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Da "Umanità Nova" n.35 del 14 ottobre 2001
Una guerra "inevitabile"
Il "Grande Gioco" USA
Afganistan, Kazkostan, Uzbekistan, Tagikistan,
Kirghisistan, Pakistan... nomi di stati di quell'area dell'Asia Centrale
diventata familiare in queste ultime settimane.
Eppure, se questi nomi per la maggior parte della popolazione dell'Occidente
suonano ancora come qualcosa di esotico e lontano, non altrettanto si
può dire per le nostre classi dominanti e per quelle di paesi come la
Russia, l'India o la Cina.
Quando quelle terre avevano ancora nomi ancestrali come Turkestan o Turan, esse
erano già oggetto di scontro per le grandi potenze mondiali che se le
contendevano per la loro importanza strategica come asse di transito
dell'Eurasia. Laggiù, infatti, passava la via della seta che permetteva
il contatto commerciale tra l'Europa e le allora lontane terre cinesi e
indiane, le cui fiorenti economie avviarono lo scambio di prodotti con
l'Occidente fin dal tempo dell'Impero romano. Più tardi, alla
metà del secolo tredicesimo, la loro sottomissione all'Impero mongolo,
permise la ricostruzione dei rapporti commerciali eurasiatici che, secondo
avvertiti autori come Arrighi, è alla base del primo sviluppo
dell'accumulazione capitalistica, nelle città-stato italiane
dell'epoca.
In secoli più vicini quest'area è stata l'area del "Grande
gioco", combattuto dalle grandi potenze imperiali come la Russia degli zar che
avanzò nel Caucaso e in Asia centrale per tutto il Settecento e
l'Ottocento a spese dell'Impero Ottomano e di quello Persiano (gli odierni
Turchia e Iran), e di più moderne potenze imperialistiche come
l'Inghilterra che mosse dai suoi avamposti indiani (dai quali aveva scacciato i
francesi nel 1763) fino a raggiungere i confini tra gli attuali Pakistan e
Afganistan. Tra l'altro è da notare come gli Inglesi tentarono per due
volte di assoggettare l'Afganistan (allora come adesso una fragile
confederazione di tribù diverse tra loro e tra loro ostili, ma capaci di
trovare l'unità di fronte a una minaccia esterna), rimanendo per due
volte sconfitti, la prima volta con la cacciata da Kabul nel 1842, la seconda
nel 1879.
Nell'età degli imperialismi, grossomodo tra il 1870 e il 1914,
quest'area del mondo è quindi un elemento di contesa "globale" (come si
direbbe oggi) tra economie ampiamente globalizzate che fanno del controllo
delle aree strategiche del mondo una delle ragioni del proprio successo. In
più, si deve aggiungere la progressiva saldatura tra gli interessi in
gioco nell'Asia Centrale e quelli che in quest'epoca si affaccia al Medio
Oriente, non ancora appetibile per la produzione petrolifera (la civiltà
del consumo energetico a base petrolifera è ancora di là da
venire), ma reso fondamentale nel suo ruolo di corridoio di transito dalla
lunga crisi dell'Impero Ottomano. Gli inglesi si insediano sul Canale di Suez
nel 1882, negli Emirati del Golfo nel 1867 e nel Kuwait nel 1899, mentre i
russi premono da nord su ciò che rimane della vecchia Persia allo scopo
di accedere all'Oceano Indiano, e la Germania si insedia nel cuore del Medio
Oriente, ottenendo concessioni ferroviarie (la tratta Istambul-Baghdad-Bassora
e quella verso La Mecca).
Come si vede, gli interessi su queste terre sono già delineati e gli
attori principali sono già tutti presenti. Tutti meno uno, quello che
oggi è il più importante, gli Stati Uniti che inizieranno la loro
presenza nell'area attorno alla metà degli anni Trenta del secolo appena
trascorso, sostituendo l'Inghilterra nel ruolo di protettore del neonato (1932)
regno dell'Arabia Saudita. Il ruolo del Medio Oriente, però è
già mutato all'epoca, con l'affermarsi di un modello economico e sociale
in Occidente, basato sullo sviluppo energetico a base petrolifera. La seconda
guerra mondiale vedrà in quest'area l'affermazione dell'egemonia
statunitense che costruirà un sistema di alleanze basate sulle monarchie
feudali arabe, sull'Iran dello Sciah, sul Pakistan, stato nato nel 1947 dalla
partizione dell'antico Impero Indiano in mano agli inglesi tra indù e
musulmani, e, naturalmente, su Israele, vero e proprio cane da guardia
occidentale in Medio Oriente.
