di comunisti (in un paese ad alto tasso di analfabetismo e in cui le opere di Marx non erano certo tradotte e alla portata di tutti) senza adoperarsi per una transizione indolore. Se salta l'unità indonesiana, se il conflitto innescherà spirali spaventose con la preoccupata iniziativa cinese in quei mari, il mondo sarà sull'orlo del precipizio e la profezia della crociata si avvererà contro le buone parole, poiché in politica i fatti pesano di più. Qualcuno negli States pensa e scrive tali ragionamenti, speranzoso che in tal modo si arresti la corsa della Cina all'egemonia mondiale (prevista per metà secolo) mettendo contro la scheggia impazzita del fondamentalismo islamico. Calcoli fantapolitici? Salvo Vaccaro
|