Il "Grande gioco" dell'Asia Centrale, si viene così a saldare con il
"Grande gioco" degli interessi petroliferi mediorientali.
Questo breve e, sicuramente, incompleto excursus storico serve a esemplificare
il ruolo che nella storia dell'economia-mondo (l'economia mondiale vista non
come un insieme di economie indipendenti, ma come un unico sistema economico
interdipendente, per la cui gestione si sono combattute e si combattono tuttora
guerre tra imperialismi diversi), i paesi quasi sconosciuti venuti alla ribalta
mondiale dopo l'attentato alle Twin Towers dell'undici di Settembre, hanno
sempre giocato.
La storia più recente ha visto l'area dell'Asia centrale quale uno dei
principali terreni nei quali si è svolta la Guerra Fredda. La
rivoluzione iraniana del 1979, l'invasione russa dell'Afganistan lo stesso anno
e la successiva guerra decennale in questo paese sono altrettanti momenti di
questo confronto.
Inizia in questi anni la stretta collaborazione tra gli Stati Uniti, i paesi
islamici filoamericani (come l'Arabia Saudita, gli Emirati del Golfo Persico e
il Pakistan) e quella che negli anni seguenti verrà definita come
"l'arcipelago fondamentalista". I guerriglieri afgani verranno addestrati in
Pakistan dai servizi segreti di quel paese sotto la supervisione americana, a
loro si uniranno volontari da tutto il mondo islamico, chiamati a combattere
nel nome della jihad, ma con il sostegno e la promozione degli Stati Uniti
impegnati nella battaglia decisiva con la superpotenza concorrente.
Osama Bin Laden, fino a allora un illustre sconosciuto, principe di sangue
reale saudita, costruisce la sua fama attraverso il ruolo di comandante dei
"volontari internazionali" accorsi a combattere l'Armata Rossa.
Negli anni del conflitto, quindi, si struttura un'organizzazione
internazionale, addestrata dai migliori specialisti occidentali (tra i quali le
SAS inglesi, le teste di cuoio di Sua Maestà non più imperiale),
in possesso di grandi risorse finanziarie e di armamenti e, soprattutto,
coperta dall'appoggio attivo degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.
Negli anni successivi al conflitto, questa dotazione di armi, uomini e
tecnologie verrà utilizzata a più riprese dagli Stati Uniti per
chiudere i conti con tutti i regimi arabi non allineati con l'Occidente. Nella
guerra civile algerina tuttora in corso è documentata la presenza di
uomini e organizzazioni legate all'universo fondamentalista e incaricate del
progetto di destabilizzare il regime di quel paese colpevole di controllare
statalmente la propria produzione di gas e petrolio e, soprattutto, di venderlo
direttamente ai paesi europei senza controllo americano. In Cecenia, dopo
l'indipendenza dichiarata da una leadership nazionalista ma laica, si presenta
la stessa organizzazione che si impadronisce del paese e oggi gestisce la
guerra di resistenza contro i russi. Non può sfuggire la coincidenza tra
l'interesse americano a sviluppare oleodotti e gasdotti che trasportino gli
idrocarburi del Mar Caspio attraverso paesi amici come Georgia e Turchia,
evitando Russia e Iran, e la fulminea entrata in scena di gruppi ben armati e
ideologicamente motivati proprio in un'area che è uno degli snodi
fondamentali degli oleodotti russi che portano greggio e gas dal Mar Caspio al
porto russo di Novorossijsk.
La stessa ascesa dei Talebani in Afganistan tra il 1996 e il 1997 è
avvenuta grazie all'intervento dell'ISI (l'inteligence pakistana) e dei servizi
anglo-americani, capaci di trasformare un armata di studenti afgani delle
Madrase (le scuole coraniche integraliste del Pakistan) stracciona e
impreparata, nei nuovi padroni dell'Afganistan. Anche qui l'interesse è
chiaro: unificare l'Afganistan, dove la guerra civile durava ormai dal 1992
senza vincitori né vinti tra gruppi concorrenti della ex resistenza
afgana, allo scopo di utilizzarlo per un oleodotto che, partendo dai giacimenti
del Turkmenistan, passasse per il martoriato paese asiatico e si dirigesse
verso il porto di Gwadar in Pakistan. Anche qui si trattava di escludere russi
e iraniani dallo sfruttamento e dal passaggio delle risorse energetiche del Mar
Caspio.
I rapporti tra gli Stati Uniti, i servizi segreti pakistani e sauditi e
l'arcipelago fondamentalista del quale l'esponente più conosciuto
è Osama Bin Laden, sono quindi strettissimi e datano da almeno ventidue
anni. A questo proposito è interessante leggersi il materiale prodotto
dallo studioso canadese Michael Chossudowsky che ha documentato in modo
incontrovertibile l'origine, l'intensità e la durata di questi
rapporti.
La fine della Guerra Fredda, però, avvia un mutamento dello scenario nel
quale operano i diversi soggetti. In primo luogo gli Stati Uniti si trovano a
ridefinire il loro intervento nelle varie aree del mondo e, in primo luogo in
quella vasta dorsale, decisiva per l'approvvigionamento di materie prime
energetiche e per il controllo su di esse, che parte dai Balcani europei, passa
attraverso il Medio Oriente e si spinge fino all'area della quale ci stiamo
interessando. La fine del bipolarismo mondiale, infatti, rende le alleanze
storiche insicure, permette l'emergere di potenze regionali interessate a
rinegoziare il controllo occidentale sulle risorse energetiche e consente ai
paesi europei (in ordine sparso o coordinati nell'Unione Europea) di avviare un
proprio approccio nei Balcani e di tentare timidamente di stabilire propri
rapporti con i paesi petroliferi medio orientali considerati nemici dagli Stati
Uniti come l'Iran.
Se da un lato queste sono le minacce e i rischi che il dominio mondiale
unipolare degli Stati Uniti corre con la fine dell'Unione Sovietica, la
dissoluzione "dell'impero rosso" apre enormi prospettive di intervento in quei
paesi dell'Asia Centrale controllati da Mosca fino al 1991.
Il ruolo strategico di queste repubbliche (e di Pakistan e Afganistan con loro)
viene, inoltre, esaltato dalla crescita come potenze regionali dell'India e
della Cina, paesi vicini e minacciabili da eventuali basi nell'area.
In particolare gli Stati Uniti temono lo sviluppo di un'alleanza a tre
Russia-Cina- India che potrebbe minacciare il dominio assoluto di Washington
sul mondo come e più degli alleati-competitori dell'Unione Europea.
Nel DefensePlanning Guidance for the Fiscal Years 1994-1999, possiamo leggere
"Dobbiamo operare per impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione
le cui risorse sarebbero sufficienti, se controllate strettamente, a generare
una potenza globale. Queste regioni comprendono il territorio dell'ex Unione
sovietica, l'Asia orientale e sud occidentale".
Questo programma viene redatto dopo la Guerra del Golfo, che segna l'avvio del
processo di ristrutturazione del controllo del corridoio eurasiatico. Durante
quella guerra gli americani centrano tre obiettivi: schierano gli europei e
molti paesi arabi sotto la propria egemonia, ridimensionano l'ex vassallo
Saddam Hussein, impedendogli di assumere il ruolo di potenza regionale,
raggiunta la quale avrebbe potuto pensare di diversificare la vendita del
proprio petrolio, infine ottengono basi militari e il diritto di stazionare con
i propri soldati nell'area del Golfo. Il controllo esclusivo delle risorse
dell'area viene quindi raggiunto, e con questo il ridimensionamento delle
velleità europee di autonomia dagli americani nell'approvvigionamento
energetico.
Il progetto americano si rivela, quindi, come un piano preciso per
ristrutturare il mondo sotto la propria egemonia. La fine della Guerra fredda,
infatti, consegna agli Stati Uniti una situazione dove viene a mancare il
nemico comune che permetteva di tenere sotto il proprio controllo potenze e
stati altrimenti concorrenti come Francia, Germania e Giappone. Non
diversamente, nell'area delle risorse energetiche, gli stati "amici" degli
Stati Uniti iniziano a ritenere possibile di svolgere una propria politica,
parzialmente sganciata dagli imperativi americani. Per questo diventa
essenziale, per gli USA, muoversi al fine di stabilire un controllo diretto
sulle aree che il Dipartimento di Stato classifica come di "interesse
nazionale".
Questa necessità non deriva da un'astratta volontà di potenza
degli Stati Uniti, ma dalla collocazione della loro economia nel quadro
dell'economia-mondo. Dopo la crisi del modello di sviluppo industriale a base
americana durante gli anni Settanta, gli Stati Uniti avviano un periodo di
forte conflittualità tra le varie economie capitalistiche, ponendosi
come centro finanziario mondiale, assorbendo il 64% del capitale mobile
internazionale e utilizzando le istituzioni economiche internazionali al fine
di abbattere le barriere poste dai vari stati a difesa delle proprie economie
(ovviamente guardandosi bene dal diminuire le proprie).
Il processo che viene chiamato impropriamente "globalizzazione" è
questo: il porsi delle classi dominanti americane in un ruolo di gestori del
mondo, espellendo le classi dominanti degli altri paesi sviluppati dal
controllo dell'economia-mondo e, financo, da quella del proprio paese. In
questo modo queste ultime vengono associate al paese-guida in forma
subordinata, permettendo loro l'accesso alle risorse, dal cui controllo,
però vengono escluse.
Il rischio che gli Stati Uniti non possono assolutamente accettare è,
infatti, la possibile nascita di un polo imperialista alternativo a loro
stessi. Non si avrebbe in questo caso, infatti, una competizione tra economie
differenti, ma, bensì la possibile sottrazione di quote crescenti di
capitale mobile impiegato in forma finanziaria, altrimenti non impiegabile.
L'economia americana funziona esclusivamente drenando questo capitale da tutto
il mondo e internalizzandolo. Il livello produttivo è, oggi, simile
negli USA, in Europa e in Giappone; la supremazia dei primi può essere
possibile (dal punto di vista economico) esclusivamente controllando la
liquidità monetaria mondiale.
Dopo la Guerra del Golfo, la guerra del Kosovo ha avuto la stessa motivazione,
permettendo lo stabilirsi di truppe americane nell'area, spazzando via classi
dominanti di paesi come la Jugoslavia che puntavano a negoziare il controllo
dei corridoi di passaggio delle materie prime energetiche, e impedendo che
L'Unione Europea stabilisse la propria presenza su questi ultimi.
Tornando all'Asia Centrale, è chiara la volontà degli USA di
rafforzare la loro presenza militare e la loro influenza politica nell'area, in
modo da controllare le fonti energetiche del Caspio, i corridoi di passaggio di
queste, e i possibili stati concorrenti dell'Eurasia.
Fin dal1993 gli USA hanno dato inizio a una vera e propria "guerra degli
oleodotti", sostenendo le compagnie petrolifere anglo-americane contro i
concorrenti franco-tedeschi che cercavano di accordarsi con le compagnie
statali russa e iraniana.
Il progetto, come abbiamo visto è quello dell'oleodotto
Turkmenistan-Afganistan-Pakistan, e "l'operazione Taleban" aveva la sua
costruzione come fine.
Quello che è intervenuto nel suo svolgersi, e che è alla radice
dei vari attentati americani degli ultimi due anni, culminati nell'attacco alle
Twin Towers, è il contrasto sempre più marcato tra gli interessi
degli Stati Uniti e quelli delle élite arabo-musulmane, proprietarie
delle ricchezze energetiche, ma escluse dal loro controllo.
Osama Bin Laden non è un "pazzo di Dio", ma il più terreno
rappresentante di una guerra che le classi dominanti dei paesi arabi non
possono muovere agli Stati Uniti per evidenti motivi di ordine militare, ma che
permettono venga svolta in modo non ortodosso dalla galassia fondamentalista.
Come si può vedere, la religione ha sicuramente un ruolo nella
costruzione del consenso, ma quello che muove lo scontro che sta culminando in
questi giorni con l'assalto americano all'Afganistan, sono ben corposi
interessi materiali. Inoltre, la religione ha, nei paesi in questione, un ruolo
tutt'altro che accessorio di coesione sociale attorno alle classi dominanti e
di giustificazione del loro ruolo. La progressiva penetrazione americana
all'interno di questi paesi, con evidenti rischi di secolarizzazione, pone alle
classi dominanti di paesi come l'Arabia Saudita, gli Emirati del Golfo o il
Pakistan, il problema della rottura delle strutture gerarchiche tradizionali,
con conseguenze disastrose per il loro potere. Il riconoscimento
dell'Afganistan dei Taleban, lo scarso entusiasmo nel sostenere la guerra
americana, il mantenimento fino all'ultimo di canali finanziari aperti per
l'organizzazione di Bin Laden, si spiegano così.
Inoltre, la preferenza mostrata dagli americani per l'asse nato nel 1998 tra
Israele e Turchia, come "alleato preferenziale" nell'area, toglie il terreno
sotto i piedi a queste élite che rischiano in prospettiva di essere
liquidate come inutili al progetto strategico americano. Oltretutto il
potenziale attrattivo di questa alleanza è enorme, verso paesi come Iran
e Iraq, per ora reclusi nella lista dei "cattivi" (almeno finché non si
rassegneranno a accettare completamente il controllo americano e insisteranno a
cercare di fare affari separati con i paesi europei), ma un domani
interessantissimi partner regionali, dal momento che le loro economie sono le
uniche nella zona che potrebbero essere complementari a quelle turca e
israeliana.
La guerra, quindi, era inevitabile; il progetto di controllo dell'Eurasia da
parte degli USA si sta perfezionando con la guerra all'Afganistan e con il
massiccio spostamento di truppe e strumenti di controllo nell'area. Inoltre, i
possibili concorrenti americani no sembrano poter articolare nessuna strategia
alternativa a quella di Washington. Così gli europei si accodano,
sperando di ottenere qualche vantaggio rinnovando la propria subordinazione e
cinesi, indiani e russi approvano l'operato americano, ognuno cercando di
ottenere l'appoggio americano contro le guerre a bassa intensità mosse
dalla stessa galassia fondamentalista alle loro periferie (Sinkiang, Kashmir e
Cecenia).
Oltre a questo vi è un altro motivo che rende più che positiva
per gli USA la dichiarazione dello stato di guerra, ed è quello legato
alla situazione economica del gigante americano: la strategia di accumulazione
delle risorse monetarie mondiali in casa propria ha permesso agli Stati Uniti
la supremazia sui possibili concorrenti ma ha anche creato una situazione alla
lunga insostenibile. La concentrazione di liquidità ha, infatti, reso
necessario un dollaro forte con conseguenze facilmente immaginabili sulla
bilancia dei pagamenti con l'estero. Questo dato era tranquillamente
tollerabile dagli USA finché il mercato interno "tirava"; nel momento in
cui il mercato americano si è saturato per raggiunti limiti di
possibilità di acquisto, la concentrazione di moneta mondiale è
diventata un limite all'espansione economica.
Da questo punto di vista la guerra è stata una manna dal cielo per
l'economia americana, permettendogli in primo luogo un'espansione finanziata
dal pubblico (per un totale di 220 miliardi di dollari) non solo nel settore
militare. In secondo luogo, i programmi di aiuto ai paesi coinvolti
"nell'alleanza contro il terrorismo", dovrebbe permettere una prima
redistribuzione della liquidità concentrata negli Stati Uniti,
rilanciando le esportazioni USA. A differenza della Guerra del Golfo che gli
americani fecero pagare a arabi, europei e giapponesi, costringendoli anche
alla partecipazione, questa guerra verrà pagata interamente dagli USA
che, anche sul piano militare preferiscono per ora fare da soli, con la sola
compagnia dei fidati inglesi. Quella guerra apriva un processo di
ristrutturazione che, ora, quest'altra chiude, imponendo agli stessi padroni
del gioco regole e necessità diverse.
Giacomo Catrame
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